Borderland

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Laddove Borderland non aggiunge nulla di nuovo nel panorama dei cosiddetti torture porn da un punto di vista narrativo, è proprio nell’aspetto più direttamente iconico e scenografico che riesce a giocare bene le sue carte.

Il sacrificio del turista

Il film, ispirato a fatti realmente accaduti, vede tre studenti, Ed, Henry e Phil recarsi in Messico per un fine settimana di baldoria, all’insegna del divertimento senza regole. Malauguratamente i tre però si troveranno a che fare con una setta che pratica sacrifici umani, i cui adepti si aggirano alla ricerca di vittime da immolare... [sinossi]

Lo ammettiamo senza problemi: quando Eli Roth mostrò al pubblico di tutto il mondo il suo Hostel, di fronte al quale schiere di adoratori del neo-horror si presero la briga di genuflettersi, ci sorprendemmo a sbadigliare (azione che non ci aveva colto, qualche anno prima, durante la visione del diseguale ma non disprezzabile Cabin Fever). La situazione non è migliorata con il capitolo secondo, e tantomeno quando l’industria cinematografica ha iniziato a lanciare sul mercato una serie di epigoni da mettersi le mani nei capelli – per la paura? Nossignori, per il disappunto semmai. Titoli come Turistas o, peggio che andar di notte, Captivity di Roland Joffé, segnano ulteriormente il passo, delineando uno scenario come quello dei film di tortura che sembra avere molto poco da dire, quantomeno dalle parti di Hollywood: troviamo a questo proposito interessante invitarvi alla visione di opere quali Audition di Takashi Miike, Art of the Devil 2 del Ronin Team e del recente Martyrs di Pascal Laugier, per notare come il coraggio ostentato da Roth e dai suoi figliocci sia nulla in confronto alla sconvolgente messa in scena di cui si sono dimostrati capaci in Giappone, Thailandia e Francia. Ma tant’è, il genere prolifera nella mecca occidentale del cinema, e si muove sottopelle infettando anche opere solo vagamente accomunabili quali Rovine di Carter Smith e Shrooms di Paddy Breathnach: insomma, se siete stufi di vedere giovani americani bellocci e prestanti andare in vacanza all’estero per finire nelle grinfie di sadici pazzoidi assetati di sangue, probabilmente Borderland non fa al caso vostro.

Da un punto di vista strettamente narrativo, difatti, manca anche la benché minima volontà di distaccarsi dalla retorica e dalla prammatica del genere: chiunque sia anche solo vagamente avvezzo alla poetica dei film succitati, saprà perfettamente cosa aspettarsi, in un gioco di anticipo sulle mosse degli sceneggiatori che non va propriamente a favore dell’opera di Berman (qualcuno ricorderà forse lo spocchioso e pretenzioso esordio Briar Patch, fallito tentativo di rilancio della carriera di Dominique Swain). A questo punto vi starete giustamente domandando per quale assurdo motivo il voto che abbiamo assegnato a quest’opera riesca a raggiungere la sufficienza. Quesito ben più che legittimo, non c’è che dire: la verità è che, pur riconoscendo a Borderland una scricchiolante costruzione narrativa, e un ancor più irritante accomodamento sul già visto/già metabolizzato – e per un film che pretenderebbe di sconvolgere i propri spettatori non si tratta certo di una pecca di poco conto – ammettiamo di aver apprezzato, nel complesso, la messa in scena utilizzata. Laddove Borderland non aggiunge nulla di nuovo nel panorama dei cosiddetti torture porn (e mai definizione fu più azzeccata: se è vero che questi film mostrano senza censure, come il porno, l’atto che li interessa da vicino, è ancor più vero che, proprio come gran parte dei porno, finiscono per essere mortalmente noiosi) da un punto di vista narrativo, è proprio nell’aspetto più direttamente iconico e scenografico che riesce a giocare bene le sue carte.

La regia, pur senza perdersi in eccessivi svolazzi, regge la tensione con una certa continuità – eccezion fatta per un collasso verticale che sembra cogliere la pellicola a metà del guado – e l’aspetto umorale viene trattato con mano leggera e consapevole: non c’è la ricerca dello scandalo a ogni costo che animava, aggravato da un’altalenante vena cinefila, il dittico portato a termine da Roth, e manca anche la raffazzonata ansia di mostrare che fungeva come unico motivo d’interesse nel resto delle opere sopracitate, tutt’altro. La violenza di Borderland non è catartica e non ha il peso specifico di quella che ci viene regalata dal già citato film di Laugier – e andatelo a recuperare, prima che sparisca dalle sale della penisola! – ma quantomeno non indugia in efferatezze per il semplice gusto di riempire la storia. Ci sembra anzi che Berman sappia bene cosa e quanto è necessario mostrare, e se in alcuni punti lascia che la violenza deflagri senza controllo – l’incipit – altrove è ben disciplinato nel dosarne l’utilizzo. Inguainato in una veste fotografica sparata e satura (sta diventando di moda rappresentare in questo modo il Messico), Borderland finisce dunque per seguire il filone senza rientrarvi a pie’ pari. Nulla per cui valga anche solo la pena strabuzzare gli occhi, sia chiaro, ma in certi casi è proprio vero che chi si accontenta gode.

Info
Il trailer di Borderland.

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