Terminator Salvation

Terminator Salvation

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Il limite di operazioni come Terminator Salvation è tutto nella sua natura “replicante”, magari visivamente apprezzabile ma arida nei contenuti. T4 nulla aggiunge alla saga e alla fantascienza cyberpunk, limitandosi a riproporre senza intuizioni il pur affascinante tema della rivolta delle macchine, della fusione tra carne e metallo, delle potenzialità e dei pericoli della rete globale, della artificiosità della vita e dei corpi futuri.

In esclusiva su Skynet

In seguito all’olocausto nucleare causato dalla Skynet, che ha determinato lo sterminio di gran parte della razza umana, un manipolo di uomini tra quelli sopravvissuti, guidati da John Connor, cerca di salvare quel poco che é rimasto… [sinossi]

Il problema di Terminator Salvation è la serialità, l’irresistibile tentazione di ripetere un grande successo, di sfruttare il filone d’oro fino all’ultima pepita. La mastodontica macchina hollywoodiana, assai più potente di Skynet, ha sempre avuto questo punto debole, il suo tallone d’Achille: non sapersi accontentare. Terminator, pietra miliare del cinema di fantascienza, realizzato nell’oramai lontano 1984 da James Cameron, aveva già avuto un seguito, superfluo ma fenomenale come Terminator 2 – Il giorno del giudizio (1991), non a caso firmato dallo stesso regista di Kapuskasing. Fermarsi al dittico sarebbe stato, dal punto di vista artistico e narrativo, assai saggio. Ma la tendenza del sistema americano, sia cinematografico che televisivo, contempla ed esalta la clonazione, l’ostinata ripetizione – si veda, ad esempio, il dannoso protrarsi di tante serie televisive, che stancamente si trascinano per troppe stagioni.

Il limite di operazioni come Terminator Salvation (e anche Terminator 3: Le macchine ribelli) è tutto nella sua natura “replicante”, magari visivamente apprezzabile ma inevitabilmente arida nei contenuti. T4 non è un film disprezzabile, offre diverse sequenze spettacolari, sfoggia un ottimo cast e degli effetti speciali di tutto rispetto, ma sembra avanzare senza una reale ispirazione, senza un vero e ben strutturato progetto narrativo. Vani, in questo senso, risultano gli sforzi del regista McG di confezionare, una dopo l’altra, sequenze mozzafiato, spinte costantemente oltre i limiti della verosimiglianza. Si potrebbe dire, in un certo senso, che Terminator Salvation cerchi di mascherare con questa sorta di bulimia spettacolare l’esilità della sua ragion d’essere. T4 come T3, ma anche come i vari Matrix Reloaded, Matrix Revolution e la nuova trilogia di Star Wars, sono produzioni (prodotti) che nascono sulla scia di un successo che originariamente non contemplava cloni, sequel et similia.
Già dietro la macchina da presa dei pessimi Charlie’s Angels (2000) e Charlie’s angels: Più che mai (2003) e dell’inedito nel Bel Paese We Are Marshall (2006), pellicola sportiva di un certo interesse, McG convince nella messa in scena dell’ambientazione apocalittica (molto interessante la prima drammatica sequenza, con toni grigi che segneranno l’intera pellicola, grondante cenere, polvere e detriti vari), ma si limita a girare affastellando inseguimenti, bombardamenti e via discorrendo, esasperando ogni sequenza, rendendo paradossalmente piatto un film composto da scene madri e picchi emotivi, come fosse una catena di montaggio. Rimangono dei divertenti corpi estranei scollegati tra loro, ad esempio, la frenetica fuga dalle moto-terminator, l’apparizione del robot gigante o l’exploit da uomo rana dell’eroico protagonista, sequenza che sfoggia un imponente apparato di effetti speciali ma che è assolutamente superflua e fine a se stessa.

A poco servono il lussuoso cast e la convincente colonna sonora, firmata dal Danny Elfman. Nonostante le evidenti dosi di talento, i vari Christian Bale, Anton Yelchin e Sam Worthington non possono che limitarsi al copione. Emblematico, in questo senso, il personaggio interpretato da Worthington (Marcus Wright), sorta di punto d’incontro tra creatura robotica e essere umano, eroe condannato al martirio fin dalla metaforica crocifissione iniziale: nonostante le ampie potenzialità, McG e gli sceneggiatori John D. Brancato e Michael Ferris disegnano un (super)eroe sui generis con uno spessore psicologico che rimane sulla carta e che sulla pellicola ha le stimmate dell’occasione sprecata.
Terminator Salvation nulla aggiunge alla saga e alla fantascienza cyberpunk, limitandosi a riproporre senza intuizioni il pur affascinante tema della rivolta delle macchine, della fusione tra carne e metallo, delle potenzialità e dei pericoli della rete globale, della artificiosità della vita e dei corpi futuri. Per godere delle potenzialità narrative ed esistenziali del conflitto uomo-macchina, dissanguato nei vari T3 e T4 e nei due sequel di Matrix, è meglio rifugiarsi nei venti minuti di The Second Renaissance Part I e Part II (2003), brillanti cortometraggi del progetto Animatrix, entrambi diretti da Mahiro Maeda.

Info
La pagina facebook di Terminator Salvation.
Il trailer italiano di Terminator Salvation.
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