Survival of the Dead

Survival of the Dead

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Survival of the Dead è il sesto lungometraggio dedicato da George A. Romero agli zombi. Con un occhio a William Wyler e al mito oramai disfatto dell’America…

L’isola dei morti viventi

In una piccola isola al largo delle coste del Nord America, i morti resuscitano ancora una volta per minacciare i vivi. Gli abitanti dell’isola non sembrano ancora pronti a sterminare i loro cari tornati in vita, nonostante l’evidente pericolo che questi rappresentano. Un ribelle, rifiutando questo stato di cose, stermina numerosi zombie e per questo viene cacciato dall’isola con l’accusa di aver assassinato parenti e amici. Sulla terraferma, in cui la situazione non è meno grave, incontra un gruppo di sopravvissuti che sta cercando un luogo per iniziare una nuova vita… [sinossi]

Molti, davvero molti si erano dimostrati gli scettici allorquando, durante la presentazione della 66esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Marco Müller aveva annunciato la presenza, all’interno del concorso, di Survival of the Dead di George A. Romero.
Non eravamo tra questi.
Molti, davvero molti si sono dimostrati i critici al termine della proiezione stampa, durante le giornate della Mostra, di Survival of the Dead.
Non siamo stati tra questi.

Ma è forse preferibile procedere con maggior ordine: iniziamo col dire che potremmo anche sbagliarci, ma a nostro modesto avviso gran parte dei dubbi che hanno accompagnato la visione del sesto capitolo della saga dedicata agli zombi firmata da colui che non esitiamo a considerare il maestro indiscusso dell’horror moderno, erano (sono) legati a La terra dei morti viventi, quarto episodio del 2005. Un film che all’epoca della sua uscita considerammo a nostra volta un clamoroso scivolone, tentativo piuttosto raffazzonato di virare le timbriche oscure e rarefatte dei primi tre film verso qualcosa di apparentemente nuovo, ma per la maggior parte del tempo inconcluso e stanco. Perché ipotizziamo la serie di sinapsi appena descritte? Per via dei dissesti distributivi cui è andato incontro, nel nostro miserando paese, il sublime Diary of the Dead, in cui l’horror si fa documentario e viceversa, e dove la lettura politica che da sempre accompagna le opere del cineasta statunitense si fonde con una reale e approfondita palingenesi delle forme. Un film purtroppo clandestino nel nostro paese, sconosciuto ai più e sorvolato allegramente anche da buona parte della critica: elemento questo che ha contribuito, siamo pronti a metterci le mani sul fuoco, a leggere nell’attuale stato di forma di Romero una progressiva cancrena artistica, dimostrazione (?) di un’arteriosclerosi creativa impossibile da arrestare. Non ha quindi giovato neanche riscontrare somiglianze tra Survival of the Dead e il già citato La terra dei morti viventi: similitudini, tra l’altro, solo esteriori. Certo, anche in Survival of the Dead si assiste a uno slittamento verso territori non immuni dal germe dell’ironia e del paradosso – i battibecchi tra militari, per esempio, sono figli di un vero e proprio cliché cinematografico e procedono a forza di sconcezze e continui ribaltamenti di senso -, processo completamente bandito agli esordi [1], ma questo non può bastare nell’apparentamento, a nostro avviso davvero troppo forzato, tra le due pellicole.

Al di là di tutto, Survival of the Dead segnala un ulteriore spostamento della poetica romeriana, che pur continuando a girare intorno al medesimo asse non si accomoda, come invece hanno affermato in più d’uno, sul già detto ma cerca di portare a termine una vera e propria variazione sul tema. Romero firma un’opera al contempo basica e deflagrante e in una inattesa, per certi versi, inversione di tendenza si affida a una struttura narrativa lineare e di una semplicità assoluta: non vi è nulla di più del necessario, in Survival of the Dead, nessuna aggiunta inutile, nessun accumulo di materiale e di situazioni, nessuna debordante deformazione grottesca. Siamo al contrario di fronte a un rarefatto – da un punto di vista strettamente narrativo, perché su dialoghi e atmosfere abbiamo già avuto modo di dilungarci in precedenza – percorso che mescola l’horror al western, in un omaggio a Howard Hawks e ancor più al William Wyler de Il grande paese, con un giganteggiante Gregory Peck.

Ma, come detto, Survival of the Dead nasconde al suo interno anche una palese anima deflagrante: se la narrazione preferisce non procedere per accumulo, lo stesso non si può certo dire per quel che concerne la messa in scena della violenza. Qui al contrario si assiste a una vera e propria girandola di intuizioni, più vicine a un certo cinema di serie B – e non vi è alcuna intenzione di dileggiare una pratica produttiva che ha regalato al cinema e ai suoi amanti ben più di un capolavoro nel corso dei decenni – che alla prassi poetica di Romero (non crediamo di poter essere accusati di eresia nell’affermare che Survival of the Dead ha al suo interno un’anima quasi carpenteriana): teste squarciate, bocche letteralmente aperte da morsi, dita staccate sono all’ordine del giorno, così come si moltiplicano all’eccesso le sparatorie, gli inseguimenti, e altre efferatezze varie ed eventuali. Ma anche in questo caso sarebbe un grave errore non comprendere il reale senso di un’operazione simile da parte di Romero: mostrare diventa una necessità oggettiva nel momento stesso in cui viene esplicitato il valore politico che il regista di Martin e La stagione della strega vuole dare alla sua quindicesima creatura. Dopo aver descritto la dissoluzione dell’umanità, la sua lotta contro i “ritornanti” e aver cercato di universalizzare il discorso fino a condurlo alle estreme conseguenze, Romero si riappropria nel nucleo stesso del problema: la lotta diventa quella dei clan, tutto si riduce al minimo, si ritorna all’idea di duello. Un duello impossibile – e straordinariamente reso nell’inquadratura finale, totale lunare da lasciare senza fiato -, perché nell’attaccarsi alla propria bandiera si è perso completamente di vista il senso stesso della battaglia, il motivo scatenante – che non ci è giustamente dato, né per quanto riguarda la discordia tra i due nuclei familiari dell’isola, né per quanto riguarda le ragioni dell’epidemia che porta al risveglio dei famelici defunti – che è alla base del tutto.

Ciò che ci è possibile conoscere sono solo le conseguenze, e la follia “partigiana” che le pervade: nulla di nuovo sotto al sole, si dirà, ma non crediamo che questa possa essere una colpa imputabile a George A. Romero, che regala l’ennesimo tassello indispensabile della sua carriera.

Note
1. Sia La notte dei morti viventi che Zombi sono due perfetti esempi di un cinema raggelato, in cui l’orrore non si meticcia con nulla e preferisce lavorare sottopelle in un continuo crescendo piuttosto che affidarsi a effetti scenici tesi a cogliere di sorpresa e a sconvolgere lo spettatore.
Info
Il trailer di Survival of the Dead.
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