My Flesh My Blood

My Flesh My Blood

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Tra il dramma e la commedia sentimentale, My Flesh My Blood di Marcin Wrona paga una sceneggiatura non perfetta, ma si salva grazie a una regia matura e al contributo degli interpreti. Al Festival del Film di Roma, nella sezione L’Altro Cinema/Extra.

I pugni in tasca

Igor è un pugile che non può più combattere perché il suo cervello è fortemente danneggiato a causa dei colpi subiti nella sua attività in passato. Yien Ha è invece una immigrata vietnamita che lavora in un piccolo ristorante etnico. Lui vuole un figlio per lasciare il segno del proprio passaggio, lei ha bisogno di un permesso di soggiorno per restare in Polonia. Stringeranno un accordo con cui ognuno potrà ottenere quello che vuole… [sinossi]

Ci sono stati e ancora ci saranno esseri umani destinati a lasciare una traccia indelebile nella storia o nel ricordo dei propri cari e altri, che al contrario, non sono stati in grado di ritagliarsi nemmeno un minuscolo spazietto nel cuore e nella mente di chi ha avuto la (s)fortuna di conoscerli. Li chiamano “invisibili”, peccatori o rinnegati, persone che per un motivo o per un altro si sono ritrovati soli a fare i conti con il proprio presente, sapendo di non avere alcun futuro per colpe ed errori commessi in passato. Igor, pugile polacco costretto al ritiro per gravi lesioni al cervello, dedito a eccessi di ogni genere (droghe, prostitute e alcool a volontà) e in preda a una crisi depressiva, è uno di questi.
Inseguito dai fantasmi di un passato che tornano a tormentarlo, il protagonista di My Flesh My Blood è costretto così a rivedere la sua vita al microscopio per darle quantomeno un senso prima che sia troppo tardi. La malattia mortale diagnosticatagli dopo un ultimo incontro sul ring non fa sconti e nel suo caso non ha nessuna intenzione di farne. Ma l’occasione per continuare a vivere nei pensieri di qualcuno non si fa aspettare, anche perché le lancette dell’orologio scorrono sempre più velocemente, e l’occasione ha il volto gentile e delicato di Yen Ha, immigrata vietnamita che lavora come cameriera in un ristorante etnico nella periferia di Varsavia. Tra loro nasce una sorta di accordo: lui vuole un figlio per lasciare il segno del proprio passaggio, lei ha bisogno di un permesso di soggiorno per restare in Polonia. Come accade nella stragrande maggioranza dei casi il meccanismo finisce con il rompersi, perché quando entrano in gioco i sentimenti non ce n’è per nessuno. Igor, da sempre abituato a prendere a pugni sia dagli avversari sul ring che dalla vita in generale, inizia così un percorso personale alla ricerca della redenzione.
Yen Ha, interpretata dalla sorprendente esordiente Luu De Ly, lo traghetterà lungo questo viaggio di sola andata alla conquista di un piccolo angolo di paradiso, quello che sembrava perduto da tempo.

My Flesh My Blood, opera prima di Marcin Wrona, scopre subito le sue carte abbandonando immediatamente la linea pugilistica per avventurarsi sul campo della commedia amara. Non è un film sulla boxe, ma dall’arte nobile prende spunto e simboli: il bisogno di combattere, il riscatto personale, il ring come spazio circoscritto nel quale confrontarsi con se stessi e con le proprie paure.
La pellicola del regista polacco, presentata fuori concorso alla quarta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma nella sezione L’Altro Cinema/Extra, offre al pubblico un ping pong di registri e generi differenti proposti attraverso una cangiante successione non sempre chiara e lineare di ironia, dramma e sentimento. Lo script presenta molti alti e bassi dovuti all’incapacità strutturale e narrativa di tenere in piedi situazioni, dialoghi e raccordi. Ne risentono in primis gli attori, che nonostante tutto riescono a dare comunque spessore e credibilità ai rispettivi personaggi. Eryk Lubos, nei panni di Igor, regge l’urto e dà tutto se stesso per far fronte alle pecche dialogiche e narrative della sceneggiatura firmata dal terzetto formato da  Marcin Wrona, Grazyna Trela, Marek Pruchniewski. Merito di un cast di contorno di buon livello che lo supporta e lo sopporta anche nei momenti più delicati.

A fronte di una sceneggiatura debole, che brilla solo di rado quando a farla da padrona è la commedia sentimentale, My Flesh My Blood, al contrario, mette in evidenza una certa maturità sul versante più squisitamente registico. Wrana, nonostante qualche leziosaggine qua e là non perfettamente funzionale alla narrazione, dimostra una solidità stilistica notevole, frutto di un’attenzione nei confronti dei piccoli dettagli. Cambi di fuoco, capovolgimenti stilistici (macchina a mano “sporca” e chirurgici movimenti più elaborati non fanno mai a cazzotti, ma si alternano in maniera perfetta), cambi di ritmo e un buon gusto per l’inquadratura dal punto di vista della sua composizione, consegnano al circuito internazionale un autore da tenere sicuramente sott’occhio.

Info
Il trailer di My Flesh My Blood su Youtube.
  • My-Flesh-My-Blood-2009-Marcin-Wrona-01.jpg

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