Un amore all’improvviso

Un amore all’improvviso

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Un amore all’improvviso, quarto lungometraggio del tedesco Robert Schwentke (e secondo hollywoodiano), gioca con il rituale del viaggio nel tempo per costruire una commedia romantica non priva di verve surreale ma priva del coraggio necessario per colpire davvero nel segno. La coppia composta da Rachel McAdams ed Eric Bana funziona ed è ben assortita.

Ti amerei col senno di poi

Henry, un bibliotecario di Chicago, a causa di un suo particolare gene, quando é attanagliato dallo stress viaggia nel tempo, senza che lui possa opporsi in nessun modo. Si trova così a vagare tra le diverse epoche anche per lunghi periodi e questo, naturalmente, rischia di mandare all’aria la sua storia d’amore con Clare, la ragazza di cui é innamorato pazzo; lei dal canto suo, ormai rassegnata, non può far altro che aspettarlo… [sinossi]

Curiosa e interessante la coincidenza che vuole che il padre della fantascienza H.G. Wells scrivesse La macchina del tempo a ridosso, appena un anno prima, dell’invenzione dei fratelli Lumière. Non sappiamo se pensasse a questa connessione Bruce Joel Rubin, lo sceneggiatore di Ghost, quando ha adattato per il grande schermo il best seller La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, titolo che il film mantiene, ma solo nell’originale, diventando per noi con colpevole candore Un amore all’improvviso. Se pensiamo al cinema come un trasferimento in un altro tempo (spazio-tempo a esser giustamente pignoli), ma provando a caricarlo in modo profondamente romantico, come peraltro la fantascienza non disdegna di essere, allora aspettiamoci che si liberino gli aneliti del cuore (e ancor più in una cornice per la massa). D’altronde uno degli esempi più calzanti di Einstein per spiegare la relatività non può che parlare d’amore. Tale ragionamento è anche messo in atto per concedere le attenuanti del caso alla melensità del film di Robert Schwentke (Flightplan, 2005) ma anche per il piacere di ripensare che ognuno sulla Terra per dirla con De André “ha amato sempre e non ha amato mai”, paradosso in cui il tempo sembra non essere influente. Se però l’amore deve proprio esser perfetto cos’è che lo può sconfiggere? La morte si avvicina a farlo, seppur Dante non sia d’accordo, e con lui Rubin. Se il compianto Patrick Swayze riusciva comunque a tornare dal mondo dei morti per riabbracciare la sua cara, cosa potrà il similmente pompato Eric Bana (al cui fisico imponente corrisponde un medesimo talento attoriale) per sconfiggere il destino? La risposta è viaggiare nel tempo.

Rispetto al cult degli anni ’80/’90 sui fantasmi c’è forse una maturazione, avvicinandosi più alle complicatezze, al realismo sui rapporti di coppia raccontato in forma di poesia del geniale Se mi lasci ti cancello, che rimane un esempio insuperato sul discorso della memoria, del tempo segreto e reale dell’amore, nonché della sua crudele serialità. Si ha però l’impressione che i due protagonisti non corrano davvero mai il rischio di lasciarsi, ma il frequente e indesiderato abbandono del tetto coniugale (e, perché no, anche nel momento dei preliminari…) del marito che viaggia a caso nel passato è la base dell’accumulo di gag del film, a volte più a volte meno divertenti.
Ma non è solo il ritmo da malinconica commedia che risalta, quanto quell’assoluto chiudersi a riccio del film totalmente nella coppia. I due si incontrano e reincontrano alla rinfusa in vari momenti della loro vita estranei a chiunque altro, come se il viaggio nel tempo fosse assolutamente solo del proprio vissuto, solo in sé stessi e per sé stessi, una chiave ossessiva di cui spesso l’amore si carica, anche se in questo caso l’ossessione è poco perturbante. Schwentke e Rubin alla fin fine rimangono col piede in due staffe fedeli a un sereno immaginario hollywoodiano, ma talvolta con digressioni verso il maledettismo (e ad un certo punto i due sposini ballano una strana versione per fiati di Love Will Tear Us Apart); una patina che rimane anche nell’interessante incontro “carrolliano” , con lei bambina curiosa e lui quarantenne che racconta storie fantastiche sbucato dal bosco oltre il giardino: interessante proprio in quanto si compie un amore impossibile, seppur verrà consumato anni dopo (e qui con estrema paura dell’illegale si aspettano ridicolmente proprio i diciott’anni di lei per il primo bacio).

Ciò che però certamente dà verve è la non piena appartenenza a talune commedie sentimentali di stampo surreale, e ciò perché l’elemento fantastico sembra più provenire dal cinema di genere, inteso nel senso più puro. Il ritrovarsi nudo all’improvviso in un posto sconosciuto, le fughe dalla polizia e altre peripezie, le apparizioni e le sparizioni improvvise che fanno del protagonista nel complesso un imbranato, anche rappresentate con una certa grettezza e povertà di effetti, non sembrano provenire che da un cinema povero e non da blockbuster, se non paragonandolo (per analogia) a certe chicche presenti nella più famosa saga cinematografica dei viaggi nel tempo, ovvero Ritorno al futuro. Ciò che però risulta un tradimento rispetto a questo sottogenere è l’incoerenza del finale: viaggiare nel tempo ha delle regole, ogni film crea le sue che sono la sua stessa forza, e, come dice Zemeckis, non si può rischiare un paradosso del continuum temporale.

Info
Il trailer di Un amore all’improvviso.

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