Harry Potter e il Principe Mezzosangue

Harry Potter e il Principe Mezzosangue

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Sesto capitolo delle avventure del maghetto di Hogwarts, Harry Potter e il Principe Mezzosangue segna un passo avanti rispetto al pessimo film precedente.

Il lamento della fenice

Harry Potter sta iniziando ormai il suo sesto anno alla scuola di Hogwarts, quando scopre un libro che riporta una misteriosa dicitura “…questo libro é di proprietà del Principe Mezzosangue…”. Il libro gli sarà utile per imparare ulteriori cose riguardo Lord Voldemort… [sinossi]
È arrivato per ognuno
il momento di scegliere
tra ciò che è giusto
e ciò che è facile.
Albus Silente

Sono passati otto anni da quando la saga che ha per protagonista Harry Potter è approdata sul grande schermo, e il primo interrogativo ogni qual volta ci si avvicina all’uscita di un nuovo film rimane perennemente lo stesso: quanto sarà stato stravolto il romanzo? Domanda legittima, e che senza dubbio deriva da quel delicato rapporto che si viene a creare tra il lettore accanito e la riduzione cinematografica, vista di volta in volta come «nemica», «contentende», «sorellastra minore»; quesito che diventa ancor più comprensibile quando si tratta di disquisire della creatura partorita dalla mente di J.K. Rowling. Il perché è presto detto: otto anni e sei film hanno anche significato quattro registi e due sceneggiatori diversi, il che non è cosa da poco. Ed è proprio sfruttando l’occasione di parlare dello staff tecnico che si può entrare nel merito di Harry Potter e il Principe mezzosangue, visto che aveva a dir poco preoccupato il posizionamento in cabina di regia di David Yates: la messa in scena architettata per il pessimo Harry Potter e l’Ordine della Fenice – senza dubbio il capitolo peggiore dell’intera saga, ironia della sorte adattamento della miglior sortita letteraria della Rowling, insieme a La camera dei segreti e Il prigioniero di Azkaban – aveva lasciato non pochi dubbi, soprattutto per quel che concerne la velocità dell’intera operazione. A fronte di un tomo ponderoso ed estremamente pacato nello sviluppo narrativo, Yates si era fatto prendere dalla fregola, trascinando lo spettatore in un turbinio privo di un reale senso, caos informe e ben poco ammaliante.

È dunque con estremo piacere che si scopre come il quarantaseienne cineasta britannico, al momento al lavoro sul settimo film (Harry Potter e i doni della morte), programmaticamente spezzato in due parti per allungare ulteriormente l’attesa dei fan, sia stato in grado di smentire le paure e di sovvertire quella che poteva essere ipotizzata come sua prassi registica: al di là delle smagliature e delle ovvie libertà che vengono prese nei confronti del romanzo – un paio in effetti forzate in maniera eccessiva, ma nulla di così disdicevole come accadeva nel capitolo precedente – Harry Potter e il Principe mezzosangue è un film che funziona da un punto di vista drammaturgico in maniera sufficientemente oliata (per quanto ci siano delle pecche, come si vedrà in seguito). Sarà un caso, ma questo ritorno alla “normalità” coincide perfettamente con la riappropriazione del ruolo di sceneggiatore di Steve Kloves, dopo l’usurpazione da parte di Michael Goldenberg per la lavorazione di Harry Potter e l’Ordine della Fenice: laddove Goldenberg aveva veramente usato l’accetta per semplificare al massimo la trama, puntando l’accento più sul gioco di prestigio che sulla magia, Kloves lavora di fioretto, preferendo rallentare l’azione, a tratti quasi congelandola, e incentrando la propria attenzione sui personaggi.
Idea vincente o, per meglio dire, unica idea possibile per non snaturare completamente l’etica alla base dell’opera della Rowling: la saga di Harry Potter, difatti, non è altro che un’acuta e sentita immersione senza bombola d’ossigeno nella natura umana, svicolando nelle intercapedini dei sentimenti, ponendo l’accento sulla complessità della macchina/uomo. Parlare di Hogwarts, creare il mondo della magia davanti ai nostri occhi, pur in maniera così particolareggiata (anche se nella versione cinematografica molto di questo lavoro capillare viene inevitabilmente sprecato), è il modo con cui la scrittrice anglosassone apre gli occhi sulle stesse paure del lettore, sulle sue insicurezze, gioie e dolori. Elemento questo che era stato completamente sorvolato dal quinto film e che, fortunatamente, torna a dire la sua in Harry Potter e il Principe mezzosangue. Si torna quindi a incentrare lo sguardo su Harry, Ron, Hermione, ma si arriva anche a scoprire il lato meno visibile di Draco Malfoy, a notare le debolezze di Silente, a scorgere la verità nelle ambiguità di Piton: tutto ciò non solo permette di assistere a uno spettacolo coinvolgente e d’intrattenimento – nel senso più puro e alto del termine, sia chiaro – ma rassicura anche per quel che sarà il lavoro sul capitolo conclusivo delle avventure del maghetto. Da parte sua Yates sembra finalmente aver capito il ritmo al quale si deve muovere un film che sia realmente potteriano: dedica un incipit ad alto tasso adrenalinico e un paio di scene d’azione – per quanto tutt’ora non si riesca a comprendere l’esclusione della battaglia nella torre di Hogwarts, che tra l’altro toglie di scena il fratello di Ron, Bill, con tutto ciò che può comportare per l’inizio di Harry Potter e i doni della morte – ma poi rallenta, si sofferma sui primi piani colmi d’ansia (per l’approssimarsi della battaglia con Voldemort, ovvio, ma anche per l’angoscia della crescita) dei giovani protagonisti. Semmai è l’impianto narrativo a perdere ogni tanto colpi: il dovere di semplificazione porta inevitabilmente a degli strappi, e le ricongiunzioni non sempre funzionano alla perfezione. Ma tant’è, rispetto al nadir toccato da L’Ordine della Fenice si è sempre a milioni di chilometri di distanza: manca probabilmente a Yates quel gusto visionario che finora solo Alfonso Cuarón con Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è riuscito a mettere sul piatto della bilancia, ma il risultato è comunque soddisfacente.

Certo, i fan duri e puri diranno che il romanzo è tutt’altra cosa, e hanno perfettamente ragione: ma proprio perché si tratta di un’altra cosa (o per meglio dire di un’altra arte), sarebbe giusto non mescolare gli ingredienti né sovrapporli. Come oggetto filmico Harry Potter e il Pincipe mezzosangue raggiunge i suoi obiettivi, senza per questo snaturare il senso dell’opera della Rowling e senza cercare per forza la via più facile. Silente ne sarebbe contento; e chi può allora permettersi di protestare?

Info
Il trailer di Harry Potter e il Principe mezzosangue.
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