Police, Adjective

Police, Adjective

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Con Police, Adjective, Corneliu Porumboiu si è riconferma uno degli autori rumeni più brillanti e maturi, sia dal punto di vista stilistico che per la capacità di trasfigurare con una ironia spesso feroce le intime contraddizioni della società di appartenenza.

Definizione di polizia

Cristi, giovane poliziotto, viene incaricato di pedinare uno studente sospettato di spaccio. Nonostante lo veda vendere hashish, Cristi si rifiuta di arrestarlo perché crede che la legge stia per cambiare e non vuole avere sulla coscienza un arresto inutile. Spiazzante commedia nera rumena, fatta di appostamenti, canzoni e umorismo laconico… [sinossi]

L’emergere di cineasti come Cristi Puiu, Radu Munteanu, Cristian Mungiu e lo stesso Corneliu Porumboiu ha avuto in questi anni l’effetto di uno tsunami, capace di sconvolgere il panorama talvolta asfittico del cinema europeo, di sicuro rivitalizzato dalla coscienza critica di una generazione intenzionata a riportare in primo piano la Romania, i suoi problemi, i tanti squilibri che ne hanno caratterizzato la storia recente. Sin dai primissimi lavori tra cui il mediometraggio Liviu’s Dream (Visul lui Liviu, 2004), che andrebbe assolutamente recuperato, Porumboiu si è dimostrato uno degli autori più brillanti, maturi, sia dal punto di vista stilistico che per la capacità di trasfigurare con una ironia spesso feroce le intime contraddizioni della società di appartenenza. Ma è proprio con A est di Bucarest (A fost sau n-a fost?, 2006), suo primo lungometraggio, che la curatissima messa in scena di uno sguardo problematico, sottile e beffardo sulla rivoluzione dell’89 ne ha rivelato al pubblico internazionale le enormi potenzialità.

In Police, Adjective, in originale Politist, Adjectif, la ruvidezza del cinema di Porumboiu è tornata a colpire nel segno, riaffermando l’urgenza di alcune fondamentali dicotomie. Su tutte il rapporto di continua compenetrazione tra il primato del verbo e quello dell’inquadratura. Spieghiamoci meglio. L’ostico incipit di Police, Adjective è già di per sé una dichiarazione di poetica, con lunghe inquadrature fisse o contraddistinte da quasi impercettibili movimenti di macchina ad esporre, con ritmata indolenza, le fasi di un pedinamento. Ne sono protagonisti uno studente sospettato di spacciare droghe leggere (quand’anche il loro stesso consumo abbia serie conseguenze penali in Romania) e il giovane poliziotto incaricato di lavorare in borghese, quindi sotto copertura, per incastrarlo. A questa e ad altre sequenze improntate all’assenza di dialoghi, nonché al rilievo dei gesti, delle situazioni, fanno da contrappunto scene di natura totalmente opposta, in cui è la particolare vena dialettica dei protagonisti a salire in primo piano. I serratissimi dialoghi al commissariato e quelli altrettanto significativi tra il poliziotto e la moglie hanno in tal senso una funzione insostituibile, non solo perché aiutano a definire un percorso diegetico fino a quel momento vago, nebuloso, ma perché è questa strategia narrativa a irrobustire gli interrogativi etici proposti dal film. In che modo? L’agente con poca esperienza ma con una sua personale, intuitiva visione della giustizia vorrebbe far sottostare l’applicazione della stessa al buon senso, per cui sarebbe senz’altro più utile prolungare le indagini e arrestare i veri spacciatori, invece di rovinare la vita a uno studentello reo soltanto di fumarsi qualche canna con gli amici. Ma il potere fortemente burocratizzato ha altre priorità, è indifferente alle reali necessità umane e può quindi accontentarsi di un semplice capro espiatorio. Le conversazioni del poliziotto idealista coi suoi superiori fanno perciò emergere uno scontro dialettico che non si appesantisce mai di retorica, trovando negli spunti più curiosi e talvolta impensabili del quotidiano il pretesto per mettere in discussione certezze precedentemente acquisite. Con esiti di fine umorismo, che non sfugge però all’incipiente amarezza di fondo.

Le pagine di un dizionario diventano così nelle mani di un fedele servitore dello stato quello strumento in grado di assicurare la conservazione del potere, di fronte alle rimostranze del giovane agente che in modo magari ingenuo vorrebbe affermare un’altra forma di giustizia, quella morale. In questo dialogo imbevuto di sarcasmo la realpolitik del commissario, più esperto e navigato dell’altro contendente, si avvale persino delle definizioni pescate sul vocabolario per ribadire quel rapporto di forza già eloquentemente dimostrato nella prassi. Senza rinunciare nemmeno a un tono sarcastico. Ma il regista rumeno si concede a quel punto una piccola, significativa ironia nei confronti della legge e del suo cinico rappresentante: il leggero disappunto del commissario, fino ad allora perfettamente a suo agio, nell’ascoltare la definizione di “stato di polizia”. Bisognerà forse ripartire da lì, da quella esitazione, per smontare l’intero meccanismo?

Info
Il sito ufficiale di Police, Adjective.
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