Vision

La grande cineasta tedesca Margarethe von Trotta torna alla regia con Vision, accorato ritratto di Hildegard von Bingen, santa di cui viene messa in rilievo la ricerca del divino negli elementi naturali. Peccato per qualche semplificazione di troppo nella ricostruzione d’epoca e per una forma meno convincente di altre occasioni.

Non sono come tu mi vuoi

Hildegard von Bingen, di una nobile famiglia tedesca, dalla nascita promessa a Dio, a otto anni è consegnata a un monastero benedettino. Storia vera di una religiosa esperta in medicina con il dono delle “visioni”, una ribelle che ha cambiato le regole religiose. [sinossi]

Il ritorno alla regia di Margarethe von Trotta con Vision a tre anni dall’ultimo lungometraggio (Io sono l’altra) è ancora una volta un’analisi della storia vista da un punto di vista femminile. Se in Rosenstrasse ad esempio ci si concentrava sulla Seconda Guerra Mondiale e la persecuzione ebraica, ma prendendone un aspetto piuttosto singolare (il punto di vista delle mogli dei deportati), in questa occasione invece è la storia del Medioevo a essere rivisitata e messa in discussione attraverso le vicende di Hildegard von Bingen, santa tedesca di grande rilevanza nella storia del cattolicesimo. Costei, come ci informa un trafiletto dopo i titoli di testa, fu importante per i suoi studi di medicina e di scienze naturali, con una visione del divino profondamente legata agli elementi del mondo animale e vegetale. Il punto di partenza di Vision sembra dunque particolarmente interessante, oltreché di una certa ambizione, e l’autrice tedesca si cala in tutto e per tutto nell’austerità dei monasteri antichi e la loro natura disadorna, come si confà alla dimore dei benedettini. Se la scelta delle scenografie è quanto mai in linea con l’iconografia dell’epoca, l’interesse peculiare di von Trotta è comunque destinato ai volti, con concentrazione particolare sugli occhi, che nascosti nell’abito talare restano l’unico reale appiglio per mostrare la natura intima dei personaggi. Molto suggestivi sono quelli azzurri di Barbara Sukowa, a cui ci si affida per evocare da una parte la sua intensa spiritualità, dall’altra un forte carisma, la fascinazione con cui colpisce le sue adepte. Le premesse sono dunque interessanti, ma occorre fare i conti con tutta la parte dialogica che si mostra quanto mai complicata, poiché occorre parlare dell’evoluzione teologico-esistenziale della protagonista, dei suoi studi scientifici, delle intricate vicende politiche partendo dalle influenti file ecclesiastiche, e allo stesso tempo del suo sentito rapporto con le consorelle.

La carne al fuoco è molta e von Trotta perde progressivamente l’equilibro, finendo per dimenticare anche una certa autorialità e arrendendosi in fin dei conti a quello che è un soggetto interessante ma raccontato a mo’ di romanzo di costume: l’importante è vedere come va a finire, facendone perdere la complessità. Nella figura della santa potrebbe esserci molta ambiguità ma è sviluppata solo in parte, in quanto la sua coraggiosa lotta verso il maschilismo clericale, mai scalfito anche ai giorni nostri, è anche frutto di una malcelata voglia di fama e protagonismo, un lasciare il segno nella Storia; tuttavia a suo modo proprio la dimostrazione che se ci si erge a profeti, a capi popolo spirituali, anche con bramosia, è proprio perché in altro modo non sarebbe possibile nemmeno essere considerati. Sembra più venire da questa impellenza il suo misticismo, il racconto delle apparizioni che le daranno appunto quel credito e quel potere che altrimenti non avrebbe mai avuto, facendola addirittura arrivare alla corte di Barbarossa e dandole la gioia di conoscere gli studiosi di ogni parte del mondo. Gloria terrena si direbbe, ma questa è la lezione più grande che sembra darci Hildegard in un mondo immutabilmente gerarchico e segnato sin dalla nascita dal sesso d’appartenenza e dal ceto e che nemmeno la fede più agguerrita può cambiare. Eppure sembra che la regista di Anni di piombo voglia negare, solo accennandola, questa ipocrisia necessaria per sfuggire dall’anonimato, e concentrarsi invece più sulle visioni spirituali, che però non hanno spessore a livello filosofico, né a livello di visionarietà, finendo solo per essere banali precetti religiosi pronunciati con molta passionalità. Sembrerebbe un paradosso (e si prenda ciò che segue soprattutto a mo’ di provocazione) ma in questo senso una regista storicamente di sinistra finisce per partorire un film che, probabilmente, non dispiacerebbe a Joseph Ratzinger, contento che la sua Germania venga mostrata con così accorato fervore parte della storia cattolica.

Info
Vision, il trailer.

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