Hachiko: Il tuo migliore amico

Hachiko: Il tuo migliore amico

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Affidandosi interamente all’ottimo cast a disposizione e a una regia mai invasiva e sempre al servizio della storia, Lasse Hallström con Hachiko punta dritto allo stomaco dello spettatore. Meglio preparare i fazzoletti.

Quando si dice alta fedeltà

Hachiko, A Dog’s Story, emozionante riadattamento americano di un famoso racconto giapponese ispirato a una vicenda vera, è la storia di Hachi, un cane di razza Akita, e dell’amicizia speciale con il suo padrone. Ogni giorno Hachi accompagna il professor Parker alla stazione e lo aspetta al suo ritorno per dargli il benvenuto. L’emozionante e complessa natura di ciò che accade quando questa routine viene bruscamente interrotta rende la storia di Hachi una favola per tutte le età. L’assoluta dedizione di un cane nei confronti del suo padrone ci mostra lo straordinario potere dei sentimenti e come anche il più semplice fra i gesti possa diventare la più grande manifestazione di affetto mai ricevuta… [sinossi]

La cospicua filmografia cinofila si arricchisce di un nuovo titolo, uno di quelli capace di far vacillare anche il più gelido dei cuori, già messo a dura prova da un altro protagonista a quattro zampe recentemente apparso sul grande schermo, il Marley di Io & Marley. Se il labrador della commedia diretta da David Frankel è riuscito a commuovere e a far sorridere le platee di mezzo mondo, l’akita di nome Hachiko dell’omonima pellicola di Lasse Hallström ce la mette davvero tutta per demolire le ultime resistenze. E allora giù con lacrime a volontà che finiscono con l’inondare i fazzoletti e le camicie immacolate di chi si è offerto gentilmente di prestare la propria spalla come consolazione.
Il regista svedese, che di cani se ne intende (e non ci riferiamo a nessuno degli interpreti delle sue pellicole precedenti) per aver portato con successo (due candidature agli Oscar) nelle sale le disavventure di un dodicenne e della coraggiosissima quadrupede spaziale Laika ne La mia vita a quattro zampe, a distanza di ben ventiquattro anni torna a raccontare una storia di fedeltà e amore incondizionato tra il miglior amico dell’uomo e il suo padrone in Hachiko: Il mio migliore amico. Per farlo ha scelto una storia tristemente vera, che ha commosso e segnato la vita di intere generazioni del Sol Levante, trasformandola in una favola strappalacrime che trasuda un mix di tenerezza e umanità. Una storia nota che in Giappone ha trovato spazio tanto nella tradizione orale quanto in quella letteraria e cinematografica, fino a diventare l’origine di una vera e propria ricorrenza festiva. Il film di Hallström, a sua volta remake del pregevole Hachiko Monogatari (1987) di Seijiro Kōyama, ci trascina dalla Tokyo degli anni Venti al Connecticut dei giorni nostri per narrare le gesta del fedele cagnolino nipponico, celebre per aver aspettato in una stazione ferroviaria per dieci lunghissimi anni il ritorno dell’amato padrone deceduto.

Nel ruolo dell’amorevole padrone un Richard Gere perfettamente a suo agio, sobrio e mai eccessivamente sopra le righe, che torna a lavorare con il regista di Chocolat a tre anni di distanza dallo spionistico e interessante L’imbroglio – The Hoax, anch’esso presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma.
Hachiko: Il mio migliore amico non tradisce mai le aspettative del pubblico, rimanendo fedele alla tradizione favolistica di stampo squisitamente hollywoodiano che sfocia nell’inconfondibile retrogusto disneyano. Lo script in tal senso non fa sconti, non risparmia momenti dal forte impatto emotivo, scorrendo tranquillamente fino all’ultimo fotogramma senza intoppi di nessun tipo. Il rischio è ridotto al minimo e la narrazione viaggia comodamente sui binari della prevedibilità. Storia, personaggi e situazioni sono cuciti su misura. Niente è mai fuori posto, come un puzzle dove tutti i tasselli trovano la loro giusta collocazione. Il risultato non esalta, ma quantomeno raggiunge lo scopo che si era prefissato, ossia commuovere e far sorridere. Hallström dal canto suo si adegua alla situazione, accomodandosi su un tappeto di certezze fatto di quelle sicurezze che in passato non lo hanno sempre supportato e difeso; basta pensare al già citato Chocolat o a Il vento del perdono. Il regista mette da parte quelle velleità tecnico-stilistiche che in più di un’occasione hanno finito con l’affossare progetti ambiziosi come Casanova o The Shipping News, affidandosi interamente all’ottimo cast a disposizione e a una regia mai invasiva e sempre al servizio della storia, come già accaduto con buoni risultati in Buon compleanno Mr. Grape e Le regole della casa del sidro.

La soggettiva di Hachiko è un peccato di gola che si può perdonare, perché resta l’unica “meteora” visibile in un racconto fatto di quadri e immagini semplici, ma tremendamente efficaci. Qui il margine di errore è molto basso per il semplice motivo che una storia così carica di emozioni difficilmente non riesce a far breccia nel pubblico. Lo si può apprezzare più o meno, ma lo stroncarlo significa sparare sulla croce rossa. La pellicola punta dritta dritta alla massa, senza preclusione in termini di età e non si vergogna a dichiararlo apertamente fin dalla prima inquadratura. Questo lo rende un film per tutti, semplice e a tratti ingenuo, nell’accezione più nobile del termine. Una piccola favola per grandi e piccini. Niente di più e niente di meno.

Info
Il sito italiano di Hachiko: Il tuo migliore amico.
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