Between Two Worlds

Between Two Worlds

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Between Two Worlds, il lungometraggio di Vimukthi Jayasundara, irrompe nel concorso della Mostra del Cinema di Venezia come un lampo nel buio, surreale e immaginifico, metaforico e inafferrabile.

L’albero cavo

Il giovane uomo è caduto dal cielo
I relè della comunicazione bruciano
Fuggire dalla città e dal suo tumulto, tornare alla natura
Entrare in un’altra storia
Quella della leggenda del principe
Con la speranza di un amore
Nascondersi nelle cavità dell’albero
Nulla di ciò che è magico è inverosimile
Ciò che ha avuto luogo ieri può riprodursi domani.

Queste sono le parole che, sulle pagine del catalogo ufficiale di Venezia 66, cercano di svolgere il compito di sinossi per quel che concerne Between Two Worlds (titolo inglese che fa le veci dell’originale Ahasin Wetei), opera seconda di Vimukthi Jayasundara e primo film dello Sri Lanka ad approdare nel concorso ufficiale della Mostra del Cinema; sinossi che è giusta e sbagliata allo stesso tempo, risultato comunque inevitabile data la materia del contendere.

Se nelle prossime ore e nei giorni che seguiranno vi capitasse di leggere recensioni profondamente critiche nei confronti del film in questione, e allo stesso tempo vi imbatteste in disamine al contrario pronte a portare Jayasundara e la sua creatura su un palmo di mano, tra grida di giubilo e astanti prostrati in ossequiosa genuflessione, non strabuzzate più di tanto gli occhi. La verità è che Between Two Worlds è un film programmaticamente creato per dividere perfettamente a metà il pubblico che vi assiste, e questo per motivi estetici, di senso e di approccio al cinema. Comunque, visto e considerato che non disprezziamo l’idea di poter smentire i luoghi comuni, la nostra presa di posizione nei confronti del secondo parto artistico del giovane cineasta cingalese – dopo il plauso collettivo raccolto a Cannes nel 2005 con Forsaken Land – si muove in decisa controtendenza. Certo, aspettavamo senza dubbio qualcosa di ben più convincente da Jayasundara, ma non per questo siamo disposti ad allinearci a chi ha vomitato parole di una durezza priva di compromessi al termine della proiezione.

Iniziamo col dire che Between Two Worlds non è opera da affrontare alla leggera, a meno che non si voglia provare l’esperienza di sbattere ripetutamente contro un muro di cemento armato: l’accumulo di materiale visivo eterogeneo, la scelta pervicace di non seguire in nessun caso un filo spazio-temporale logico, la totale insubordinazione alle regole (non) scritte di molte delle situazioni in cui viene a trovarsi il protagonista della pellicola, fanno sì che solo un’attenzione totale a quanto avviene sullo schermo possa permettere di ottenere una pur minima gratificazione allo spettatore. Ma non è certo sull’apparato proprio della messa in scena che si può pensare di attaccare Jayasundara: anche volendo sorvolare lo splendore della fotografia di Channa Deshapriya – e basta anche solo l’inquadratura iniziale, con quelle montagne disperse nelle nuvole, per lasciarsi avviluppare dalla potenza immaginifica regalataci da Jayasundara – è impossibile non cadere vittima della malia sprigionata dai paesaggi, dal fluido dispiegarsi delle panoramiche laterali, dalle intuizioni al limitar del surreale che esplodono qui e là (e l’incipit urbano, con il cimitero di monitor a invadere le strade, ci ha lasciati sinceramente senza fiato).

Il tutto inizia a farsi decisamente più ingarbugliato, invece, quando si cerca di scavare maggiormente in profondità, inseguendo il senso più profondo dello stare al mondo di Between Two Worlds. [Prendiamoci una breve pausa, durante la quale vi consigliamo di appuntarvi due nomi: Garin Nugroho e Apichatpong Weerasethakul. Quindi riprendiamo il discorso da dove l’avevamo interrotto solo pochi istanti fa.] Il problema, se di problema si vuol parlare, è che il cinema di Jayasundara, pur con tutte le qualità che abbiamo avuto modo di enunciarvi, si trascina dietro a ogni fotogramma un fastidioso sentore di furbizia o, per essere ancora più precisi, di accomodamento su poetiche altrui. La scansione narrativa, la stessa ideologia alle spalle del progetto, appaiono francamente ripescaggi, più o meno raffazzonati, di ipotesi cinematografiche dispiegate con ben maggiore forza e ancor più deflagrante capacità visionaria, dai due registi che abbiamo citato in precedenza. Non che vi sia nulla di scandaloso in questo, sia chiaro: la storia del cinema è piena di autori alle prime armi che, nel tentativo di trovare una propria via espressiva, unica nel suo genere, hanno dovuto prima confrontarsi con coloro che consideravano i maestri a cui volgere lo sguardo con deferenza. E in questo già solo l’aver scelto due registi effettivamente poco allineati come Nugroho e Weerasethakul (ma ci è stato anche chi ha parlato di un ripresa del primo Anghelopulos, paragone questo a nostro modesto avviso più forzato) deve essere considerata una nota di merito per il giovane cineasta.

Between Two Worlds è un’opera interessante, per lunghi tratti quasi ipnotica, firmata da un regista che deve ancora trovare il nucleo fondante della sua messa in scena: per questo ci poniamo nel mezzo, convinti che non ci sia la necessità di stroncare un film che è, di fatto, la dimostrazione palese di una carriera ancora in fieri, e altrettanto certi che siano ben altre le opere di fronte alle quali prorompere in oh di meraviglia. In attesa che il futuro ci dica chi è veramente Vimukthi Jayasundara.

Info
Between Two Worlds su Youtube.
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