Mamachas del Ring
di Betty M. Park
L’originalità della struttura a tre dimensioni è la colonna portante di Mamachas del ring, ma anche l’elemento che in più di un’occasione fa vacillare il bel castello di carte così faticosamente eretto dalla Park.
Non fatele arrabbiare
Sulle pendici delle Ande boliviane, un gruppo di indomite donne locali organizza un campionato femminile di lucha libre – l’equivalente del wrestling americano – scontrandosi con la diffidenza e i pregiudizi del paese intero. In poco tempo, però, diventano le beniamine del pubblico e si ritrovano a dover affrontare il combattimento più ostico, contro la gelosia e l’avidità di chi vuole sfruttarne l’immagine vincente. Lo sfrenato talento visivo della regista Betty M. Park integra con animazioni in stop-motion una storia di riscatto femminile dai colori sgargianti, in cui la dignità e la tradizione, il documento e la caricatura, si coalizzano contro ogni sopruso. Una incursione unica nel suo genere. [sinossi]
Diverte ma non convince a pieno la prima fatica documentaristica di Betty M. Park, che per il suo esordio alla regia, dopo una carriera da montatrice di serial televisivi, sceglie di raccontare il mirabolante e affascinate mondo della lotta libera femminile boliviana nel suo Mamachas del Ring. Presentato in concorso nella sezione L’Altro Cinema/Extra della quarta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, il documentario prende spunto dalla storia di Carmen Rosa la Campionessa, una cholita e una wrestler professionista che lotta per creare e crescere il primo team di wrestling gestito da donne in uno sport dove vige un maschilismo imperante. Fino all’arrivo di Carmen, la Bolivia non aveva mai visto una donna indossare sul ring la sottoveste e la bombetta nazionalpopolare. Di conseguenza, il successo è immediato tanto da farla divenire l’idolo della folla. Ma le pressioni della vita quotidiana e le sue responsabilità di madre e moglie cominciano ben presto a farsi sentire, finché un giorno suo marito la mette di fronte a una dura scelta di vita: il wrestling o la famiglia.
Mamachas del Ring è un film sulla passione, su ciò per il quale siamo disposti a combattere e la protagonista di smettere di farlo non ci pensa minimamente nel vero senso della parola. Giorno dopo giorno lotta per se stessa, contro il pregiudizio della gente, anche se questo significa collezionare sul proprio corpo cicatrici, lividi e tante delusioni, umane quanto professionali. Tutta questa passione traspare chiaramente da ogni singola inquadratura e questo è forse l’elemento in più di un progetto dal quale trasuda sincerità, profondo coinvolgimento e una buona dose di ironia. Ma al di là della componente squisitamente empatica, va riconosciuto alla neoregista canadese il merito di aver costruito all’interno di un meccanismo tipicamente documentaristico, portato avanti attraverso una successione di interviste, un’interessante struttura narrativa basata su una suddivisione in tre dimensioni: due reali e una immaginifica. La prima dimensione si riferisce al mondo in cui Ana Polonia Chukra, la persona dietro la figura pubblica della wrestler Carmen Rosa, vive la propria vita di madre, moglie e donna Aymaran (popolazione che vive prevalentemente nelle vicinanze del Lago Titicaca tra Perù, Bolivia, il nord del Cile e il nordest dell’Argentina, ma che in realtà non identifica un sotto-gruppo etnico vero e proprio). A questo piano esponenziale si associa anche un altro elemento rilevante che emerge prepotentemente dal lavoro della Park, ossia questo scontro/incontro tra vita pubblica e privata che dà origine a momenti e spunti di intensa riflessione. Quanto della propria vita privata siamo disposti a sacrificare a quella pubblica per uscire dall’anonimato? Ana Polonia Chukra alias Carmen Rosa la Campionessa è in tal senso un simbolo forte di questo conflitto interiore, un conflitto che la regista prova a semplificare nei pochi ma significativi minuti finali dell’epilogo. La seconda dimensione, invece, è quella più prettamente ludica e agonistica legata al wrestling, il pianeta abitato e vissuto intensamente dalla protagonista, l’incomparabile leader di un gruppo di lottatrici senza paura pronte a tutto pur di conquistare uno spazio nel gota della lotta libera. La terza, infine, è una dimensione artificiale fatta di argilla vista dalla prospettiva di Carmen e che nasce dall’intersezione dei piani concretamente reali. Attraverso l’utilizzo dell’animazione realizzata con la tecnica passo uno la Park partorisce il mondo al di fuori del ring visto dalla stessa Carmen Rosa e narrato mediante la metafora del ring. Questa realtà alternativa porta sullo schermo il flusso mnemonico della protagonista, che la regista utilizza di volta in volta in chiave comica e drammatica come dei flashback, dei flash forward o come degli stravaganti materiali di repertorio.
Dunque è l’originalità della struttura a tre dimensioni la colonna portante di Mamachas del Ring, ma anche l’elemento che in più di un’occasione fa vacillare il bel castello di carte così faticosamente eretto dalla Park. La loro concatenazione non funziona sempre come dovrebbe, causando una perdita graduale di attenzione da parte dello spettatore sulle importanti e delicate questioni sollevate durante il documentario. Costretto a ricucire continuamente il filo del discorso, sballottato continuamente qua e là da un episodio all’altro della vita della donna, lo spettatore finisce purtroppo con il perdersi nel fiume di parole e immagini. Un gran peccato!
Info
Il trailer di Mamachas del Ring.
La pagina facebook di Mamachas del Ring.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Mamachas del ring
- Paese/Anno: Bolivia, USA | 2009
- Regia: Betty M. Park
- Sceneggiatura: Betty M. Park
- Fotografia: Alexander Ramirez Muñoz
- Montaggio: Betty M. Park
- Interpreti: Carmen Rosa
- Colonna sonora: M.G. Espar
- Produzione: My Tragic Uncle Productions
- Durata: 75'




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