La ragazza che giocava con il fuoco

La ragazza che giocava con il fuoco

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Le emozioni non scarseggiano di sicuro, se si considera il profilo narrativo de La ragazza che giocava con il fuoco, eppure il cambio della guardia tra il danese Oplev e lo svedese Alfredson non è stato affatto indolore. Dalle atmosfere cupe, agghiaccianti, rese da Oplev enfatizzando la lugubre monotonia dei luoghi, si è passati a uno sguardo più frettoloso, in precario equilibrio come la steadycam cui è affidato, tutto teso a tradurre in azione il vorticoso susseguirsi di scoperte da parte dei protagonisti, e dello spettatore.

Lisbeth contro tutti

Due giornalisti della rivista Millenium vengono brutalmente assassinati proprio quando stanno per pubblicare clamorose rivelazioni sul mercato del sesso in Svezia. E sull’arma del delitto ci sono le impronte di Lisbeth Salander, una ragazza che ha alle spalle una storia di comportamenti violenti, considerata pericolosa. Ora Lisbeth è ricercata. Ma sembra che nessuno riesca a trovarla. Intanto, il direttore della rivista, Mikael Blomqvist, non crede a quello che dicono i notiziari: conoscendo Lisbeth, sa che diventa violenta quando ha paura, e cerca in tutti i modi di arrivare a lei prima della polizia. Mentre indaga per ricomporre la trama di un complicato puzzle, Blomqvist si trova a fare i conti con alcuni spietati criminali, tra cui lo spaventoso “gigante biondo” armato di motosega – un omone che non sente il dolore fisico. Nel corso delle sue indagini, Blomqvist scopre anche alcuni tragici e dolorosi eventi della vita di Lisbeth: internata in un istituto psichiatrico a 12 anni e dichiarata incapace a 18, la giovane è il prodotto di un sistema ingiusto e corrotto. Ma più che una vittima impotente, Lisbeth è l’angelo vendicatore che si abbatte su chi le ha fatto del male con una collera terrificante nella sua intensità, ma prodigiosa nei risultati… [sinossi]

Di gran lunga meno riuscito del precedente Uomini che odiano le donne, il secondo capitolo della trilogia Millennium ha comunque il merito di imporre al racconto un ritmo esasperato, facendo sì che l’attenzione del pubblico per i suoi beniamini, Lisbeth e Mikael, resti viva per tutta la durata della pellicola; al punto che per La regina dei castelli di carta, terzo e ultimo film della saga atteso da noi in primavera, si può legittimamente sperare in un finale coi fuochi d’artificio. Al momento, però, c’è da registrare quella parziale involuzione stilistica, da attribuire probabilmente al cambio di regia e ad un approccio meno rigoroso ed organico alle potenzialità, senz’altro elevate, di un materiale narrativo densissimo.
In un film come La ragazza che giocava con il fuoco succede davvero di tutto. La trappola che scatta intorno a Lisbeth mette ancor più in risalto il temperamento della ragazza, la sua volontà di reagire con estrema decisione alle violenze del mondo circostante, recuperando peraltro quell’aura di invincibilità che nel primo lungometraggio risultava appena attutita, evidentemente per scelta dell’autore, allorché dalle pagine dei romanzi è solita trapelare in forma più evidente e robusta. Ma attenzione, se la figura di Lisbeth è sempre in primo piano, lo stesso si può dire dello stoico, incorruttibile Mikael Blomqvist, raffigurato per l’occasione proprio facendo leva sul suo ruolo di giornalista che non ama scendere a compromessi: in Uomini che odiano le donne sembrava che la maggior preoccupazione fosse definirne il carattere, qui invece si intende chiarire e sviluppare il complesso rapporto del protagonista con i colleghi, con le istituzioni stesse, ponendo l’accento sulle coraggiose prese di posizione della rivista Millennium. Cosa succede in concreto? La miccia viene accesa dalla barbara uccisione di due giovani giornalisti, impegnati in una scomoda inchiesta rivolta a stanare i malviventi che in Scandinavia traggono beneficio dal traffico della prostituzione, nonché gli appoggi politici e finanziari di cui costoro godrebbero, così da rivelare all’opinione pubblica connessioni con personaggi insospettabili o addirittura protetti da segreti di stato. L’episodio è destinato a turbare profondamente Mikael, sia per il fatto di conoscere personalmente le vittime, sia per la squallida manovra operata dai nemici di Lisbeth nel tentativo di far ricadere la colpa sulla ragazza, sua amica. Si deve infatti annotare come alcuni elementi seminali del plot di Uomini che odiano le donne giungano finalmente a maturazione. A partire da certi flashback che alludevano ai traumi infantili di Lisbeth: quel padre tiranno affrontato da bambina col fuoco è tornato prepotentemente in pista, facendosi accompagnare da un gigante biondo privo di scrupoli, autentica macchina di morte cui delegare orrendi delitti. Anche la figura del tutore, sadico protagonista di violenze sessuali già castigato nel primo film, continua a beneficiare della dovuta attenzione. Rispetto a questa spirale di orrori l’ostinato Mikael appare in posizione più defilata, ma proseguendo per conto proprio le indagini saprà offrire a Lisbeth il sostegno adeguato, quando la giovane eroina si troverà tutti contro.

Le emozioni non scarseggiano di sicuro, se si considera il profilo narrativo de La ragazza che giocava con il fuoco, eppure, come facevamo notare all’inizio, il cambio della guardia tra il regista danese Niels Arden Oplev e lo svedese Daniel Alfredson non è stato affatto indolore. Dalle atmosfere cupe, agghiaccianti, rese da Oplev enfatizzando la lugubre monotonia dei luoghi ove si sviluppavano le precedenti ricerche, si è passati a uno sguardo più frettoloso, in precario equilibrio come la steadycam cui è affidato, tutto teso a tradurre in azione il vorticoso susseguirsi di scoperte da parte dei protagonisti, e dello spettatore. La stessa natura umbratile, connaturata alle differenze di classe e perciò densa di ambiguità, che gli antagonisti di Lisbeth e Mikael esibivano in Uomini che odiano le donne, sembra aver ceduto il passo a una rappresentazione estremamente fisica del Male, ripiegato ora su figure lombrosiane la cui degenerazione morale pare già iscritta in alcune evidenti difformità: il fisico da culturista dell’imbattibile gigante biondo e la pelle bruciata del suo mandante.

Dispiace anche che certi risvolti dell’indagine, ad esempio quelli relativi al traffico internazionale di prostitute, siano stati sintetizzati in maniera un po’ approssimativa, lasciando supporre una compressione eccessiva, a livello di sceneggiatura, dei temi che proponeva il romanzo. Facile immaginare che i trascorsi di Alfredson, regista con esperienze prevalentemente televisive alle spalle, abbiano favorito un adattamento cinematografico meno brillante del precedente. Il fatto poi che l’autore sia fratello del più talentuoso Tomas Alfredson, cui si deve qualcosa come Lasciami entrare, lezione epocale di sensibilità registica e scavo dei personaggi, lascia spazio a un dubbio: che tra i due ci sia la stessa distanza percepibile tra un Ridley Scott e un Tony Scott?

A parte le facili ironie, questa parziale insoddisfazione dovuta a una regia meno ispirata che in precedenza non ha esaurito il nostro interesse nei confronti di una trilogia, Millennium, che continua a regalare momenti di tensione, forte di un solido intreccio narrativo e di interpreti credibili, ben assortiti tra loro. In fin dei conti siamo nelle mani della sempre più sorprendente Noomi Rapace, di un serissimo ed empatico Michael Nyqvist, cui vanno aggiunti comprimari di assoluto valore come Lena Endre. Con un cast così ben rodato e nella speranza che il regista svedese abbia preso progressivamente confidenza col mondo di Stieg Larsson, attendere fiduciosi La regina dei castelli di carta è qualcosa di più di un atto di fede.

Info
Il trailer italiano de La ragazza che giocava con il fuoco.
La pagina facebook de La ragazza che giocava con il fuoco.
La ragazza che giocava con il fuoco, il sito ufficiale.
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