Transformers: La vendetta del caduto

Transformers: La vendetta del caduto

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Tutto gira, in Transformers – La vendetta del caduto, esclusivamente in funzione dell’effetto straordinario, della meraviglia costruita sull’eccesso visivo: ma è un gioco d’accumulo fine a sé stesso.

Gira, il mondo gira

Sono ormai passati due anni da quando il giovane Sam Witwicky ha salvato l’intero universo dall’apocalittica battaglia tra due razze rivali di robot alieni, e malgrado le sue gesta eroiche, Sam è ancora il ragazzo di prima, con tutti i problemi e le ansie dei suoi coetanei. Proprio nel momento in cui ha da poco fatto il suo ingresso al college, familiarizzando con il compagno l’invadente di stanza Leo e la provocante Alice, Sam viene colto da visioni che gli attraversano il cervello come lampi… [sinossi – pressbook]

Per individuare uno dei difetti di questo ingombrante sequel, destinato ai vertici del box office, partiamo da un arcinoto successo di Jimmy Fontana, Il mondo. I versi “gira, il mondo gira, nello spazio senza fine”, apparentemente distanti anni luce dal nuovo e fiammante blockbuster di Michael Bay, ben si adattano invece a inquadrare lo stile registico, la vorticosa messa in scena, di Transformers – La vendetta del caduto, pellicola costruita sui movimenti di macchina, incessanti, preferibilmente a trecentosessanta gradi. La costante stilistica di Bay, a nostro parere dannosa e controproducente, è il movimento, reiterato e stancamente prevedibile: la macchina da presa gira attorno a tutto e tutti, in ogni sequenza, ogni minuto, ogni secondo. Il moto perpetuo della mdp, inoltre, si fonde con l’incredibile dinamicità, spesso caotica, delle scene d’azione, degli scontri tra robot, delle corse in macchina o in moto e via discorrendo. Michael Bay accumula, in poche parole, movimento esterno (filmico, la mdp) e movimento interno (profilmico, l’azione), senza avere una reale base d’appoggio, ovvero una struttura narrativa solida e/o un apparato estetico convincente. Tutto gira, in Transformers – La vendetta del caduto, esclusivamente in funzione dell’effetto straordinario, della meraviglia costruita sull’eccesso visivo: ma è un gioco d’accumulo fine a sé stesso.

Il regista americano, da sempre shooter poco interessato al contenuto, ha precedentemente dato prova di poter realizzare apprezzabili, seppur non memorabili, blockbuster (Bad Boys, The Rock, il primo Transformer): la performance registica di questo ricco sequel, purtroppo, ci sembra compromessa dalla mancanza di misura. Una sovrabbondanza registica e scenografica che è, tra l’altro, enfatizzata dall’onnipresente colonna sonora (affidata al pur bravo Steve Jablonsky: Steamboy, Venerdì 13), altra costante del cinema di Bay. Un martellamento sonoro e visivo che non riesce, nonostante gli sforzi, a coprire l’enorme vuoto narrativo: Transformers – La vendetta del caduto, come buona parte di questi sequel “forzati” (si veda, tra i più recenti, Terminator Salvation), trasuda mancanza di reale ispirazione e, in fin dei conti, di ragion d’essere. Sia chiaro, nessuno nega l’assoluto valore commerciale del film di Michael Bay, destinato alla solita scalata del botteghino (già sessanta milioni di dollari incassati negli Stati Uniti), ma ci permettiamo di mettere in discussione la pericolosa corsa al sequel, prequel, remake e via discorrendo che sta cristallizzando parte dell’industria hollywoodiana: questi film, costruiti a tavolino esclusivamente sull’onda di un precedente successo, abituano lo spettatore a una giostra visiva, a un cinema luna park, meccanicamente composto da un concatenarsi di scene madri, di sequenze sempre più pericolosamente vicine a dei trailer (si veda il montaggio dell’incipit de La vendetta del caduto).

Il cinema-trailer (o cinema-luna park) di Michael Bay può contare su un’ottima computer grafica, fatta eccezione di alcuni dettagli della sequenza iniziale, su un cast ben amalgamato (il film, tra l’altro, si risolleva almeno in parte con l’entrata in scena di John Turturro), “impreziosito” dal fascino di Megan Fox e Isabel Lucas, e sul numero record di robot sullo schermo (quarantasei, rispetto ai quattordici del primo capitolo), anche nelle dimensioni (il mastodontico Devastator, uno dei tanti miracoli della CG). Ma tutto questo sfoggio tecnologico, questa sovrastruttura spettacolare,  come detto fin troppo esibita, è mortificata dall’esilità della trama, dalla relatività del pretesto narrativo, dalle macchiette comiche (i genitori del protagonista, il monocorde compagno di stanza, i fracassoni robot gemelli eccetera), da una serie di gag tirate troppo per le lunghe (la madre del protagonista che assume droga senza saperlo), da personaggi poco sfruttati (ad esempio il robot anziano Jetfire) e via discorrendo.
Di questo Transformers ci restano la spettacolare sequenza del combattimento nel bosco (rispetto alle altre scene action giova non poco l’ambientazione più scarna), la naturale simpatia di Turturro, la bellezza di Megan Fox e il talento (sprecato: si rivedano le ottime interpretazioni in Bobby di Emilio Estevez e Guida per riconoscere i tuoi santi di Dito Montiel) del giovane Shia LaBeouf. Troppo poco.
Divertiti col primo capitolo, delusi dal secondo, sappiamo già che vedremo il terzo.

Info
Il sito ufficiale di Transformers 2.
Transformers 2 su facebook.
Il trailer italiano di Transformers 2.
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