Il ladro di Bagdad

Il ladro di Bagdad

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Il ladro di Bagdad, fantasmagorica avventura diretta da Raoul Walsh nel 1924, presentato in una copia restaurata al Fantafestival di Roma. Un’occasione da non perdere per riscoprire un classico del muto.

L’avventura e il Vicino Oriente secondo Raoul Walsh

Ahmed è un ladro spericolato che vive grazie agli abili furti che compie a Bagdad, sua città natale. Un giorno ruba una corda magica, in grado di far scalare a chi la possiede muri di grandissime altezze e la usa per intrufolarsi nel Palazzo del Califfo, per rubare qualche oggetto di grande valore. Così una notte, aiutato da un suo caro amico e complice, Ahmed entra nel Palazzo, dove però s’imbatte nella principessa, di cui s’innamora a prima vista. Il giorno dopo tre principi, pretendenti della principessa, fanno il loro ingresso nella città… [sinossi]

Pescando tra le dichiarazioni di Raoul Walsh riportate da Ermanno Comizio sull’ottimo “Castoro” da lui curato, si legge anche questo:  “Non provo molto con gli attori e raramente faccio più di due o tre riprese. Quando tutto è a posto, faccio una prova finale di fronte alla cinepresa e poi comincio a girare. Durante la lavorazione improvviso. Ma i nostri metodi di lavoro sono differenti da quelli che si praticano in Europa…”. Sarà da qui che deriva la sensazione di freschezza che ogni apparizione sullo schermo di Douglas Fairbanks, in un film come Il ladro di Bagdad (The Thief of Bagdad, 1924), si tira dietro?
Sempre sul prezioso libretto di Comizio si leggono notazioni relative alla realizzazione del film che vale la pena di riferire, quale “intro” attraverso cui mettere a fuoco lo stretto vincolo tra l’ispirazione dell’attore e quella del regista: “Douglas Fairbanks, amico di Walsh (frequentavano tra l’altro lo stesso club atletico), si era innamorato del progetto di produrre e interpretare un film di fantasia tratto dalle Mille e una notte. Lui stesso aveva steso il soggetto (firmando Elton Thomas: il suo vero nome era Douglas Elton Thomas Ulman) e al momento di girare chiede a Walsh di dirigerlo”. Attingiamo un’ultima volta al Castoro per dare un’idea delle “dimensioni”, ovvero per suggerire quale impatto abbia avuto la produzione di tale kolossal, concepito nella prima metà degli anni ’20, sull’immaginario del pubblico americano e non: “Di una lunghezza spropositata per l’epoca (14 rulli, circa due ore e mezzo di proiezione), nonché di un costo spropositato (è il primo film a costare un milione di dollari), Il ladro di Bagdad è accolto con entusiasmo e si classifica come una pietra miliare del cinema muto di carattere fiabesco”.

Ciò che a noi preme sottolineare, in seguito alla riproposizione della copia restaurata durante la giornata d’apertura del 29° Fantafestival, è l’assoluta modernità e vivacità espressiva di un film che offre subito lo spunto per un paio di considerazioni critiche. Da un lato, diamolo per scontato, vi si trova in pieno la conferma del taglio avventuroso, picaresco, diremmo quasi “sportivo”, che il cinema di Walsh ha quasi sempre assunto. Ma la particolare vena creativa di questo ispirato artigiano, troppo spesso sottostimato, non è qui disgiunta dal retaggio di altre esperienze cinematografiche e dall’impatto di determinati contributi artistici. Lo si nota soprattutto nella maestosa opera scenografica di William Cameron Menzies (uno specialista passato poi alla regia; ricordate l’immaginifico Things to Come del 1936, modellato sulle creazioni letterarie di H.G. Wells?), coi minareti e con altre forme architettoniche allungate a dominare vertiginosamente una favolistica città mediorientale, la Bagdad de Le mille e una notte, cui non è certo immune il richiamo del cinema che si andava sperimentando allora in Germania, coi suoi scenari di matrice espressionista. La nostra è forse la più banale delle suggestioni, ma osservando le eccellenti ambientazioni ricreate in studio per il film di Walsh, ci è venuto in mente l’esotismo che caratterizzava a volte le prime opere di Fritz Lang, in particolare Destino (Der müde Tod, 1921) ma anche, volendo, alcuni segmenti del coevo I Nibelunghi (Die Nibelungen), realizzato nello stesso 1924 e strutturato in due parti. Quanto al dinamismo che il regista americano ha saputo poi portare in scena, la parafrasi del linguaggio “slapstick” trionfa in alcune rocambolesche sequenze, rendendo la pellicola ancora oggi godibilissima.

Tappeti volanti. Creature mostruose. Avventure sottomarine. Principesse belle e schive, insidiate da crudeli sovrani orientali. Artifizi magici et similaria. Nel pittoresco calderone allestito da Walsh e Cameron Menzies ci sguazza un po’ di tutto, offrendo all’autore il pretesto per offrire un ricco repertorio di trucchi meccanici in scena, viraggi, arditi giochi di sovrimpressioni. La perizia nel gestire le scene di massa, corroborate qui da una miriade di comparse, ci ricorda inoltre che Walsh era stato tra gli assistenti del proprio mentore Griffith in Nascita di una nazione. Ci si appassiona così alle imprese del leggendario Ladro di Bagdad, un Douglas Fairbanks che anche come fisionomia aderisce pienamente alla poetica dell’autore, votato a identificarsi in scena con una certa tipologia di eroi maschili: fisico agile e snello, sorriso sfrontato, baffetto ammiccante; potrà apparire prematura quale allusione, ma in Douglas Fairbanks si intravede già la sagoma del futuro protagonista di molti suoi film, Errol Flynn.
Passando al setaccio il campo degli antagonisti, è interessante annotare come la connotazione negativa data al sovrano dei mongoli sembri acquisire, a tratti, un sottotesto politico, dovuto forse ad ataviche paure o più probabilmente alla forte (e spesso preoccupata) impressione che l’immigrazione orientale seppe destare nell’America di inizio Novecento. Fatto sta che persino il commento musicale può accentuarne il lato negativo, facendosi più cupo e minaccioso all’apparire del crudele condottiero. Con ciò vogliamo anche rimarcare l’ennesimo contributo artistico di rilievo, ovvero i brani del compositore russo Rimskij-Korsakov riarrangiati, in anni a noi più vicini, da Carl Davis: un’aggiunta di pathos che non guasta certo, in quest’opera ancora capace di suscitare emozioni.

Info
Il trailer de Il ladro di Bagdad.
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