Il mondo di Horten

Il mondo di Horten

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Delicato gioiello di surrealismo gentile, Il mondo di Horten è una delle chicche da non perdersi in questo finale di stagione. Hamer mostra una mano ispirata, mai eccessivamente calcata nella messa in scena ma in grado di restituire con forza quell’indole insubordinata, a metà tra minimalismo e lampi di allucinazione, che è forse, a ben vedere, lo specchio più fedele della società capitalista nella quale viviamo.

Salto nel vuoto (con sci)

Per ben quaranta anni, la vita di Odd Horten é andata avanti seguendo la stessa routine così come il suo lavoro, sempre alla guida dello stesso treno e sempre sullo stesso tragitto. Adesso, arrivato il momento della pensione, per Odd si apre un nuovo mondo, quello degli imprevisti. La sua vita diventerà, infatti, movimentata così come non lo é mai stata… [sinossi]

Tra i vari punti a favore che secondo il nostro modesto avviso dovrebbero convincervi a tuffarvi nella calura estiva e ad attraversare la città per raggiungere i (pochi) cinema che hanno in programmazione Il mondo di Horten, quello da cui ci sembra giusto, per non dire addirittura doveroso, partire riguarda la riappacificazione tra le sinapsi cinefile di cui siamo dotati e l’arte di Bent Hamer. L’ultima opera del cinquantatreenne cineasta norvegese era infatti Factotum, diseguale e in fin dei conti qualunquista rilettura della letteratura di Charles Bukowski senza troppa originalità: certo, permanevano saldi nella nostra memoria gli sprazzi luccicanti rilasciati da Kitchen Stories e En dag til i solen/Water Easy Reach, ma il timore che Hamer facesse parte di quella schiera di autori scandinavi destinati a bruciarsi per essersi avvicinati troppo alla luce al neon hollywoodiana aveva iniziato a serpeggiare in maniera preoccupante.

Il ritorno a casa di Hamer dimostra invece come l’esperienza oltreoceano sia servita a irrobustire la poetica di cui è sempre stato ricco il suo cinema: arriviamo anche ad affermare, senza timore di smentita, che Il mondo di Horten è l’opera più matura, la più convincente tra quelle finora proposte da Hamer. Il perché è presto detto: approcciandosi a una materia abusata dal cinema contemporaneo, compreso quello prodotto nel paese dei fiordi, come la crisi della terza età e la dispersione dell’individuo nella società massificata e “veloce” – e in questo senso l’idea stessa che si stia parlando di un macchinista sulla soglia della pensione rafforza ulteriormente il nostro discorso critico – Bent Hamer non si lascia abbindolare dalla facile presa di alcune soluzioni narrative, ma lavora altresì di contrappunto, mescolando in continuazione le carte, sovvertendo l’ordine (pre)costituito, cogliendo ripetutamente di sorpresa lo spettatore. Dramma senza essere dramma, commedia che rischia sempre di lasciare il retrogusto amaro in bocca a chi vi assiste, Il mondo di Horten è un film a suo modo schizoide, denso di avvenimenti che altrove non avremmo potuto altro che definire banali: la diaspora notturna del solitario Odd Horten, interpretato dal bravissimo Baard Owe che i più attenti avranno riconosciuto come Bondo in The Kingdom di Lars Von Trier (ma che ha lavorato sempre con il regista danese in Medea ed Europa, per non parlare del bel I ragazzi di San Pietro di Søren Kragh-Jacobsen), perde da subito i suoi connotati di modesta quotidianità per allargarsi a un discorso universale sull’umanità, sulla sua straordinaria e fin troppo spesso dimenticata unicità, sul suo desiderio – magari contorto, magari negato – di espressione.

Il bambino che vuole accanto a sé lo sconosciuto anziano per addormentarsi, gli impiegati che tornano a casa scivolando sulle strade ghiacciate, l’inventore che guida l’automobile “alla cieca”, la vedova del tabaccaio, la madre del protagonista che sognava di diventare una saltatrice con gli sci professionista, sono tutti rovesci della stessa medaglia: ed è con questo mondo che Horten deve confrontarsi per riuscire a comprendere fino in fondo il senso della sua esistenza, anche lontano dai treni su cui ha passato quarant’anni della propria vita. Nella vettura di testa non si possono far salire passeggeri, ma nella vita di tutti i giorni bisogna abituarsi a muoversi fianco a fianco con coloro che ci circondano. Senza stupirsi della “meraviglia della vita” (e questa è un’altra trappola del patetico che fortunatamente Hamer riesce ad aggirare con grazia e notevole consapevolezza), in realtà molto più ovvia di quanto si vorrebbe – “mi sembra chiaro che da questo momento non serviremo il pranzo” annuncia il cameriere ai clienti del ristorante un attimo dopo che lo chef è stato arrestato dalla polizia – ma anche pronti a non accettarla in maniera prona. Perché è sempre possibile inerpicarsi fino a raggiungere il punto in cui improvvisare un salto con gli sci, nel cuore della notte di Oslo.

Delicato gioiello di surrealismo gentile, Il mondo di Horten è una delle chicche da non perdersi in questo finale di stagione in cui verremo letteralmente sovrastati da scarti di distribuzione: Hamer mostra una mano ispirata, mai eccessivamente calcata nella messa in scena ma in grado di restituire con forza quell’indole insubordinata, a metà tra minimalismo e lampi di allucinazione, che è forse, a ben vedere, lo specchio più fedele della società capitalista nella quale viviamo.

Info
Il trailer de Il mondo di Horten.

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