Cella 211

Cella 211

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Diretto da Daniel Monzón, astro nascente del thriller spagnolo, Cella 211 è un prison movie tostissimo, giocato su alti livelli di tensione, ma rivolto anche a esplorare le potenzialità di personaggi la cui umanità giace sotto una dura scorza. Presentato a Venezia 2009 alle Giornate degli Autori.

In prigione senza passare dal via

Juan Olivier è un secondino alle prime armi che ha la sfortuna di iniziare il nuovo lavoro lo stesso giorno in cui scoppia una rivolta tra i carcerati. Coinvolto dal capriccio del destino in queste tragiche circostanze, Juan deve sfruttare al massimo la sua risorsa più preziosa: l’intelligenza. In questa situazione si rende conto di essere tutt’altro che l’uomo timido, fragile e di buone maniere che aveva sempre pensato di essere e scopre di avere le doti per sopravvivere sull’orlo di un abisso… [sinossi]

Spagna, ultima frontiera. Pur continuando a sommare gli inevitabili alti e bassi cui tale predilezione lo espone, il cinema iberico da oltre un decennio (per non parlare dei numerosi e significativi antecedenti) testimonia la sua vitalità appoggiandosi anche a determinate pratiche di genere, in particolare il sempre fiorente filone horror. Ma non mancano certo le ibridazioni, gli esperimenti, le operazioni di adattamento ai quali generi cinematografici codificati altrove (Stati Uniti, in primis) vanno puntualmente incontro. A movimentare il panorama non vi sono soltanto il talento dissacratore di Alex de la Iglesia o gli universi tenebrosi partoriti dai vari Jaume Balagueró, Paco Plaza, Juan Antonio Bayona. In un paese che, tra memorie del franchismo ed esplosivi rigurgiti di un nazionalismo basco mai domo, sembra avere una naturale predisposizione verso rappresentazioni cinematografiche forti e sanguigne, non poteva assolutamente mancare la declinazione locale del dramma carcerario: Cella 211.

Quello diretto da Daniel Monzón, astro nascente del thriller spagnolo (vedi il precedente The Kovak Box), è per l’appunto un prison movie tostissimo, giocato su alti livelli di tensione, ma rivolto anche a esplorare le potenzialità di personaggi la cui umanità giace sotto una dura scorza; su tutti il coriaceo e monumentale Malamadre, ergastolano pronto ad uccidere in qualsiasi momento, intenzionato d’altro canto ad imporre un suo personale codice d’onore durante le fasi cruciali della rivolta da lui architettata. Ma è proprio l’ala di massima sicurezza del carcere dove si è sviluppata, improvvisa e cruenta, la ribellione, a fare da sfondo per un altro dramma: sfortunate coincidenze hanno fatto sì che il giovane Juan, guardia carceraria presentatasi in borghese per visionare il luogo in cui dall’indomani avrebbe prestato servizio, rimanesse isolato nella zona controllata dai detenuti. L’elemento trainante della sceneggiatura coincide quindi col rischio cui è esposto il protagonista. Juan, temendo ritorsioni, tenterà di confondersi con gli altri detenuti, cercando addirittura di orientare le trattative tra promotori della rivolta e autorità politico-giudiziarie. Non ci vorrà molto, però, prima che la situazione precipiti sfuggendo di mano a tutti.

L’idea di ricamare il plot intorno al punto di vista dello stesso Juan, personaggio inizialmente estraneo al gruppo dei rivoltosi ma sempre più vincolato al loro destino, oltre ad aggiungere pathos autentico al conflitto tra i prigionieri e le guardie risulterà foriera di molte altre implicazioni, inerenti ad una dimensione intima, privata, come anche alle suggestioni di natura politica proposte dal film. Quanto alla difficile e spesso brutale interazione tra i soggetti asserragliati nel carcere, vi sono scene in cui si avverte la ruvida morbosità di certi bestseller americani. Il fine ultimo della creazione di Tim Willocks, tanto per fare un esempio. Non latitano però indizi di una specificità iberica che fa capolino nel racconto attraverso le figure dei detenuti politici appartenenti all’ETA, con un surplus di tensione e di fosche emozioni posto a margine della loro vicenda, utilizzata strumentalmente dalle diverse parti in causa. Monzón guida il gioco approfittando della robustezza dell’intreccio, cui fa da contrappunto una messa in scena particolarmente cruda, realistica, livida come i toni fotografici usati in prevalenza. A un film come Cella 211 si può giusto rimproverare qualche schematismo di troppo nella costruzione dei personaggi. Eccessivamente scontato appare a tratti il richiamo emotivo esercitato dalla situazione famigliare di Juan, con la sua vita sentimentale costantemente evocata da flashback, che incidono meno rispetto al resto dell’opera. Diverso il discorso per gli attori. Specialmente tra i detenuti si fa apprezzare la galleria di volti aggressivi, decisi, scavati, alcuni dei quali non avrebbero sfigurato in una pellicola di Aldrich o di Sam Fueller. E se Luis Tosar, interpretando il carismatico Malamadre, finisce per rubare la scena un po’ a tutti, vi sono altre presenze che lasciano il segno: ad esempio il temperamento viscido e sadico del secondino Utrilla, interpretato da Antonio Resines, cui aggiungiamo volentieri l’Apache, tra i detenuti, per la prova sanguigna offerta qui come in altre occasioni (La zona di Rodrigo Plá, Perdita Durango di Alex de la Iglesia) da Carlos Bardem, fratello del più famoso Javier.

Info
Il trailer originale di Cella 211.
Cella 211 sul sito delle Giornate degli Autori.
Il trailer italiano di Cella 211.
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