Il tempo che ci rimane

Il tempo che ci rimane

di

Elia Suleiman con Il tempo che ci rimane mette in scena la storia della sua famiglia dal ’48 ad oggi, facendo di fatto un ritratto della vita quotidiana dei palestinesi che sono rimasti nella loro patria dopo la creazione dello stato d’Israele.

Storia di resistenza e leggerezza

Fuad, membro attivo della resistenza palestinese, è alla ricerca di suo figlio. Il suo viaggio interiore coincide con il percorso verso la creazione dello stato d’Israele dal 1948 ai giorni nostri. La sua vicenda ci porta ad interrogarci su un fatto politico e storico importantissimo e il protagonista si chiede se è lui a portare la Palestina con sé o è la Palestina che lo porta nel resto del mondo? [sinossi]

Sono sempre apparizioni incisive ed enigmatiche quelle di Elia Suleiman, regista del film Il tempo che ci rimane, voce graffiante poetico-politica in questo 62esimo concorso di Cannes. La sua è una presenza che quasi incornicia il film, fin dall’inizio, con lui seduto dentro un taxi, mentre fuori imperversa un temporale da brividi. Il tassista urla, inveisce, si agita, mentre sul sedile posteriore il suo passeggero non sembra neppure curarsi di tanta furia, ma osserva quieto e aspetta. Il regista palestinese che nel 2002 ha ricevuto a Cannes il premio della Giuria con Intervento divino, folgorando il pubblico con la sua visione surreale e dolente dei molti mali che affliggono la sua terra, ci propone ora una sorta di autobiografia, ricostruendo la storia sua e della sua famiglia dal 1948 ad oggi e facendo, di fatto, un ritratto della vita quotidiana dei palestinesi che sono rimasti nella loro patria dopo la creazione dello stato d’Israele, nonostante la violenza e le guerre che si sono susseguite nel tempo.

Quattro capitoli che scivolano uno dopo l’altro scanditi dal nero delle dissolvenze. Il primo è anche quello che colpisce di più, nel suo essere irriverente e dettagliato. Sono i giorni in cui le case dei palestinesi vengono abbandonate in fretta e saccheggiate dai militari che perquisiscono ogni stanza in cerca di oggetti da portare via, e di armi e giovani resistenti e ribelli. La corsa tra le strade di Nazareth da parte del giovane padre del regista, che il suo fucile se lo è costruito, ma poi corre disarmato a portare in salvo un uomo ferito.
Suleiman è rigoroso e fedele nella ricostruzione storica e nel mostrare le tracce di assurdo che convivono con i gesti di sempre della vita quotidiana, la bellezza che persiste accanto all’odio e alla violenza. «Quando vivi in un luogo sensibile come il mio paese, la politica è semplicemente parte della vita», dice il regista che, infatti, non oppone le due cose, ma le vede come espressioni di uno stesso sentimento. Il vecchio che minaccia di darsi fuoco ripetutamente e i due pescatori sulla riva del mare interrogati ogni notte dai militari, ne sono la dimostrazione, sono lo sguardo amaro e disincantato del cinema, il modo in cui si può andare in profondo con la leggerezza del racconto che corre con ritmo serrato e preciso, fatto di pause e ellissi.

Gli anni Settanta, la vita più distesa, dunque, ma non senza attriti, gli anni Ottanta, la malattia del padre e le lettere che la madre continuamente scrive ai parenti costretti, a suo tempo, a lasciare il paese. Quelle parole scritte valgono come mille digressioni, mille film, lontano da Nazareth alla ricerca di storie iniziate tutte nello stesso modo e nello stesso tempo. Infine il quarto capitolo, il ritorno in scena di Suleiman, il silenzio che si fa più profondo, le attese che si trasformano in allusioni, ancora una volta tra politica e vita, ma con un senso di rarefazione sconosciuto, un’idea malinconica che passa attraverso la musica rock e le canzoni della tradizione araba, mescolate e contaminate, come tutto il cinema di Suleiman.

Info
Il trailer de Il tempo che ci rimane su Youtube.
  • il-tempo-che-ci-rimane-2009-elia-suleiman-001.jpg
  • il-tempo-che-ci-rimane-2009-elia-suleiman-002.jpg
  • il-tempo-che-ci-rimane-2009-elia-suleiman-003.jpg
  • il-tempo-che-ci-rimane-2009-elia-suleiman-004.jpg
  • il-tempo-che-ci-rimane-2009-elia-suleiman-005.jpg

Articoli correlati

  • Cannes 2019

    It Must Be Heaven RecensioneIl Paradiso probabilmente

    di Elia Suleiman torna in concorso al Festival di Cannes con Il Paradiso probabilmente, che guarda al cinema di Jacques Tati per mettere in scena la grottesca democrazia poliziesca occidentale e elevare un’elegia alla Palestina e al suo popolo.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento