Intervista a Erik Gandini

Intervista a Erik Gandini

Abbiamo (re)incontrato Erik Gandini subito dopo il passaggio del suo Videocracy a Venezia. C’è la fila di stampa che vuole intervistarlo e sembra ieri quando solo qualche anno fa, nell’intima cornice del Roma Doc Festival, lo incontrammo praticamente da solo in un bar vicino alla Fontana di Trevi. Manifestazione evidente di quanto, fortunatamente ancora, il talento paghi. Gandini raccoglie finalmente il suo meritato successo nel suo paese, l’Italia, anche se (ne siamo sicuri) ci sarà chi, soprattutto a sinistra, ed è triste dirlo, troverà il modo per attaccarlo, così come fecero con Il caimano, magari per il fatto che vive in Svezia da anni. Eppure è così chiara la volontà di Erik di parlare da italiano, in prima persona, evitando di puntare il dito da lontano.

Di che anno sono e da dove vengono quelle immagini che vediamo a inizio film?

Erik Gandini: Sono del 1976. Pensa che c’è un mio amico, Alessio Fava, che sta facendo un documentario proprio su questo programma che andava in onda su Tele Torino International, il conduttore è Pino Maffi (che ho conosciuto durante la preparazione del film), questo programma ebbe all’epoca un successo clamoroso e ha attirato su di sé l’attenzione di tutto il mondo, sono persino arrivati giornalisti e sociologi per studiarlo. Era talmente bizzarro! Pensa che fu anche il programma che ispirò Colpo Grosso, forse uno dei programmi simbolo della tv commerciale italiana. Io quando l’ho visto ho pensato: questo è l’inizio di una nuova fase, ma anche di un genere televisivo che all’epoca era abbastanza innocuo ma che poi è diventato norma, un fenomeno totalizzante. Ed è chiaro che tutto ciò si è potuto sviluppare grazie alle televisioni commerciali di Berlusconi.

Come si sono svolte le ricerche, è filato tutto via tranquillo?

Erik Gandini: In generale abbiamo avuto pochissimi problemi, questo è un mondo che vive nell’esposizione continua di sé, ogni televisione ha delle strutture che si occupano di accogliere stampa, anche straniera, e sono molto efficienti. Tra l’altro devo dire che ho incontrato delle persone molto preparate, intelligenti, persone che sono loro stesse molto interessate ad un discorso sulla televisione. Pensa che c’è uno, di cui non posso fare il nome, che mi ha detto: “Guarda, la televisione è bello farla ma non certo guardarla”. Così la pensano molti nel settore. La cosa che mi ha colpito però è stata un’altra: il vedere la loro incapacità di concepire la mia ricerca, come se non capissero il perché uno possa fare il filmmaker indipendente nella vita! Non sono abituati a stare con persone che non abbiano imposizioni dall’alto.

Il senso del filmmaker indipendente è proprio questo, evitare di stare al guinzaglio.

Erik Gandini: Ma sì, siamo in un mondo pieno di consumatori passivi, e quindi prendersi la libertà di non fare lo spettatore ma invece di entrare in qualsiasi mondo per raccontare la tua versione dei fatti mi fa immaginare quell’utopia di democrazia comunicativa che vedo nel futuro, perché nessuno può avere il monopolio e tutti devono avere la possibilità di raccontare.

Per far partire il tuo racconto sei partito dal “basso”, ovvero da Ricky, e poi hai puntato sempre più in alto.

Erik Gandini: Il film è come se fosse stato realizzato a scale: si parte da Ricky, poi pian piano si sale, si arriva in Costa Smeralda e ci si avvicina sempre più a Berlusconi. Riccardo è un operaio, molto rappresentativo della sua generazione, ma anche molto sincero perché esprime dei concetti in modo, diciamo, molto emotivo e che è un po’ il senso del film. Io non volevo fare un film intellettuale, ma un film che avesse una grande forza emotiva.

E di Fabrizio Corona che mi dici?

Erik Gandini: Corona mi interessava moltissimo, da un punto di vista umano proprio. Lui è il tipico prodotto di un sistema più grande di lui. In questo senso Corona è interessantissimo perché ha veramente sfruttato al massimo le regole di questo mondo, prima dietro l’obiettivo del fotografo e poi davanti, che è il massimo a cui un pesce piccolo può aspirare. Mi interessava anche questa componente ribelle, quasi politica, che mi ha fatto capire che in Italia la tensione grossa, più che tra destra e sinistra, sia tra chi è in televisione e chi non c’è, tra chi appare e chi non appare. Poi è chiaro che la sua morale, così come era nel periodo in cui l’ho ripreso, mi interessava moltissimo la sua ideologia, potrà essere folle ma è così. Lui è un ribelle che è riuscito ad intrigare tutti questi ragazzi che così si sentono vittime del potere dei vip. Questa è un’altra cosa interessante dell’Italia: se tu vai in giro e chiedi oggi chi detiene il potere in Italia ti dicono i vip! Non i politici, ma i vip! Per cui, ritornando a Corona, il fatto che lui prenda una fotocamera e cominci a ricattare questi qua, fa sì che la gente creda alla sua missione. Invece è sintomatico di un mondo marcio, perché quando anche la “ribellione”, chiamiamola così, è tutta interna allo stesso sistema significa che stiamo messi proprio male.

Hai raccontato questo paese essenzialmente per immagini, usando poche parole. Pensavi forse che questo paese si possa raccontare solo così, visto che ormai le parole qui da noi non contano più di tanto?

Erik Gandini: Non andrei così oltre, così lontano, però ho come l’impressione che in questo paese sia facile essere retorici con le parole, in particolare per indignarsi, e questa è una cosa che la stampa sa davvero fare benissimo. E poi penso che in una videocrazia, come penso sia quella italiana, l’immagine regna e la mia idea era proprio quella di utilizzare le immagini per raccontare quello che le stesse immagini tendono a tacere. E anche questo uno dei motivi per il quale ho deciso di fare una narrazione non indignata e soprattutto poco ironica. Non vedo assolutamente nulla da ridere in questo paese, assolutamente nulla.

Info
La pagina wikipedia dedicata a Erik Gandini.

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