Musi gialli

Musi gialli

Lo scorso 30 aprile all’interno di un articolo de Il Giornale i giapponesi sono stati apostrofati come “musi gialli”, seguendo un vergognoso stereotipo razzista. La dimostrazione, qualora ve ne fosse bisogno, che si vivono anni medioevali.

…fucking Jap-gurai wakaru bakayaro!”
(I understand fucking Jap, asshole!)
“beat” Takeshi in Brother dopo aver ucciso i membri di una gang

Che siamo in un periodo di Basso Impero lo si sapeva già, che il nostro 476 si stia approssimando lo si può intuire abbastanza facilmente anche abitando all’estero e ora un ulteriore tassello è stato affisso a questo processo, un tassello che questa volta ha a che fare con il Giappone. Per chi non avesse seguito i fatti ecco un breve riepilogo. In un articolo del 30 aprile intitolato “Lambertow premiato dai giapponesi” che Il Giornale dedica alla premiazione di Lamberto Dini a Tokyo, si legge la seguente espressione, “Lambertow fa incetta di consensi tra i musi gialli giapponesi”. Sì, avete letto bene, “Lambertow fa incetta di consensi tra i musi gialli giapponesi”. Al che l’Ambasciata giapponese in Italia fa il minimo che un’istituzione che si rispetti possa fare, cioè indirizza una lettera indignata al direttore de Il Giornale Mario Giordano.

Come italiano che da anni risiede in Giappone e come padre di due piccole “musi gialli” mi sento tirato decisamente in causa e ne approffitto per scusarmi con tutti i giapponesi insultati nell’articolo. Ma che cosa ne pensano i giapponesi che amano il nostro Paese (che sono davvero moltissimi)? Valga per tutti l’opinione di Momoko Yoshida, lettrice di italiano all’Università di Torino dal 2003 al 2006 quando mi ha detto che “forse nemmeno si rendono conto di ciò che significa permettere l’uso di una tale espressione su un giornale. Trovo che l’articolo sia di un’ingenuità e di una tale disinvoltura da lasciarmi perplessa, delusa e anche offesa.” Passata la stupefazione e l’incredulità delle prime reazioni, ciò che mi preme sottolineare e che mi piacerebbe venisse sviluppato anche in altre sedi, non è tanto la barbarie del termine e la sua gratuità, tanto più in un’occasione ufficiale, quanto l’uso perverso, pericoloso e subdolo del linguaggio. Sdoganare certa terminologia in ambienti ufficiali significa, dacché la parola crea la realtà, se non incitare, almeno invitare ad atteggiamenti più discriminatori; l’uso di certe espressioni in tali circostanze alimenta la già folle corsa alla creazione di quel rumore di fondo, chiacchiera da bar, commento ironico, risatina, che crea o magnifica, a nostra insaputa, quelle fittizie e maligne categorie che sono la vera piaga della modernità: noi/loro, Io/Altro.

Che fare allora? verrebbe volentieri da comportarsi come Kitano nella citazione riportata all’inizio, ma sarà forse più saggio, riprendendo il paragone della Roma imperiale, evocare Eliogabalo (Artaud dove sei?) con la sua androginia, il suo far saltare i confini, la sua scandalosa promiscuità affinché l’arte e nel nostro caso particolare il cinema, si riappropri della sua funzione mitopoietica con l’auspicio che possa, seguendo le parole di Samuel Delany, “condurre gentilmente le persone in un singolo momento di disorientamento verbale e spaziale”.

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