L’amore e basta

L’amore e basta

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Stefano Consiglio documenta ne L’amore e basta l’assoluta normalità dell’amore omosessuale, racchiudendo il discorso in nove ritratti di coppie maschili e femminili. Alle Giornate degli Autori 2009.

Famiglie

Cosa vuol dire vivere la normalità, la felicità scandalosa dell’amore sapendolo “diverso” solo agli occhi della consuetudine sociale? L’amore di coppia che Stefano Consiglio ha cercato in tutta Europa parla con la semplicità dei bambini, le colorate animazioni di Ursula Ferrara, la voce di Luca Zingaretti, l’evidenza di storie che tutti vorremmo vivere. [sinossi]

Si apre la disamina de L’amore e basta di Stefano Consiglio con un aneddoto che con ogni probabilità sembrerà del tutto accessorio e fuorviante: durante la breve conferenza stampa de Il compleanno, seguita alla proiezione del film di Marco Filiberti alla Casa del Cinema di Roma, nei giorni che hanno anticipato i Venice Days delle Giornate degli Autori, si è alzato un polverone – in gran parte ingiustificato – sul significato della locuzione “cinema gay” e su quanto l’opera corale di Filiberti avesse i requisiti per poter accedere o meno alla categoria. L’interrogativo a questo punto diventa: esiste un cinema gay? Si può realmente arrivare a creare suddivisioni estetiche basate in modo esclusivo sulle preferenze sessuali di questo o quel personaggio/attore/regista? Ed è proprio a questo punto che, come dopotutto si era già anticipato, torna a far sentire la sua urgenza artistica un film come L’amore e basta di Stefano Consiglio, vecchia volpe del cinema documentario autoprodotto: nove brevi incursioni nella vita di coppie omosessuali consolidate – c’è chi sta insieme da più di trent’anni – tese a scandagliare un universo umano sul quale, è inutile nasconderlo, grava ancora il peso di un pregiudizio figlio spesso e volentieri di un retroterra culturale (a volte persino inconsapevole) che vede nel mondo gay e lesbo la messa in pratica di una colpa. Colpa che decisamente sembrano non vivere i diciotto protagonisti, impegnati in brevi interviste attraverso le quali ci si immerge poco per volta nella loro sfera affettiva, andando a svelare la normalità di una vita affettiva uguale e diversa dall’eterosessualità; e sembra essere proprio l’aggettivo “normale” il punto di partenza dal quale dà il via alle danze Consiglio, quasi trenta anni di intimità con il magmatico universo del documentario, vissuto con un occhio zavattiniano, non dimentico dell’esperienza pasoliniana né della militanza dura e pura (si ricorda, in tal senso, il non completamente convincente Appunti per un film sulla lotta di Melfi, passato nel 2004 al Torino Film Festival). Aggirando con doverosa pudicizia le derive più smaccatamente scandalistiche che un soggetto di questo tipo avrebbe potuto alimentare, qualora fosse caduto nelle mani sbagliate, Consiglio si limita a filmare – con inquadrature scarne, semplici, persino troppo basiche – i volti degli uomini e delle donne che, nel renderci partecipi delle loro vite, altro non fanno se non svelarci il lato più amorevole di una coppia: rapporto che non ha un sesso di riferimento, o per lo meno non lo dovrebbe avere.

Si sarebbe preferito escludere dalla riflessione su un prodotto sincero come L’amore e basta qualsivoglia riferimento agli accadimenti che nelle ultime settimane hanno scosso la comunità gay italiana – e quella romana in particolar modo – perché un’opera cinematografica dovrebbe avere il diritto di essere letta nella sua chiave più universale: cionondimeno è altrettanto giusto rimarcare come è in questa contemporaneità e nel mondo che ci circonda che Consiglio è andato a scovare questi uomini e queste donne – e i loro bambini, partoriti con l’inseminazione artificiale. E allora L’amore e basta rischia di diventare un’opera importante ben al di là dei suoi (comunque interessanti) meriti artistici: si sarebbe potuto soffermarsi sulla mancanza di una reale struttura cinematografica, sul cedimento verso un’estetica eccessivamente televisiva – la monocorde struttura – e sull’incapacità di problematizzare il discorso visivo; o in ultima analisi sarebbe stato persino possibile rimarcare la ridondanza dell’incipit affidato alle parole di Aldo Nove e alla voce di Luca Zingaretti o considerare esasperati gli interventi in animazione – curati, con alterne fortune, da Ursula Ferrara – che separano le varie interviste. Ma forse si sarebbe peccato di tracotanza, disperdendo il reale valore de L’amore e basta. Un’opera che zoppicherà pure tra non pochi difetti, ma ha il pregio di sbattere in faccia una normalità che troppo spesso si finge di non vedere, o si dipinge con fogge più particolari e divertenti. Ma non è più il tempo di ridere, probabilmente.

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