Il rifugio

Il rifugio

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Il rifugio è un film che non osa: si mantiene stabilmente ancorato a quegli stilemi che hanno fatto la fortuna dell’autore di Sotto la sabbia e CinquePerDue.

Le sabbie (im)mobili

Mousse viene ricoverata in ospedale dopo un’overdose. Al risveglio scopre che Louis, il suo uomo, è morto e che lei è incinta. La ricca famiglia di Louis la spinge ad abortire, ma lei si rifugia in una casa al sud dove viene raggiunta da Paul, il fratello omosessuale di Louis. Come salvarsi la vita inventando nuovi modelli familiari… [sinossi]

Regista dalla discreta prolificità, François Ozon nell’arco di poco più di un decennio ha regalato al pubblico alcuni pregevolissimi esempi di cinema e qualche anonima delusione: a distanza di poche settimane dalla distribuzione italiana di Ricky, il Torino Film Festival presenta Il rifugio, una nuova riflessione sulla maternità declinata stavolta tramite l’esperienza di Mousse, una giovane tossicodipendente che deve affrontare contemporaneamente la gravidanza e l’elaborazione del lutto per il suo compagno, morto in seguito a un’overdose.
Il regista quarantaduenne resta fedele alle sua poetica e dà alla luce un film totalmente incentrato sulle emozioni e le sensazioni dei personaggi che sceglie di portare sullo schermo, catalogandoli e inserendoli all’interno di uno script fortemente improntato sugli schemi del sentimentalismo più stretto e vincolante. Ozon ama indagare nelle vite dei suoi protagonisti, analizzarne le dinamiche dei rapporti e suggerirne evoluzioni e involuzioni: Il rifugio non rappresenta un’eccezione e anzi sembra porsi nella filmografia del regista come una riproposizione – sia pure con le dovute innovazioni – di situazioni già più volte centrali nel suo cinema.

Il rifugio è un film che non osa: si mantiene stabilmente ancorato a quegli stilemi che hanno fatto la fortuna dell’autore di Sotto la sabbia e CinquePerDue, continuando a cercare nuove sfumature nella fragilità dell’essere umano e in particolare cercando di dare un volto al disagio nei confronti della propria esistenza. Mousse, instabile protagonista che ha il volto di Isabelle Carré, si rifugia in una casa sul mare per far perdere le proprie tracce alla famiglia del compagno, che auspicherebbe un’interruzione della gravidanza: durante il suo volontario esilio però la donna scoprirà che la sua fuga è legata a un malessere ben più profondo. Mousse rifiuta di crescere e fatica a relazionarsi con gli altri, vittima del pregiudizio di coloro che la circondano: la morte dell’amatissimo Louis trascina la donna in una dimensione di totale confusione, che riuscirà a superare (forse) solo con l’aiuto del silenzio del mare e di Paul, il “cognato” omosessuale che, trasferendosi momentaneamente nella stessa villa marittima dove dimora Mousse, le rimarrà accanto per buona parte della gravidanza facendole parzialmente riscoprire il gradevole gusto della serenità. Ozon continua a privilegiare una struttura fortemente lineare della vicenda narrata, giusto talvolta vivacizzata da qualche repentino colpo di scena: nel complesso l’impianto filmico è solido, la sceneggiatura – malgrado non brilli per originalità – è completa, ben strutturata e abilmente gestita. Quel che forse manca al delicato e discreto Il rifugio è un pizzico di pathos e di carica emotiva in più: pur trattandosi infatti di un film profondamente “emozionale” si ha l’impressione che ormai il regista francese si affidi a una formula fin troppo collaudata e inevitabilmente svuotata della sua naturale drammaticità.

Messa da parte la vena più irriverente e grottesca del suo cinema (Gocce d’acqua su pietre roventi) e la vaporosa esasperazione melodrammatica (Angel) il regista continua il percorso sulla morte e la (ri)nascita che lo coinvolge dai tempi di Sotto la sabbia: come il protagonista de Le temps qui reste (interpretato da Melvil Poupaud, che ne Il rifugio è il defunto Louis) imparava a conoscere l’amaro sapore della morte concedendosi un viaggio di riscoperta di sé, qui Mousse si ritrova (di fronte al mare, come sempre nel cinema di Ozon) a fare i conti con le desolanti conseguenze del decesso del proprio amato, acquisendo la consapevolezza di nuovi punti di forza ma anche di insuperabili insicurezze. Mousse e Paul non si sentono accettati dai contesti in cui vivono, sono accerchiati dal senso di inadeguatezza e la loro convivenza può aiutarli ad accettarsi e ad accettare gli altri: la gravidanza della donna, portata avanti nella speranza di poter offrire una “nuova vita” a Louis, condurrà i due a ricongiungersi con il proprio passato, elaborando il proprio presente e rendendoli pronti ad affrontare con spirito rinnovato il futuro.
Ozon è un regista abile e anche stavolta si dedica a una storia carica di tenerezza e intensità: un cast particolarmente azzeccato (dai già citati Carré e Poupaud all’esordiente Louis-Ronan Choisy, autore anche di alcune delle musiche originali) si dimostra capace di cogliere l’essenza delle situazioni rappresentate, trasferendola in un’espressività mai forzata.
Il rifugio è un film profondamente doloroso eppure troppo poco coraggioso, penalizzato dal mancato sconfinare verso territori davvero inesplorati: “osare” di più avrebbe sicuramente regalato un valore aggiunto a un’opera che appare invece nettamente meno ispirata di altre che l’hanno preceduta.

Info
Il trailer de Il rifugio.
Il sito della Teodora, distribuzione de Il rifugio.
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