Il grande sogno

Il grande sogno

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I protagonisti de Il grande sogno, che diventeranno intellettuali, artisti, scrittori, esiliati (e) politici, dovrebbero incarnare le diverse sfaccettature di un cambiamento epocale ma sembrano agire in modo meccanico, figli di un’iconografia facile e oramai logora. Ribelli senza causa di un ’68 defraudato di ogni ideologia. In concorso a Venezia 2009.

E finalmente fu il ’69…

Nicola, un bel giovane pugliese, è poliziotto ma sogna di recitare e si trova, invece, a dover fare l’infiltrato nel mondo studentesco in forte fermento. All’università incontra Laura, una ragazza della buona borghesia cattolica, brillante e appassionata studentessa che sogna un mondo senza ingiustizie, e Libero, uno studente-operaio, leader del movimento studentesco che sogna la rivoluzione. Tra i tre nascono sentimenti e forti passioni e Laura – sedotta da entrambi – dovrà scegliere chi dei due amare. [sinossi]
Il ‘68 lo passammo in trincea
gridando forte giù le mani dal Vietnam
era la storia che apriva strade nuove
e finalmente fu il ’69.
e non mi pento del mio passato
ma il ’68 mi ha rovinato.
Mi ha rovinato il 68 – Squallor

Michele Placido torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con Il grande sogno, cinque anni dopo le polemiche scatenate durante e dopo le proiezioni del non proprio brillante Ovunque sei, che venne accolto da sonori fischi e grasse risate da buona parte della stampa – puntualizziamo: riteniamo lecito l’applauso o il freddo silenzio durante i titoli di coda, già non amiamo i fischi et similia, ma le manifestazioni isteriche durante le proiezioni non fanno onore agli spettatori, a maggior ragione se critici cinematografici e giornalisti dello spettacolo. Facile, poi, sparare sulla croce rossa.
Il secondo round stampa-Placido, una sorta di rivincita, si è oggi spostato dal buio della sala al quasi faccia a faccia della conferenza stampa, surriscaldata dalla presenza di Carlo Rossella. Una domanda di troppo (l’incoerenza di una pellicola sul Sessantotto prodotta dalla Medusa) ed è finita in sceneggiata.

Destinato a generare altre polemiche, Il grande sogno ci sembra, prima ancora di essere un film targato Medusa, un calzante esempio degli attuali limiti del regista Placido, ancora lontano dal talentuoso attore Placido, spesso encomiabile. Un artista diviso in due, mai pienamente a suo agio dietro la macchina da presa, nonostante le apprezzabili prove di Romanzo criminale (2005), interessante ma discontinuo, e Del perduto amore (1998), sostenuto da un ottimo cast. Il tentativo di ripercorrere il Sessantotto, il fermento politico, le contraddizioni, i contrasti generazionali e via discorrendo, filtrati da un punto di vista dichiaratamente autobiografico, si rivela un’impresa ardua, che avrebbe richiesto un’analisi più approfondita e diversi spazi narrativi. Placido, anche sceneggiatore, sembra lavorare con troppo materiale, cercando di concentrare in cento minuti il suo percorso formativo, “di un ventenne, meridionale, poliziotto, che dopo aver manganellato gli studenti universitari capisce la loro protesta e passa dall’altra parte della barricata” [1], e la presa di coscienza di un’intera generazione, riassunta in una serie di personaggi più o meno rappresentativi.
I protagonisti de Il grande sogno, che diventeranno intellettuali, artisti, scrittori, esiliati (e) politici, dovrebbero incarnare le diverse sfaccettature di un cambiamento epocale – “A chi mi chiede se poi il 1968 ha cambiato il mondo in meglio o in peggio, dico che se oggi in America abbiamo un presidente come Obama fu grazie alle manifestazioni di piazza e dei giovani pacifisti e dei neri americani che lottavano per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam” [2] – ma sembrano agire in modo meccanico, figli di un’iconografia facile e oramai logora. La stessa messa in scena della protesta studentesca si riduce a una somma di facili equazioni, scivolando pericolosamente nella macchietta, utile più alla spudoratamente pigra coscienza dell’Italia attuale che a una critica rievocazione di quello che è stato il Sessantotto.
Paradossalmente, ogni componente del racconto di Placido rimane sullo sfondo, come una sorta di affresco composto da sfumati bozzetti: il triangolo amoroso, i conflitti familiari, le derive terroristiche, le aspirazioni artistiche e le occupazioni studentesche finiscono per elidersi sullo schermo, negando allo spettatore un concreto appiglio emotivo, storico e critico. Scorrono rapidi gli scontri a Valle Giulia, la morte di Che Guevara, le cariche della polizia e le molotov lanciate da ragazzini troppo immaturi per non sentirsi eroi. E, ancor più paradossalmente, mentre Laura (Jasmine Trinca) e Nicola (Riccardo Scamarcio) si abbandonano alle gioie del sesso, sfuggendo allo scorrere degli eventi, resi sordi dalle loro irrefrenabili pulsioni, si ha la sensazione di essere spettatori di una storia d’amore senza passione, di un Sessantotto senza politica, di una serie di scontri, personali, familiari e collettivi, senza reali motivazioni.

L’insistenza del montaggio alternato (si vedano, ad esempio, l’incipit con Trinca e Scamarcio o gli scontri di Avola), l’improvviso deflagrare di alcune situazioni (si veda la fuga dal battesimo di Andrea), alcune incongruenze narrative (ad esempio, il fulmineo ritorno in divisa, proprio durante una sommossa, dell’infiltrato Nicola) e qualche scelta poco condivisibile (tra tutte, senza dubbio, l’inquadratura insistita dei due bambini nella suddetta sequenza di Avola) non giovano, infine, al complesso dell’opera, troppo lontana dalle dichiarate e omaggiate fonti di ispirazione Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci. I pugni in tasca, i nudi di Jasmine Trinca, così vicini a The Dreamers, Les parapluies de Cherbourg di Jacques Demy, la nouvelle vague e i filmati d’archivio non riescono a restituire le suggestioni di un’epoca così lontana dall’Italia di oggi. Dall’Italia della Medusa. E, purtroppo, di Michele Placido.
Molto più vicino a un prodotto diligente ma televisivo come The ’60s (1999) di Mark Piznarski, piuttosto che a più nobili ritratti generazionali, Il grande sogno finirà per fare fin troppo rumore.

Note
1. dichiarazione di Michele Placido, dal catalogo della 66a Mostra del Cinema di Venezia.
2. idem.
Info
Il grande sogno sul sito di Medusa Distribuzione.
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