L’épine dans le coeur

L’épine dans le coeur

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Con L’épine dans le coeur Michel Gondry entra nei segreti oscuri della sua famiglia, partendo dal ritratto di una zia insegnante e dal carattere arcigno. E, oltre alla rivelazione documentaristica, il regista francese non rinuncia – giustamente – neppure in questa occasione a sprazzi di cinema visionario.

Una spina conficcata nel cuore

Suzette, zia del regista Michel Gondry, è stata un’insegnate per molti anni (dal 1952 al 1986) prima di ritirarsi ed andare in pensione per trascorrere un po’ di tempo con i nipoti. Lei inizia così a raccontare la sua vita, cercando di spiegare cosa significhi insegnare in una zona isolata e rurale della Francia. Piano piano, però, il regista scopre alcune storie della propria famiglia che giacevano sepolte da anni e decide di utilizzare la sua camera per esplorarle sottilmente, ma con un grande impatto emozionale… [sinossi]

È un Michel Gondry intimista e minimalista quello che si affaccia timidamente alla sessantaduesima edizione del Festival di Cannes, il cui L’épine dans le coeur è stato inserito giustamente Fuori Concorso come proiezione speciale. L’autore francese di Se mi lasci ti cancello, L’arte del sogno e Be Kind Rewind pare solo per un attimo distaccarsi dal cinema gli è proprio, concedendosi un’escursione documentaristica all’interno della sua famiglia (attenzione però che non è certo la prima volta che Gondry prende la via della non-fiction, va ricordato quantomeno il lisergico Block Party, dedicato al mondo di Dave Chappelle).
È curiosamente una zia, infatti, la protagonista del ritratto che Gondry mette in scena in maniera molto diretta, non sporca però, diciamo partecipando evidentemente alle vicende narrate. La zia Suzette, dunque, spalanca le porte della sua vita ed emerge subito il piglio piuttosto autoritario e discutibile con cui la donna ha portato avanti la sua esistenza e soprattutto i rapporti che ha instaurato con le persone che le stavano intorno. Gondry non sembra per nulla interessato a compiere un’agiografia e quindi pare a volte quasi insistere su alcuni aspetti, certi scarti e certe zone d’ombra che la donna dimostra di avere: in particolare è proprio all’interno dell’ambito familiare che Suzette possiede indubbiamente alcuni scheletri nell’armadio, scheletri che il regista non esita a tirar fuori se non a volte proprio a indagare.

Pian piano prende infatti spazio la figura del figlio della donna, Jean-Yves, omosessuale dichiarato che ha vissuto la propria vita letteralmente schiacciato dalla figura forte e mastodontica della madre: piovono persino accuse reciproche tra i due (il figlio accusa la madre di averlo denunciato per non aver pagato alcune tasse; la madre, di tutta risposta, gli dà bellamente del pazzo mitomane), il tutto sotto la presenza costante di Gondry che certo non vuole tirarsi indietro di fronte a tutto ciò. Pur se a emergere è comunque l’amore, il legame familiare che va al di là delle contingenze della vita, Gondry indaga senza indulgenze questa figura arcigna, dimostrandole un attaccamento sincero ed evitando giudizi, lasciati questi ultimi totalmente in mano allo spettatore.
Di elementi però il regista ne fornisce parecchi, anche duri, e la cosa che più sorprende di questa pellicola è tutta interna la titolo: “La spina dentro al mio cuore” è la terribile frase che Suzette pronuncia parlando del proprio figlio, additandolo come fonte unica di sofferenza. Ed è certo simbolica, e non proprio sottovalutabile, la scelta di Gondry di intitolare il proprio documentario familiare con una frase così dura e che fa emergere tutt’altro che una figura immacolata. Quasi travolto da questa onda rivelatoria sulla propria famiglia, il regista solo a tratti riesce a far emergere il proprio cinema e quando lo fa ovviamente esplode in una creatività senza freni: in questo rigoroso ritratto, giocato ovviamente molto sugli home-movies girati dagli stessi familiari, si aprono squarci di cinema liberissimo (come nella bella scena in cui i bambini giocano ai “vestiti trasparenti” oppure quando segue, in maniera magicamente infantile, i trenini elettrici in un plastico…) che donano comunque un afflato poetico a una vicenda che, almeno in alcune sue propaggini, fa male pensarla vera…

Info
Il trailer di L’épine dans le coeur su Youtube.
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