Pontypool
di Bruce McDonald
Come ogni horror che rispetti fino in fondo la propria essenza, Pontypool di Bruce McDonald non teme di giocare il proprio ruolo sociale e politico fino in fondo: senza per questo appesantire una trama che procede spedita senza mai permettersi cadute di ritmo o di tono.
In principio fu il verbo
Grant Mazzy è uno speaker radiofonico. Ha perso di nuovo il lavoro e l’unico impiego che gli viene offerto è la conduzione di un programma del mattino per la piccola stazione radiofonica CLSY, che trasmette dagli scantinati della chiesa della cittadina di Pontypool, in Ontario. Quella che sembra l’ennesima giornata priva di eventi rilevanti si trasforma invece in un incubo quando gli abitanti di Pontypool sembrano cadere in preda a una forma di follia collettiva provocata da un virus misterioso… [sinossi]
Non abbiamo mai detto nulla di sensato.
Grant Mazzy
Pontypool, panty pool, pont de pool, pont de flaque… giochi di parole che si fanno largo nella fredda e buia mattinata di Pontypool, Ontario, pronunciati dalla voce cavernosa e suadente di Grant Mazzy, speaker per conto di una microscopica stazione radio che opera nella cittadina canadese. Ha inizio così Pontypool, tra i più originali e coinvolgenti prodotti horror visti in circolazione nel corso degli ultimi anni; affermazione tutt’altro che apodittica, al di là di quanto si possa pensare. Dopotutto non è la prima volta che Bruce McDonald, cinquantenne cineasta nordamericano, coglie di sorpresa anche gli spettatori più attenti e affezionati: nella sua oramai corposa filmografia, iniziata a colpi di cortometraggi nel 1982, si inseriscono titoli decisamente bizzarri, esperimenti cinematografici alieni a ogni compromesso, viaggi ipnotici e spiazzanti. Fu così all’epoca dello spassoso Hard Core Logo, mockumentary rock che lanciò il nome di McDonald a livello internazionale; e fu così anche e soprattutto quando venne portato a termine The Tracey Fragments, folle opera destrutturata la cui protagonista era una già strabiliante Ellen Page pre-Juno. Non vi erano dunque molti dubbi sul fatto che Pontypool, uno dei film di genere inseriti nel ricco palinsesto del ventisettesimo Torino Film Festival (gli altri sono l’interessante ma incompiuto The Loved Ones e l’ottimo Van Diemen’s Land), non si sarebbe rivelato alla resa dei conti “il solito film horror”.
Nel prendere di petto l’horror, McDonald volge lo sguardo senza troppe mediazioni in direzione della cavalcata autoriale di John Carpenter: a sottolineare questo riferimento in modo incontrovertibile è in primis la scelta dello spazio fisico. Pontypool è un film interamente girato all’interno della stazione radio – fa eccezione sono l’incipit, immerso nel buio della notte –, con la progressione drammaturgica che evolve seguendo in maniera esclusiva le azioni dei quattro protagonisti e sfruttando in maniera eccelsa le trasmissioni via etere. Fin da subito, infatti, è possibile rendersi conto di come l’elemento essenziale della trama di Pontypool sia la parola: in un genere che ha sempre fatto dei rumori di contorno (scricchiolii, boati, urla), dell’invadenza della colonna sonora e dell’esaltazione ai massimi livelli dell’impatto atmosferico i propri punti di forza, neanche si trattasse di punti fermi impossibili da aggirare o relegare a un ruolo di secondo piano, Bruce McDonald ridà potere al verbo. E attribuisce al linguaggio un doppio valore, positivo e negativo allo stesso tempo: è da lì che nasce e si diffonde il virus che trasforma gli esseri umani in una sorta di zombie assetati di sangue, ma è sempre da lì che si può trovare l’antidoto, l’unico modo per difendersi da un attacco che sembra apparentemente inarrestabile. In una scelta estetica forte e coraggiosa, lontana anni luce dalla prassi a cui ci ha abituati l’horror contemporaneo, McDonald lancia il suo lancinante grido di battaglia: destrutturiamo il senso di ciò che diciamo, martoriamo il linguaggio utilizzato per far sì che venga perduta una volta per tutte la logica. “Non abbiamo mai detto nulla di sensato” afferma con fare sardonico Grant Mazzy, mentre l’esercito francofono – il morbo si diffonde solo attraverso l’inglese: scelta questa che in un paese che ha sempre vissuto in maniera controversa e tutt’altro che pacificata il proprio bilinguismo assume proporzioni politiche che sarebbe delittuoso lasciar cadere nel dimenticatoio – minaccia di bombardare la stazione radio.
Come ogni horror che rispetti fino in fondo la propria essenza, Pontypool non teme di giocare il proprio ruolo sociale e politico fino in fondo: senza per questo però appesantire una trama che, nonostante la spartana claustrofobia del set utilizzato (e ci riallacciamo dunque ai propositi carpenteriani insiti nella base stessa del progetto), procede in maniera spedita senza mai permettersi cadute di ritmo o di tono. Pontypool è un horror mai forzato, ma allo stesso tempo capace di sconvolgere e spaventare, nel senso più profondo del termine, proprio nel momento in cui si comprende il senso dello spettacolo a cui si sta assistendo; McDonald evita accuratamente scene eccessivamente truculente, eccezion fatta per l’agghiacciante e ritmico scontrarsi della giovane tecnica di studio, contagiata dal morbo, contro il vetro dietro il quale si nasconde lo speaker, e lascia che sia il fuori campo a descriverci le scene di morte e mutilazione.
Una scelta estetica che rende ancora più compatto un film che meriterebbe di alimentare nel corso del tempo un piccolo culto: sequenze come la rassegna stampa dei morti – giocata su fotografie in bianco e nero dei defunti – o l’eroico finale barricadero sono infatti destinate a rimanere a lungo negli occhi di chi avrà la buona sorte di fare il proprio incontro con questo gioiello a basso budget, prodotto e girato in una nazione, il Canada, che continua a essere troppo spesso dimenticata dalle mappe ufficiali dei cinefili, nonostante una tradizione cinematografica di tutto rispetto.
Un inno all’anarchismo del linguaggio, messa alla berlina della logica e della razionalità, Pontypool che, per quanto grottesco possa sembrare, a tratti ricorda una deforme versione orrorifica di Police, Adjective di Corneliu Porumboiu. In principio fu il verbo… ma alla fine?
Info
Il sito della PFA Films, che distribuisce Pontypool in Home Video.
- Genere: horror
- Titolo originale: Pontypool
- Paese/Anno: Canada | 2008
- Regia: Bruce McDonald
- Sceneggiatura: Tony Burgess
- Fotografia: Miroslaw Baszak
- Montaggio: Jeremiah Munce
- Interpreti: Beatriz Yuste, Boyd Banks, Daniel Fathers, Daniel Park, Derek Scott, Diane Gordon, Georgina Reilly, Hannah Fleming, Harant Alianak, Hrant Alianak, Laura Nordin, Lisa Houle, Louis Negin, Rachel Burns, Raffaele Carniato, Rick Roberts, Stephen McHattie, Tony Burgess, Yvonne Moore
- Colonna sonora: Claude Foisy
- Produzione: Ponty Up Pictures, Shadows Shows
- Durata: 95'










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