Crush

Presentato nella sezione Orizzonti a Venezia, Crush è un film a episodi sul tema dell’amore che mette insieme alcuni dei più talentuosi registi russi di oggi, da Aleksej German jr. a Kirill Serebrennikov, fino a Ivan Vrypayev. Un’opera a tratti altalenante ma anche esaltante, e piena di sana vitalità.

Frammenti di un discorso amoroso

Korotkoye zamykaniye, vale a dire Crush, è composto da cinque brevi storie d’amore, che diventano una dichiarazione dei registi su questo tema. Un calzolaio, un cronista, una turista, il paziente di un manicomio e l’uomo sandwich di un ristorante (travestito da gambero) sono i protagonisti del film: eroi del nostro tempo, di questo tempo senza eroi. Sono tutti accomunati da un’importante qualità umana, la generosità, e dal non aver paura di amare… [sinossi]

Intitolare Crush un collage di sguardi sul sentimento amoroso è scelta di per sé piuttosto interessante, e che apre il fianco a un buon numero di speculazioni, decisamente non superflue; lo stesso dicasi per l’originale Korotkoye zamykaniye, letteralmente traducibile con “corto circuito”. L’operazione portata avanti da Sabina Eremeeva e dallo Studio SLON, giovane casa di produzione di stanza a Mosca, è di fatto ben più coraggiosa di quanto possa apparire a un primo sguardo: i cinque registi scelti per mettere in scena i diversi segmenti che vanno a comporre Crush sono infatti quasi tutti ancora al di sotto della soglia dei quarant’anni (fa eccezione Kirill Serebrennikov, che ne ha compiuti quarantadue quest’anno), e rappresentano più che altro il futuro del cinema russo. Non si ha dunque a che fare con le varie operazione di assemblaggio di cortometraggi che impazzarono nell’Italia degli anni ’60, istantanee sulla penisola nostrana e sui vizi e le virtù dell’umana gente immortalate sullo schermo da alcuni dei più grandi maestri che la Settima Arte italiana abbia mai avuto la possibilità di sfoggiare; e non vi è un granché da spartire neanche con progetti quali il Digital Sam in Sam Saek foraggiato dal Jeonju Film Festival, in cui ogni anno tre tra i più interessanti cineasti contemporanei sono messi al lavoro su un tema. Niente di tutto questo, no.

Ma allo stesso modo non sarebbe corretto confondere Crush neanche con i tentativi di produrre giovani virgulti di casa nostra facendo loro far pratica sulla breve distanza (dice niente il titolo Incidenti?): e già, perché Buslov, German Jr., Khlebnikov, Serebrennikov e Vyrypayev, citati in rigoroso ordine alfabetico, saranno anche dei giovanotti, ma non sono certo alle prime armi. Basterebbe prendere a esempio Aleksei German Jr. e Kirill Serebrennikov per palesare ulteriormente un tale concetto: il primo si è aggiudicato l’anno scorso, con lo splendido Paper Soldier, il Leone d’Argento della Mostra di Venezia per la miglior regia, mentre il secondo è uscito vincitore dalla prima edizione dell’allora Festa del Cinema di Roma grazie all’interessante ma sconclusionato Playing the Victim. E non è probabilmente un caso, dunque, che proprio gli episodi diretti da German e Serebrennikov risultino a conti fatti i migliori del lotto: se German trascina lo spettatore nel passato dell’Unione Sovietica – slittamento temporale che non rappresenta certo una novità all’interno della sua filmografia – mettendo in scena una agghiacciante e dolcissima storia di amore e magia, giocando con mirabile maestria sul paradosso che contrappone il raziocinio scientifico all’illusione visionaria, rappresentati da un lato dal manicomio (e da chi lo gestisce, con metodi a dir poco inumani) e dall’altro dalle stranezze di un paziente poco incline all’assuefazione alla coercizione cui va incontro, Serebrennikov sorprende in pieno facendo deflagrare sullo schermo una devastante opera d’avanguardia pop, intrisa di un’ironia feroce e incontenibile, arricchita da una messa in scena che verrebbe naturale definire post-punk. La storia fuori dall’ordinario dell’uomo/gambero e della sua lotta – involontaria? – contro una società che non potrà mai capirlo, già a suo modo destabilizzante rispetto alla prassi narrativa cui ci si è abituati, diventa una vera e propria corsa contro le ovvietà della messa in scena classica: sospeso tra surrealismo, iperrealismo e pura e semplice devastazione delle forme, Il bacio del gambero è un oggetto inclassificabile e poderoso come un destro sul mento. Imperdibile.

Di grande classe, ai limiti del manierismo (fin dalla scelta di eliminare ogni dialogo dall’intreccio), è invece lo straziante Riparazione urgente, diretto da Petr Buslov: una scoperta decisamente convincente, quella di questo trentatreenne. Trascinando l’impianto scenico fino a lambire i confini della fabula in senso stretto, Buslov racconta un amore impossibile, delicato e destinato a una fine dolorosa; un amore muto sia metaforicamente che materialmente, costretto dalla sua stessa natura a censurarsi agli occhi del mondo. Racchiuso in uno spazio angusto – altra prova della qualità tecnica del cinema del giovane regista – Riparazione urgente è un piccolo gioiello in grado, come tutte le favole che si rispettino, di ammaliare e al contempo atterrire il proprio pubblico. Pregio che sarebbe il caso di non sottostimare. Fiabesco, per quanto ben più ancorato a un codice realista, è anche Vergogna di Boris Khlebnikov, fermo immagine sull’adolescenza moscovita che convince, pur rimanendo ancorato a una serie di cliché e di topoi probabilmente più usurati del resto: ma la recitazione dei protagonisti – annotazione doverosa: tutti gli attori di Crush sfoggiano un’interpretazione ai limiti della perfezione, dimostrando per l’ennesima volta, qualora fosse stato necessario, lo splendore della scuola recitativa moscovita – e la capacità di Khlebnikov di trattare la macchina da presa (movimenti minimi ma sempre essenziali, capacità non banale di gestire e inquadrare lo spazio scenico) permettono di apprezzare la sincerità con cui la storia è stata affrontata. Dopo le lodi sperticate nei riguardi dell’operazione e della scelta dei registi cui affidare i vari cortometraggi, la conclusione si sposta verso una (parziale) conferma in negativo: Ivan Vyrypayev aveva deluso all’epoca di Euphoria, zoppicante fantasmagoria che tanto concedeva da un punto di vista visivo (il folgorante incipit disperso nella steppa) quanto crollava sotto il profilo del controllo dell’opera e del senso che questa avrebbe dovuto acquistare. Sono passati tre anni da allora, ma la musica non sembra essere particolarmente cambiata: certo, Sentire è un passo in avanti, fosse anche solo per la mancanza della fastidiosa prosopopea che ingrassava il primo cortometraggio di Vyrypayev, ma non basta. Il gioco con la videocamera è fin troppo abusato, e la metafora della “comprensione” in grado di superare perfino le barriere linguistiche e culturali è davvero sempliciotta: si tratta tra l’altro dell’unico frammento in cui è possibile riconoscere una vera e propria drammaturgia “da cortometraggio”. Non che questo sia necessariamente un difetto, sia chiaro, ma a fronte della maturità autoriale messa in mostra dai suoi quattro colleghi, Vyrypayev ha ancora molta strada da fare.

Nell’augurio a questo trentacinquenne è impossibile non allegare quello alla definitiva rinascita del cinema russo, storico polmone verde dell’est europeo: le premesse perché questa ripresa possa arrivare a breve ci sono tutte, anche grazie a film come Crush. Ripartire da qui è doveroso. Forse i nostri produttori dovrebbero prendere appunti a riguardo…

Info
I registi parlano di Crush.
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