Uomini che odiano le donne

Uomini che odiano le donne

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Il cupo universo di Millennium approda sul grande schermo con Uomini che odiano le donne, trasposizione cinematografica firmata dal regista danese Niels Arden Oplev. Pur non cercando a tutti i costi il colpo di genio, la regia di Oplev può vantare parecchi meriti, a partire dalla capacità di creare una forte tensione interna rispetto alle ambientazioni della storia, un qualcosa che va oltre la semplice atmosfera.

Millenium Ouverture

Dopo aver perso una causa per diffamazione, il giornalista economico Mikael Blomqvist si trova ad attraversare un periodo difficile e accetta l’offerta dell’ottantenne Henrik Vanger, patron di una grossa industria svedese, che lo ingaggia per investigare sulla scomparsa dell’adorata nipote Harriet Vanger, avvenuta trent’anni prima. Per dargli una mano, gli viene affiancata la hacker informatica Lisbeth Salander. Insieme i due scoprono una fitta rete di segreti all’interno della famiglia Vanger che potrebbero essere decisivi per poter arrivare alla scoperta della verità… [sinossi]

Fantasmi di un disgustoso presente e di un ancor più disgustoso passato si incontrano al crocevia di un’indagine poliziesca, che ha il pregio di catturare l’attenzione sin dall’inizio, finendo poi per rappresentare molto altro. Sì, rappresentare nel senso di mettere in scena, evocare, chiamare in causa quelle zone d’ombra della società scandinava, la cui morbosità è una tossina capace di estendersi a strati ancora più ampi dell’immaginario collettivo. Con questa prima trasposizione cinematografica, firmata dal regista danese Niels Arden Oplev, il cupo universo di Millennium è finalmente approdato sul grande schermo. La potenza del risultato è una garanzia del fatto che il progetto sia in buone mani. Tutto vero, per quanto si debba annotare come il produttore Søren Stærmare avesse già preventivato una staffetta, in virtù della quale dopo la realizzazione di Uomini che odiano le donne le riprese dei capitoli successivi, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta, sono state affidate a un altro regista, lo svedese Daniel Alfredson.
Ma è presto per (pre)occuparsene, ciò da cui si viene conquistati in Uomini che odiano le donne non corrisponde del resto a chissà quali virtuosismi, dal punto di vista registico, quanto piuttosto alla ricerca di una messa in scena solida, compatta, coerente con la robustezza dei temi esplorati dalla penna di Stieg Larsson. La scomparsa dello scrittore addolora ancora di più, considerando come i suoi best seller si siano fatti carico di elementi fortemente provocatori, derivanti dalla sua esperienza di giornalista senza peli sulla lingua; un’attività che lo mise in luce quale esperto di organizzazioni neonaziste stimato dalla stessa Scotland Yard, all’epoca in cui era corrispondente dal Regno Unito, nonché quale fondatore di una rivista antirazzista, Expo. Il modo in cui tali retaggi sono confluiti nel personaggio di Mikael Blomkvist (qui interpretato da un intenso e credibile Michael Nyqvist), il giornalista d’assalto protagonista di Uomini che odiano le donne e degli altri romanzi di Millennium, rende facile l’identificazione della sua figura con quella di un possibile alter ego dell’autore. A riprova di ciò vi è la natura delle indagini affrontate nel film: Blomkvist, uscito malconcio dalla vicenda giudiziaria che lo ha visto contrapporsi a un affarista svedese implicato in nefandezze d’ogni genere e assolutamente privo di scrupoli, non sembra affatto voler rinunciare al suo spirito combattivo; tant’è che si rimette subito in pista, quando un altro ricchissimo industriale ancora dotato di principi etici, l’anziano Henrik Vanger, lo assolda per investigare sui tanti scheletri nell’armadio della propria famiglia. La sparizione qualche decennio prima di una nipote di Vanger, Harriet, sarà per il giornalista la chiave di volta di un’inchiesta dai risvolti particolarmente tenebrosi, inquietanti: giovani donne assassinate in modo sadico e perverso, legami di magnati della finanza svedese col nazionalsocialismo tedesco, verità occultate con disprezzo e arroganza. Il ritratto al vetriolo della società svedese che ne esce fuori, in polemica con l’immagine spesso idilliaca cui siamo abituati, è però bilanciato dal desiderio di verità, dalla volontà di reagire manifestata tanto da Blomkvist che dall’altro personaggio chiave posto al suo fianco, la giovanissima Lisbeth Salander (ed è Noomi Rapace, in questo ruolo, la vera e propria rivelazione del film); un’eroina atipica, resa solo in apparenza fragile da un passato di violenze domestiche e dal fisico tendenzialmente anoressico, capace invece di sprigionare una determinazione e una forza a prima vista impensabili.

La loro scaltra generosità riuscirà a condurre la detection verso le radici di una orribile catena di delitti, frutto del marcio radicatosi nel cuore di un’alta borghesia sprezzante, cinica, forte di un credo patriarcale dove si mescolano atavica misoginia e orientamenti xenofobi. In questo percorso la regia di Niels Arden Oplev, pur non cercando a tutti i costi il colpo di genio, può vantare parecchi meriti, a partire dalla capacità di creare una forte tensione interna rispetto alle ambientazioni della storia, un qualcosa che va oltre la semplice atmosfera. Di certo aiutano i toni lividi, smorti, di una fotografia che Eric Kress sa orientare verso le configurazione più luttuose del racconto, sia che si tratti di paesaggi uggiosi, deprimenti, sia che l’attenzione si sposti su interni poco illuminati e comunque ricchi di dettagli, dove flebili raggi di luce fendono l’aria come alla ricerca di un indizio. Ed infatti la costruzione di un ritmo incalzante, quasi all’americana, non spersonalizza il prodotto, al punto che le scene più crude (su tutte quelle relative agli stupri) si alternano senza forzature ad elementi dell’investigazione in grado di sollecitare riflessioni teoriche forse azzardate, ma non del tutto peregrine: lo sguardo della ragazza che dalla foto sembra indicare il potenziale assassino, ad esempio, è il primo passo della metodica ricostruzione di un fuori campo sfuggente, cui occorrerà comunque risalire per identificare il mostro di turno, e con esso il lato oscuro di una società capace di sacrificare vite umane quali semplici pedine di un gioco perverso.

Info
Il trailer italiano di Uomini che odiano le donne.
Il sito ufficiale di Uomini che odiano le donne.
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