Smile

Smile, esordio alla regia del quarantenne Francesco Gasperoni, si configura come un horror che tracima ben presto nel ridicolo involontario, partendo per di più da un’idea di partenza – una macchina fotografica “assassina” – a sua volta risibile.

Sorridi che il rullino è vuoto

Sette amici decidono di partire per il Marocco per rilassarsi a contatto con la natura, ma nel preciso momento in cui vengono in possesso di una particolare macchina fotografica, la loro vacanza da sogno si trasformerà nel loro peggior incubo… [sinossi]

Osservando il documento d’identità di un film si può già intuire qualcosa delle immagini che vi scorrono: il titolo appunto, Smile, di un regista esordiente, ovvero Francesco Gasperoni (classe 1968), ci ricorda con molta libertà di memoria un programma televisivo degli anni ’80 composto da candid camera, dove appunto l’intento principale era quello di registrare le reazioni (molto italiane) della vittima allo scherzo allo sberleffo pianificato. Uno dei nostri protagonisti proprio nel momento in cui l’horror comincia a carburare e a mietere morti, spera che sia tutto frutto di una candid camera, e in ciò ci sembra di vedere la scialuppa dell’ironia che cerca di salvare il naufragio di Gasperoni. Purtroppo invece il maggior difetto del regista è che dimostra di non saper ridere, né far ridere o almeno sorridere, e lo si capisce da subito quando sviluppa la solita situazione da comitiva vacanziera con coppie formate o li lì per esserlo (già qualcosa stride quando si parla di università e sembrano tutti un po’ attempati e forse un tantino fuori corso). Lo stuzzicarsi, gli approcci divertenti e talvolta erotici sembrano davvero un misero preludio riempitivo del vero e proprio horror.
Quando finalmente si arriva al mistero ci si rende conto della sua disarmante scontatezza. Le prime avvisaglie vengono da un cacciatore indigeno che avverte i protagonisti di non usare la macchina fotografica comprata in un bazar, e il motivo è semplice: chi è ritratto nella foto muore. I rimandi non proprio mascherati sono a tutta la nuova tradizione horror giapponese, che spesso si basa su suggestioni tecnologiche, tuttavia mai giocate in modo così sempliciotto.

La cosa interessante al più è che questa ipnosi forzata da inutili frame di polaroid è curiosamente traslata dal Giappone al Marocco. Forse che, dopo Last Minute, Marocco, Casablanca stia diventando un’altra Cinecittà, visto anche lo stranissimo e inspiegabile interessamento del Ministero dei Beni Culturali alla pellicola? Altra cosa interessante è che non vengono scelte le solite mete turistiche come location: Marrakech, la casba, il deserto o il mare, bensì la zona montuosa nel sud del Marocco, che con foreste e nebbia ci ricorda maggiormente i luoghi del nord Europa. È dunque forse nella non banalità dell’ambientazione che troviamo il maggior pregio di Gasperoni. Per il resto siamo ai soliti minestroni horror (da saputelli della storia del genere) in peggio: personaggi sull’orlo della stupidità (e il livello recitativo degli attori non aiuta), facilità estrema nel comprendere chi è il prossimo a morire (nessuno si è accorto c’era anche lui nella foto?). L’iconografia di genere è surgelata e pronta all’uso: inflazionatissima ma con qualche rimando involontario a Ed Wood quando una pala si alza magicamente da terra ma in modo traballante e con tanto di filo in vista conficcandosi nella gola della malcapitata. Finalmente si riesce a ridere nel finale, sempre involontariamente, quando si va avanti e indietro nel tempo mischiando e confondendo i vivi e i morti, per spiegare chi e che cosa sta uccidendo, il tutto però confidando in una connessione internet in pieno deserto dove tra l’altro nemmeno i cellulari prendono. Tutti si aspettano poi la sorpresa conclusiva che infatti arriva e nel modo più impensabile: i due protagonisti anziché buttare o distruggere la macchina incriminata decidono di scattare foto al paesaggio così da scaricarla. Del tutto concentrati non si avvedono clamorosamente di un auto che sfreccia davanti all’obiettivo: pochi metri dopo si ode uno schianto… Fosse stato così giocoso e divertito dal principio forse Smile avrebbe potuto essere un piccolo Final Destination, scopiazzato e poco originale comunque, ma almeno con un certo disimpegno ironico. Invece ciò che rimane è il sorriso vuoto, clientelare e di circostanza che immaginiamo si sfornino di fronte a qualche dirigente pronto ad approvare se non a finanziare un simile progetto di natura “culturale”.

Info
Il trailer di Smile.

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    di Polaroid è l'ennesimo horror a giocare da un lato con le regole del genere e dall'altro con l'immagine fotografata e costretta all'immobilità (o così dovrebbe essere). Nulla di particolarmente nuovo o interessante, ma un marchingegno gestito con professionalità.