Scheherazade, Tell Me a Story

Scheherazade, Tell Me a Story

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Nel portare nuovamente alla ribalta il ruolo della donna, declinato tra l’altro in ogni sua possibile deriva umana, Nasrallah in Scheherazade, Tell Me a Story compie un’azione dinamitarda e profondamente politica. Fuori concorso a Venezia 66.

L’Egitto prima delle sabbie (mobili)

Il Cairo: Hebba, presentatrice televisiva, è sposata con Karim, vicedirettore di un giornale statale. Quando Karim viene avvertito dai suoi superiori che per sperare di poter avanzare nella sua carriera dovrà cercare di calmare la verve critica della moglie, impegnata in un talk show incentrato su scandali politici, la donna ripiegherà su un programma in cui donne di diversa estrazione sociale e culturale si recano per raccontare le proprie vite… [sinossi]

Ne Le mille e una notte Scheherazade è la principessa persiana che, per volere del re, potrà considerare salva la propria vita solo finché sarà in grado di sollazzarlo con i suoi proverbiali racconti: è, di fatto, il mcguffin che consente alla mastodontica raccolta favolistica di dipanarsi conservando la propria coerenza narrativa. Nel settimo lungometraggio portato a termine da Yousry Nasrallah, Scheherazade non esiste, per lo meno non da un punto di vista strettamente materiale: è possibile però rintracciarne il senso, la fragranza nascosta, nelle storie di donne che si susseguono sullo schermo. È probabilmente doveroso, a questo punto, portare alla luce del giorno un dettaglio essenziale per comprendere il senso e l’importanza di un’operazione come quella condotta con mano sicura da Nasrallah: il cinema egiziano ha visto, nel corso della sua oramai centenaria storia, salire alla ribalta la donna come ruota motrice dell’intero ingranaggio narrativo. Gli sfavillanti e gloriosi melodrammi degli anni ’50 hanno di fatto eletto il femminile a elemento imprescindibile, neanche si avesse a che fare con una figura mitica.

Ma si sa, i tempi cambiano, e con loro si modificano strutture sociali, mode, abitudini: la donna è progressivamente svanita dalle pellicole di successo, o per meglio dire è stata riscritta, rimodellata, cercando di andare incontro ai gusti di una società in piena involuzione. I film girati a Il Cairo nel corso degli ultimi due decenni hanno visto proliferare la donna racchiusa in una banale e francamente misogina lettura dicotomica: da una parte la santa votata al martirio pur di non abbandonare l’uomo che ha sempre amato, e dall’altra la meretrice falsa e bugiarda interessata esclusivamente ai sotterfugi e ai raggiri (e qui a cadere in trappola sono gli eroici uomini che non riescono a vedere il male neanche quando se lo trovano a tu per tu). Sarebbe dunque un errore di non poco conto sorvolare con leggerezza un’opera come Scheherazade, Tell Me a Story, perché al suo interno è possibile rintracciare i germi di un cinema defunto, fuori tempo massimo, scivolato via dalla memoria del pubblico medio.

Se da Nasrallah non ci saremmo aspettati qualcosa di troppo diverso da ciò che abbiamo appena finito di descrivere, ammettiamo di essere rimasti ben più sorpresi nel leggere il nome dello sceneggiatore della pellicola: che Waheed Hamed fosse tutto tranne che uno sprovveduto stava lì a dimostrarlo Yacoubian Building, ma non ci saremmo aspettati da lui una scrittura così pronta a deviare dalla prassi consolidata. Hamed è un uomo di mercato, assai più dotato della media, ma i suoi affreschi umani non hanno la passione – magari esasperata, non lo mettiamo in dubbio, ma mai insincera – carnale, emotivamente slabbrata e coinvolgente, che deflagra in Scheherazade. Per carità, con questo non abbiamo alcuna intenzione di chiudere gli occhi sulle defaillance dell’opera di Nasrallah, perché si tratterebbe di un’operazione ai limiti dell’ozioso: è indubbio che di tutte le storie che le donne vanno a raccontare nel salotto televisivo condotto dalla protagonista sia soprattutto la prima a colpire nel segno, con quel crescendo in bilico tra il grottesco e il patetico che dimostra un perfetto equilibrio tra recitazione, scrittura e messa in scena. Un equilibrio che manca invece sia nel secondo caso – per quanto la vicenda delle tre sorelle intenzionate a contendersi l’uomo che le aiuta nel lavoro abbia in sé i germi elencati poc’anzi, e ha il solo difetto di andare eccessivamente per le lunghe – che nel terzo, di tutti l’episodio meno convincente.
Nel portare nuovamente alla ribalta il ruolo della donna, declinato tra l’altro in ogni sua possibile deriva umana, Nasrallah compie un’azione dinamitarda e profondamente politica: a ben vedere Scheherazade, Tell Me a Story è infatti un caustico ritratto al vetriolo dell’Egitto attuale, uno stato che vorrebbe considerarsi “europeo” (se l’aggettivazione riesce a essere colta nella sua essenza più profonda) e che risulta invece essere sempre più disperso nel caos dell’egemonia, nella repressione dei più normali istinti democratici – e in questo la rappresentazione del mondo televisivo e giornalistico equivale a un vero e proprio segnale d’allarme. La morale è dispersa, il senso di giustizia ha lasciato campo aperto alla vendetta, la religione si è trasformato sempre di più nell’oppio dei popoli di marxista memoria. In questo, ma forse non solo, ci sembra giusto considerare l’ultimo film di Yousry Nasrallah come un sentito e accorato omaggio al cinema di Youssef Chahine, indiscusso e indiscutibile maestro del cinema egiziano scomparso appena un anno fa. Anche in Scheherazade, Tell Me a Story, come nelle migliori opere di Chahine, il cinema popolare vive una palingenesi sincera e appassionata, mai dimentica del suo ruolo spettacolare ma cocciutamente lontano dalle lusinghe della via più facile da percorrere e dai dettami (non) scritti del mercato: non è certo un caso che Nasrallah in gioventù sia stato assistente proprio di Chahine sul set di Adieu Bonaparte.
Come la Scheherazade del mito era costretta a narrare per evitare che le venisse tolta la vita, anche le donne dell’Egitto dei nostri giorni sono costrette a parlare, e a raccontarsi per evitare che la società le eviti, inducendole al silenzio e sostituendole con un’ideale di donna che potrà anche sembrare più affascinante – e su questo ci permettiamo di conservare i nostri sani dubbi – ma al contempo non può non risultare profondamente artefatto. Pur nei suoi limiti e nelle sue imperfezioni Scheherazade, Tell Me a Story è un paradigma di cinema sincero, non allineato, politico, e merita tutto il nostro plauso.

Info
Il trailer francese di Scheherazade, Tell Me a Story.
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