My Son, My Son, What Have Ye Done

My Son, My Son, What Have Ye Done

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Con il suo nuovo film, My Son, My Son, What Have Ye Done, Werner Herzog firma uno sposalizio cinematografico, sorprendente quanto riuscitissimo, con David Lynch.

God and Flamingos

Brad Macallam ha appena ucciso la madre e si è rinchiuso in casa con due ostaggi. Fuori dalla villetta la polizia presidia e controlla la situazione, mentre la fidanzata del giovane, un suo amico e le vicine di casa raccontano la trasformazione psicologica di Brad nel corso dell’ultimo anno, da quando i suoi amici sono annegati affrontando delle rapide e lui è tornato da un viaggio in Perù… [sinossi]

Esistono produzioni artistiche che nascono, si sviluppano e trovano la loro conclusione in uno stato di beatificata grazia; è raro incontrarle, a volte rischiano di sfuggire alla vista dei meno attenti, ma esistono. Un paradigma perfetto – perfino cristallino nella sua trasparenza – di quanto appena affermato è stato possibile riscontrarlo nel primo dei due film a sorpresa del concorso della 66.esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: per quanto Marco Müller e il suo entourage avessero cercato di lasciar torbide le acque, evitando accuratamente di avvertire la stampa sul titolo scelto per quello che è oramai diventato il gioco preferito di questi ultimi sei anni al Lido – e chissà se verrà mai il giorno in cui non si avrà modo di conoscere il film selezionato all’ultimo momento neanche dopo la proiezione – voci incontrollate avevano provveduto a far partire il passaparola sull’approdo in laguna di My Son, My Son, What Have Ye Done.

Sul film si era iniziato a chiacchierare già da qualche mese, per una serie di motivi: si parlava di un film horror, claustrofobico, un’esperienza allucinata. La presenza come produttore esecutivo di David Lynch aveva fatto sì che i più improvvidi si lanciassero in elucubrazioni abbastanza fantasiose, attribuendo al film una serie di peculiarità che, a conti fatti, si sono dimostrate quanto mai inesatte.
Iniziamo col dire che ciò che salta immediatamente all’occhio, durante e dopo la visione di My Son, My Son, What Have Ye Done, è lo straordinario stato di salute del cinema di Werner Herzog, presente in concorso anche con l’altrettanto stupefacente (in qualsiasi modalità si voglia interpretare il lemma) Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans: due film estremamente diversi tra loro, capaci di navigare a distanze persino siderali, ma che palesano una poetica incrollabile, costruita in  maniera certosina anno dopo anno nel corso di quasi cinque decenni (l’esordio al cortometraggio con Herakles è datato 1961).

La polemica dell’uomo con il mondo che lo circonda, l’assoluta inadattabilità dei protagonisti delle pellicole di Herzog alla prassi, la sfida lanciata contro Dio e la natura, l’esaltazione/negazione dell’Übermensch di nietzschiana memoria, sono tutti elementi che ritornano in maniera preponderante anche in quest’ultima fatica produttiva. Ispirandosi a una storia realmente accaduta – ma non così “improbabile” come alcuni hanno voluto sottolineare al termine della proiezione – Herzog ci trascina in un viaggio tra le rapide della psiche, verso una cascata inevitabile (come quella che inghiotte gli amici di Brad) e persino desiderata: il protagonista, giovane aspirante attore, viene sì condotto per mano dalla follia che lo sta passo dopo passo sopraffacendo, ma in realtà è il mondo in cui ha sempre vissuto che si sta palesando in tutta la bizzarria cui ci siamo gradualmente assuefatti.
In un universo in disfacimento, paralizzato in comportamenti sociali standardizzati e rigorosamente racchiusi in compartimenti stagni – i dialoghi del film, peraltro crudelmente efficaci nella loro banale piattezza quotidiana, eccezion fatta per lo scambio di battute iniziale tra Willem Defoe e Michale Peña, sono letteralmente infarciti di locuzioni quali “non si può fare”, “è proibito” e via discorrendo – l’eversione pur estremizzata di Brad non può essere altro che votata al fallimento; personaggio più che mai assimilabile a Don Lope de Aguirre, Fitzcarraldo e Cobra Verde, Brad Macallam è davvero il profeta che dice di essere, ma nel mondo contemporaneo non ha più senso essere portatori di chissà quale verbo.
Siamo al limitar dell’orlo dell’abisso, letteralmente dispersi in un magma antropologico che vede scontrarsi i volti puntuti e fieri dei popoli andini con le casette a schiera, le strutture architettoniche geometriche e asettiche di Calgary con i polverosi viali di una povera cittadina messicana. Così come le geografie delle location, anche la composizione narrativa di My Son, My Son, What Have Ye Done vive di scontri e amalgami impossibili: in un articolato percorso a flashback, narrazione della narrazione cui si prodigano via via tutti i personaggi (anche se, come motore immoto, è proprio lo sguardo di Brad a fungere da primo e principale narratore), riusciamo a cogliere la totalità di ciò che ci viene descritto solo attraverso i particolari, gli aneddoti, i frammenti di memoria. Un’operazione tutt’altro che semplice, anche se c’è chi avuto l’ardire di definire “scolastica” la regia di Herzog: ma su questo forse conviene far calare un pudico velo di silenzio.

A proposito di amalgami, c’è un’alchimia particolare sprigionata dalle immagini di My Son, My Son, What Have Ye Done che ci sembra doveroso rimarcare: per quanto David Lynch si sia limitato a un lavoro di produzione esecutiva, e My Son, My Son, What Have You Done sia firmato in fase di sceneggiatura e regia da Herzog, il film segna uno sposalizio estetico di straordinaria forza e profondissimo senso cinematografico. In più di un’occasione ci siamo fermati a chiederci dove fosse stato posto il confine tra i due cineasti, e non solo per un’acuta e affascinante scelta di cast (con due fedelissimi di Lynch quali Defoe e Grace Zabriskie e Brad Dourif, sodale per eccellenza del regista tedesco), ma per una palpabile creazione atmosferica: non è certo una novità la vicendevole stima tra i due autori, ma mai avremmo pensato che due anime cinematografiche potessero avere la capacità di sposarsi con tale e tanta naturalezza – anche se segnali di un avvicinamento poetico li avevamo avvertiti anche durante la visione di Bad Lieutenant. Marchio di fabbrica lynchiano lo sguardo lanciato sull’America della media borghesia, il dialogo iniziale sul senso del “male” in cui si lanciano i due poliziotti, gli inserti maggiormente diretti verso una visione incubale. Un vero e proprio film di Herzog/Lynch, dunque, che non è un horror, non è claustrofobico e non ci fa sprofondare nell’allucinazione, ma ci annichilisce, lasciandoci letteralmente senza fiato; perché non c’è parola che tenga di fronte all’ineluttabilità della nostra perdizione. E allora forse, sotto sotto, siamo davvero a tu per tu con l’orrore.
Dopotutto, come afferma lo stesso Werner Herzog: “Volevo realizzare un film dell’orrore senza il sangue, le seghe elettriche e le scene cruente, ma con una strana paura anonima che strisciasse piano sotto la pelle”. Operazione riuscita in pieno, aggiungiamo volentieri noi. Purtroppo nessuno avrà il coraggio di assegnarlo, ma il Leone d’Oro 2009 potrebbe aver trovato il suo legittimo proprietario.

Info
Il trailer di My Son, My Son, What Have Ye Done su Youtube
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