Guy and Madeline on a Park Bench

Guy and Madeline on a Park Bench

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Guy and Madeline on a Park Bench, il sorprendente esordio alla regia dello statunitense Damien Chazelle, illumina il concorso del Torino Film Festival 2009.

Ho lasciato il mio cuore a Cincinnati

Guy e Madeline sono fidanzati da tre mesi. Lui è un trombettista emergente di Boston, lei una ragazza introversa alla ricerca di un lavoro. Quando Guy conosce Elena su un vagone affollato della metropolitana, la storia tra lui e Madeline sembra giunta al capolinea. Madeline si trova così a dover rimettere ordine nella sua vita: si trasferisce in un nuovo appartamento, cerca un impiego ed esce con altre persone. Tutto cambia quando, nel corso di un viaggio a New York, conosce un ragazzo francese di nome Paul… [sinossi]

Non si scopre certo nulla di nuovo nell’affermare che il cinema statunitense, letto nelle sue molteplici sfaccettature, rappresenta in modo pressoché ininterrotto l’istinto innato nella settima arte di rinascere dalle proprie ceneri, alla stessa stregua dell’araba fenice narrata da Erodoto nel VI secolo A.C.; più di altre cinematografie, per quanto spesso e volentieri in maniera del tutto casuale e incosciente, le produzioni a stelle e strisce ragionano in maniera reiterata sulle proprie forme e sulla propria sostanza. Se spesso e volentieri questa ripresa continuata degli stilemi che hanno reso Hollywood e zone limitrofe la Mecca del cinema mondiale si dimostra a conti fatti poco più di una mediocre e pallida eco dei fasti del tempo che fu, capita di quando in quando l’occasione di imbattersi in operazioni rigeneranti e sorprendenti.

È senza dubbio questo il caso di Guy and Madeline on a Park Bench, esordio al lungometraggio del ventiquattrenne Damien Chazelle, inserito nel folto palinsesto del concorso ufficiale del ventisettesimo Torino Film Festival, il primo diretto da Gianni Amelio. Passando in rapida rassegna la sinossi che abbiamo posto in testa all’articolo, salta probabilmente all’occhio come la trama rappresenti, a suo modo, un classico del cinema indie statunitense degli ultimi venti anni. Una storia d’amore perfino banale, se vogliamo estremizzare i termini, giocata sulla fin troppo abusata messa in scena di un disgregamento familiare – qui al festival sono anche passati gli altrettanto indie e altrettanto statunitensi, per quanto meno riusciti, Breaking Upwards di Daryl Wein e The Blind di Nathan Silver – che è argomento destinato a rimanere eternamente attuale. Se da un punto di vista prettamente narrativo, dunque, il film di Chazelle sembra riproporre uno schema che l’indipendenza “da Sundance” ha ampiamente trattato, declinandolo nelle più disparate varianti, è nella messa in scena che il giovane cineasta coglie al contrario nel segno: Guy and Madeline on a Park Bench è un film ondivago, destrutturato, altalenante nel significato migliore che si può attribuire a questo lemma. Ed è, soprattutto, un film profondamente indipendente, laddove questa aggettivazione ha modificato il suo senso nel corso del tempo: lontano dalle secche di un cinema che si vorrebbe indie ed è nella stragrande maggioranza dei casi solo un espediente per far accettare il minimale e il discreto all’interno del fagocitante ingranaggio del mastodonte industriale rappresentato da Hollywood, questa storia d’amore jazz si muove su coordinate personali, sbarazzandosi di vezzi e vizi di altre opere a lei coeve. In fin dei conti se durante la visione nei labirintici marchingegni della memoria si trova più volte a ritornare il nome di John Cassavetes qualcosa vorrà pur dire: parliamo qui del Cassavetes degli esordi, quello di Shadows (tanto per semplificare il concetto), capolavoro dell’improvvisazione che Chazelle deve davvero aver mandato avanti e indietro nella mente più e più volte. Come il suo predecessore del 1959, caposaldo di quella che venne definita “Scuola di New York”, anche Guy and Madeline on a Park Bench si muove sul difficile terreno dell’improvvisazione, dell’episodico, del frammentato, dell’estemporaneo: un vero e proprio saggio di “cinema jazzato” – o di “jazz visuale” – in cui l’imprevisto diventa elemento essenziale della vita del set. Inguainati in un’errabonda vita da bohémien che a sua volta riporta indietro nel tempo – tanto da far apparire quasi “fuori tempo” il dialogo su Afrika Bambaata e gli altri progenitori dell’hip hop in cui si lanciano due dei protagonisti – i personaggi del film di Chazelle deflagrano letteralmente sul set, tanto vitali e sinceramente reali da sorprendere anche lo spettatore più smaliziato.

Se questa progressione narrativa si muove al ritmo sincopato della tromba del protagonista Guy, retaggio forse anche della propria genesi – il progetto nasce sotto forma di cortometraggio –, lo sguardo di Chazelle non si sofferma solo sul cinema di Cassavetes, ma osa organizzare vere e proprie collisioni tra mondi apparentemente inconciliabili: è da qui che nascono svisate da musical, ora classiche e “costruite” (il tip tap nel fast food in cui trova lavoro Madeline) ora barbariche e “istintive” (lo splendido balletto/duello tra tromba e cantante alla festa), altrettanti legami con un mondo cinematografico che sembra sempre in via d’estinzione e ogni volta sorprende con le sue palingenesi.
Non è tanto la storia d’amore sullo schermo ad appassionarci dunque, quanto piuttosto quella che intercorre tra Chazelle e la celluloide – il film è girato in un HD lavorato in modo tale da rassomigliare alla grana della pellicola in 16mm –, amplesso fortunato che permette ancora una volta al cinema statunitense di trovare un nuovo nome attraverso il quale rinascere, come già fece l’araba fenice, dalle proprie ceneri.

Info
Il trailer di Guy and Madeline on a Park Bench.
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