Fratelli d’Italia

Fratelli d’Italia

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Presentato in concorso nella sezione L’altro cinema – Extra della quarta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Fratelli d’Italia riesce a recuperare la lezione di Vittorio De Seta; si spera che il film di Giovannesi valga d’esempio al nostro futuro cinema documentario, quale riscoperta del valore indispensabile dell’estetica nell’ottica di uno sguardo etico sul mondo e in particolare su quel disastrato paese che ha nome Italia.

Viva l’Italia, l’Italia tutta intera

Tre adolescenti stranieri, o meglio, italiani di seconda generazione, porgono alla videocamera, senza cautele, aspirazioni, affetti, humour e rabbia. L’attesa, il risentimento, il sogno e anche l’ironia o l’isolamento come difesa: un laboratorio multiculturale a cielo aperto dove la cadenza rumena, i riti islamici e un fidanzato in Ucraina scandiscono un vissuto a cavallo tra mondi remoti e incombenti il cui unico spazio di sintesi è la vita e il corpo di un teenager. Tutti frequentano lo stesso istituto tecnico di Ostia, dove l’occhio mobile e fiancheggiatore del film costruisce, con scattante curiosità e alcun pregiudizio, la scena viva e cruciale dell’identità e dell’integrazione… [sinossi]

Forse finalmente qualcosa sta cambiando nel cinema italiano, quantomeno nel modo di rappresentare la figura e il ruolo del migrante. Il documentario Fratelli d’Italia di Claudio Giovannesi, presentato in Concorso nella sezione L’altro cinema – Extra della quarta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, ne è un chiaro esempio. Il secondo lungometraggio del giovane regista romano ha come set Ostia, territorio d’oltre-periferia in cui l’immigrazione è una realtà molto più radicata di quanto non sia nei confini urbani della Capitale (e lo dimostra anche il coevo Alza la testa di Alessandro Angelini che, anch’esso girato tra Ostia e Fiumicino, costruisce una articolata mescolanza di amicizie, amori e odi tra borgatari e migranti).
Fratelli d’Italia racconta con sensibilità gli umori e i disagi esistenziali di tre ragazzi iscritti all’Istituto Tecnico “Toscanelli”: Alin, rumeno, fatica a convivere con i compagni di classe; Masha, bielorussa adottata da una famiglia italiana, vorrebbe tornare nel suo paese per ritrovare il fratello; Nader, figlio di egiziani, è un migrante di seconda generazione fidanzato con una ragazza italiana e per questo motivo si scontra perennemente con i propri genitori.

Claudio Giovannesi, che ha seguito i ragazzi per un intero anno scolastico, dimostra da subito di essere riuscito a ottenere la loro fiducia, elemento indispensabile per un film che si propone di documentare il privato delle persone. E già questo è un fattore che depone senza dubbio a favore di Fratelli d’Italia; quel che poi però segna davvero uno scarto rispetto al più recente “cinema della realtà” nostrano è il modo in cui Giovannesi ha deciso di raccontare i suoi protagonisti. Costoro non guardano mai in macchina, non parlano di sé stessi, ma agiscono, litigano, discutono, piangono di fronte a noi; vivono insomma la loro vita, seguiti passo passo dal regista che si investe del ruolo antropologico di osservatore partecipante. Le possibilità di sbagliare a fronte di una scelta siffatta erano molteplici: scarsa naturalezza della recitazione (si veda in tal senso un esempio riuscito a metà come Le ferie di Licu, 2006, di Vittorio Moroni), tendenza a forzare narrativamente e drammaticamente le vicende che scorrono davanti ai nostri occhi, rischio di rendere le vite e le relazioni dei personaggi poco intellegibili in assenza di momenti esplicativi o di guide.
Se però all’inizio della storia di Alin si riconoscono alcune incertezze, dovute a un uso eccessivo della musica tesa a direzionare con precipitazione i sentimenti dello spettatore, poi Giovannesi riesce a trovare un invidiabile equilibrio cui non cederà più per il resto del film. E non solo i ragazzi recitano sé stessi con semplicità grazie alla confidenza raggiunta con il regista (chissà quanti ciak avranno dovuto fare…), ma anche le loro vicende si colorano immediatamente di forza drammatica e ciò lo si deve alla già matura consapevolezza che Giovannesi ha del funzionamento della macchina-cinema.

Ne La casa sulle nuvole, lungometraggio d’esordio dell’autore, si era già potuta apprezzare una notevole tecnica registica che privilegiava una “sensuale” e jazzistica macchina a mano a una più “razionale” e geometrica steadycam. Fratelli d’Italia conferma questa tendenza e allo stesso tempo la perfeziona, poiché riesce a rispecchiare e a “setacciare” esattamente i conflitti interiori ed esteriori che agitano i tre protagonisti (mentre ne La casa sulle nuvole si coglieva nella seconda parte una certa stanchezza che era il risultato di qualche passaggio a vuoto della sceneggiatura).

Non ci pare infine azzardato affermare che Fratelli d’Italia, per una precisa e rigorosa attenzione alla messa in scena, sia riuscito a recuperare la lezione di Vittorio De Seta; si spera perciò che il film di Giovannesi valga d’esempio al nostro futuro cinema documentario, quale riscoperta del valore indispensabile dell’estetica nell’ottica di uno sguardo etico sul mondo e in particolare su quel disastrato paese che ha nome Italia.

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Il trailer di Fratelli d’Italia.
  • Fratelli-dItalia-2009-Claudio-Giovannesi-01.jpg

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