After

Il cineasta spagnolo Alberto Rodríguez con After si lancia nel racconto della crisi dei trentenni: crisi economica, affettiva, sociale, relazionale. Peccato che sembri sempre mancare il guizzo definitivo. A Roma 2009.

La rimpatriata

Ana, Manuel e Julio, amici di vecchia data, si reincontrano dopo parecchio tempo e cominciano un viaggio al termine della notte alla disperata ricerca di divertimento: sesso, droga e alcool, tutto pur di sfuggire alla realtà che li circonda. [sinossi]
I love my mother
I love my father
I love my sisters, too.
I bought this guitar
To pledge my love
To pledge my love to you
Smog, Rock Bottom Riser (2005)

Esterno notte. Due uomini e una donna camminano su una strada ben illuminata. I due uomini stanno cingendo la donna con le braccia. Tutti e tre sono sudati ed euforici. Quella appena descritta è la scena d’apertura di After, opera numero cinque (la terza senza la co-regia di Santi Amodeo) di Alberto Rodríguez, tra i volti del cinema spagnolo contemporaneo uno dei più ammirati e vezzeggiati; è dopotutto impossibile non riconoscere al trentottenne regista di Valencia una notevole verve immaginifica, nonché un’innata propensione alla messa in scena. A evidenziare questo tratto peculiare del suo curriculum artistico è proprio After, notturno viaggio agli inferi – o, per essere più precisi, nella dispersione del limbo – di tre quarantenni che nascondono, dietro un’apparenza solida e uno status civile invidiabile, l’esplosiva pericolosità di un sommovimento emotivo. Sarebbe interessante leggere After come una versione, minimale e temporalmente più breve, tanto del Decamerone quanto de La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe: come Boccaccio e Poe, infatti, anche Rodríguez fa reagire i suoi protagonisti, di fronte alla morte (in questo caso puramente sociale), con un inaspettato, folle e autodistruttivo agguato alla vita. Nella dissoluzione di una notte in cui tutto sembra essere concesso, Manuel, Ana e Julio assaporano l’illusione di una libertà dagli standard cui sono avvezzi: una libertà che però, privata di uno scopo finale, si trasforma in puro e semplice imbarbarimento dei costumi. L’ossessionante refrain delle sniffate di coca, l’insistita partita a un gioco sessuale che chi vuole non può compiere e viceversa, palesano ben presto la disperazione di tre esistenze sconfitte dalla stessa vita che si sono costruite addosso con un metronomica precisione.

Nulla di troppo dissimile, a ben vedere, dalla millantata “crisi dei trentenni” di cui divenne discutibile cantore, un decennio fa, Gabriele Muccino: ed è proprio qui che sorgono i primi problemi. Rodríguez è cineasta decisamente più ispirato e “sincero” rispetto all’autore de L’ultimo bacio, ma non riesce ciononostante a evitare una schematicità di situazioni e reazioni psicologiche che finiscono ben presto per appesantire l’opera, inceppandone gli snodi narrativi e diminuendo la potenza dell’impatto sullo spettatore. A funzionare alla perfezione, sullo schermo, sono i volti di Tristán Ulloa, Guillermo Toledo e Blanca Romero: nei loro sguardi, nei loro gesti, si nasconde un duello ancestrale e innato, in cui l’uomo si contrappone suo malgrado all’uomo. Sarebbe bastato, per far deflagrare con forza sullo schermo il potenziale poetico architettato da Rodríguez in fase di sceneggiatura, lasciare questi corpi alla deriva e riprenderli; sarebbero bastate le loro azioni a scoperchiare il vaso di Pandora doloroso e pessimista che il cineasta andaluso sembra voler regalare al suo pubblico. Invece Rodríguez, forse peccando di troppa poca fiducia nelle sua potenzialità visive, si lascia ingabbiare da una struttura narrativa categorica ed eccessivamente geometrica: tanto si slabbrano le vicende dei nostri (anti)eroi sullo schermo, quanto a ciò corrisponde un rigore strutturale che non riesce davvero a convincere. La tripartizione della trama, quel ciclico ritornare sulle medesime situazioni modificando il punto di vista (anche sonoro, visto l’utilizzo della splendida Rock Bottom Riser di Smog, il cui testo apre e chiude questa recensione), pur apprezzabile da un punto di vista squisitamente tecnico e teorico, appare più che altro come un escamotage cinefilo, poco coerente con l’universo che viene dispiegato sullo schermo. Non è, a essere onesti, neanche l’unico esempio di una sotterranea incapacità a distaccarsi dai modelli autoriali presi a riferimento nel corso degli anni da Rodríguez: si veda, in tal senso, l’insistito ritorno all’immaginario fantascientifico, da L’invasione degli ultracorpi fino a Blade Runner (le bizzarre domande che Julio pone alle persone che deve assumere).

Ennesimi segnali di un cineasta decisamente interessante, ma ancora incapace – con ogni probabilità – di gestire al meglio la materia umana che ha a disposizione. After avrebbe potuto essere una vera e propria bomba a mano lanciata nel bel mezzo del salotto borghese spagnolo (e, per estensione, in quello occidentale), ma si limita a graffiare solo ed esclusivamente la superficie, permanendo – come i suoi protagonisti – nel limbo generalista del “ben girato”. Peccato, un’occasione sprecata.

I left my mother
I left my father
I left my sisters, too
I left them standing on the banks
And they pulled me out
Of this mighty, mighty, mighty river
Smog, Rock Bottom Riser (2005)
Info
After, il trailer.

  • after-2009-alberto-rodriguez-01.jpg

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