Lebanon

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Il Libano e un manipolo di soldati sono al centro di Lebanon, presentato in Concorso a Venezia 2009, ove la rievocazione autobiografica dell’autore – Samuel Maoz, all’esordio nel lungometraggio di fiction – mette in scena la crudele e folle realtà della guerra.

L’orrore della guerra

Basato sulle esperienze dello stesso regista, Lebanon  mostra ventiquattro ore nella vita di quattro soldati israeliani all’inizio della guerra del Libano del 1982… [sinossi]

C’è un tratto che accomuna tante delle storie che provengono da Israele, ed è forse quello che meglio riflette la condizione israeliana nel mondo: è quello dell’isolamento, dell’essere soli a fronteggiare il nemico in una guerra logorante e senza fine. Sul piano strategico e politico Israele è solo, e lo è da tempo ormai, e sempre più spesso al cinema emerge con forza il senso di disagio e di straniamento che tutto ciò produce. È questo il caso, ad esempio, di Beaufort, pellicola firmata da Joseph Cedar nel 2007 e presentata al Festival di Berlino, che vede come protagonisti un gruppo di soldati rinchiusi in un fortezza da difendere ad ogni costo dagli attacchi nemici (siamo al confine con il Libano); oppure dello splendido documentario-animato di Ari Folman, Valzer con Bashir, presentato in Concorso a Cannes 2008, che rievoca i fatti avvenuti in una missione militare compiuta in terra libanese da una pattuglia di soldati; ma è anche il caso di Meduse, senza dubbio il miglior film israeliano degli ultimi anni, capolavoro che pur non trattando temi bellici restituisce abilmente la solitudine mostruosa della società di Tel Aviv oggi. Ancora il Libano e ancora un manipolo di soldati sono al centro di questo Lebanon, presentato in Concorso a Venezia 2009, ove l’ennesima rievocazione autobiografica dell’autore (qui Samuel Maoz, all’esordio nel lungometraggio di fiction) mette in scena la crudelle e folle realtà della guerra.

L’operazione di Maoz è assai simile a quella che compì Cedar nel suo Beaufort: rinchiudere in un determinato luogo (qui un carro armato) un gruppo di soldati in modo da illustrare, nel modo più catartico possibile, la sensazione claustrofobica di essere imprigionati e che lì fuori tutto il mondo ce l’abbia con te. Sorvolando su tutte le questione storiche che sono alla base dell’isolamento della comunità ebraica nel mondo, e dunque concentrandoci sull’aspetto cinematografico che è quello che a noi, in questa sede, maggiormente interessa, possiamo dire che Lebanon si basa sull’idea di un cinema che vorrebbe trasmettere emozioni in modo empatico, attraverso i volti sporchi e stanchi dei soldati rinchiusi, per sbatterci in faccia la dura realtà della guerra e farci rivivere le sensazioni vissute in prima persona dal regista – che comincia così le proprie note di regia nel pressbook: «Il 6 giugno 1982, alle 6.15 del mattino, uccisi un uomo per la prima volta nella mia vita. Non lo feci per scelta, né perché mi era stato ordinato. Fu un’istintiva reazione di autodifesa, un gesto privo di motivazioni emotive o intellettuali, dettato solo dal primordiale istinto di sopravvivenza che non prende in considerazione fattori umani, un istinto che si impone in una persona che si trova di fronte a una tangibile minaccia di morte».
Sulla carta, dunque, il film di Maoz riesce anche grazie al suo esasperato realismo a dare l’idea dell’impressionate gabbia maleodorante e fumosa del carro armato (L’uomo è d’acciaio, il carro armato è solo ferraglia recita una targa all’interno del veicolo), macchina di morte e distruzione chiamata a radere al suolo qualsiasi oggetto sospetto che gli si piazza di fronte. Ma se la narrazione è tutta rinchiusa all’interno del carro, il regista sembra far di tutto per uscirne (almeno formalmente): pare infatti che Maoz non perda occasione per illustrare la realtà dell’ambiente antistante il carro, soprattutto con i continui zoom (difficilmente spiegabili in realtà) che sembrano appunto degli espedienti formali per accrescere emozionalmente certe situazioni già al limite. Sono da interpretare così anche i ripetuti sguardi in macchina/mirino che contrassegnano il film, come se il regista avesse il disperato bisogno di far interagire visivamente i soldati del carro armato con ciò che li circonda. Probabilmente era consigliabile fare il contrario, ovvero ridurre al minimo consentito i contatti visivi tra il carro e l’esterno, proprio per rendere meglio l’isolamento e soprattutto lo spaesamento di questi soldati nel bel mezzo di un conflitto.

Tutti questi dettagli esterni, e alcuni gridano decisamente vendetta (su tutti quello dell’asino che muore, andando addirittura a osservarne i peli del naso mossi dal tenue respiro e la lacrima che scende dagli occhi: vien da chiedersi quanto fosse necessaria un’inquadratura del genere…), ci sono sembrati decisamente superflui, inutili, tesi solamente ad accrescere il transfert emotivo di una pellicola che aveva già tutte le carte in regola per scuotere i nervi degli spettatori. Per fare un esempio riuscito, sempre interno al film, si può osservare la scena notturna nella quale il carro armato rimane intrappolato nelle fondamenta di un palazzo e una musica araba di sottofondo riecheggia come fosse il preludio all’inferno. In quei momenti la pellicola raggiunge senza dubbio l’apice dello straniamento, il tutto ottenuto senza praticamente uscire dalla ferraglia del carro armato, dimostrazione evidente di come si sarebbe ottenuto più o meno lo stesso effetto anche utilizzando al minimo le sortite all’esterno.

Info
Il sito internazionale di Lebanon.
Il trailer italiano di Lebanon.
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