Transmission
di Roland Vranik
A cinque anni di distanza dall’esordio il cineasta ungherese Roland Vranik torna alla regia con Transmission, tentando una riflessione sull’umanità contemporanea in cui lo schermo e l’immateriale hanno sostituito le relazioni affettive. In concorso a Torino 2009.
L’apocalisse dell’homo videns
Quando tutti gli schermi della città improvvisamente smettono di funzionare, un senso di vuoto irrompe nelle abitazioni, dove le persone rimangono a fissare gli schermi bui. Durante una lite, un uomo uccide la moglie e rimane solo con le sue bambine, che lo seguono come ombre, incapaci di giocare in un mondo dove nessuno sembra avere più uno scopo. Attraverso la meditazione, qualcuno si interroga sul motivo della rottura degli apparecchi di telecomunicazione, nella convinzione che un’ipnosi di massa incomba sul Paese. [sinossi]
Nel corposo concorso ufficiale presentato in palinsesto dal ventisettesimo Torino Film Festival, a saltare agli occhi è una peculiarità: l’assoluta e pervicace volontà di abbattere qualsiasi paletto possa essere stato eretto tra generi e approcci cinematografici. Dal documentario/poema visivo (La bocca del lupo di Pietro Marcello) al genere più o meno codificato (Van Diemen’s Land di Jonathan auf der Heide), fino ad approdare a prodotti maggiormente accostabili a un approccio autoriale alla materia cinematografica, Gianni Amelio e il suo entourage sono riusciti nell’arduo compito di costruire un programma in grado di raggiungere ogni tipologia di cinefilo e di appassionato alla settima arte. È in questo bailamme culturale che viene a trovarsi anche Adás (Transmission è il titolo inglese scelto per la vendita internazionale), opera seconda del cineasta ungherese Roland Vranik: il suo esordio, Black Brush, era una commedia picaresca che riuscì a ottenere non poco risalto in patria. Da allora sono passati cinque anni, e deve essere successo qualcosa a Vranik: Transmission è infatti quanto di più lontano da un’avventura agrodolce si possa immaginare. Nel mettere in scena una sorta di ipotesi apocalittica – tutti gli schermi di una città smettono di funzionare all’unisono, lasciando la popolazione allo sbando – Vranik non sceglie la via del grottesco, ma si rifugia con sicurezza in una messa in scena algida, metronomica, che fa dello iato e della compostezza visiva il suo punto di forza. Ciò che ne deriva è una fantascienza trattenuta, asciugata e raggelante, catarsi visiva che ben rispecchia l’ideale politico insito alle spalle del progetto. Non si può infatti non riconoscere al regista ungherese il coraggio di aver voluto prendere di petto proprio quell’universo visuale su cui è andata via via formandosi la nostra civiltà nel corso dell’ultimo secolo: la metafora non potrebbe essere meno nascosta, ça va sans dire, eppure si percepisce alle spalle di Transmission la volontà di lanciarsi in una retorica umanista e accorata.
Al di là del gelido apparato visivo cui si faceva riferimento poc’anzi, a convincere particolarmente è la caratterizzazione dei personaggi, costruita in fase di sceneggiatura dallo stesso Vranik con la collaborazione di András Barta, all’esordio nel ruolo di scrittore per il grande schermo: i pochi protagonisti su cui si incentra lo sguardo di Vranik (i tre fratelli, la moglie e le figlie di uno di loro, la ragazza che si accompagna al gruppo) sono portatori sani di una dolente sconfitta eterna, apatia del vivere che deriva direttamente dalla mancanza di esperienza nel farlo. L’uomo moderno si è talmente assuefatto all’idea di affidare le proprie sensazioni, i propri pensieri, la propria stessa essenza civile e sociale a visori, schermi e display da non essere più in grado a gestire la vita senza gli elementi sopracitati: una riflessione amara, disillusa e crudele, che Vranik dimostra di essere capace di addomesticare senza problemi da un punto di vista strettamente iconografico. Laddove al contrario la pellicola inizia a mostrare non poche crepe è nello sviluppo narrativo delle vicende narrate: probabilmente ammaliato dall’intuizione di dover aggiungere al già sconvolgente potere metaforico un elemento misterico che colga di sorpresa lo spettatore, Vranik finisce per non esplicare molti degli snodi sinottici essenziali. Con il risultato di far apparire da un lato confusionario l’insieme degli elementi di affabulazione presenti sullo schermo – è da notare, per inciso, che solo televisori e computer smettono di funzionare, mentre la cara vecchia pellicola svolge ancora pienamente il suo dovere, come evidenziato dalla sequenza nel cinema – e dall’altro troppo semplicistiche determinate situazioni che vengono a crearsi. Il climax, ad esempio, è raggiunto con troppa rapidità, senza che sia stato dato il tempo necessario per far sì che la sequenza colpisca davvero con forza il bersaglio. Peccati di gioventù, probabilmente, che non inficiano la totalità dell’opera ma indubbiamente le fanno perdere vigore: perché l’impressione è che, aggiustando il tiro e mostrando maggiore attenzione alla scrittura, Transmission si sarebbe potuto risolvere in un piccolo, allucinante capolavoro. Si attendono comunque con fiducia le prossime opere di Vranik, non fosse altro per quell’inquadratura finale, a svelare lo schermo eterno e indistruttibile che ci si costruisce addosso, che a distanza di giorni continua a far correre i brividi lungo la schiena.
Info
Transmission sul sito del TFF.
- Genere: drammatico, fantascienza
- Titolo originale: Adás
- Paese/Anno: Ungheria | 2009
- Regia: Roland Vranik
- Sceneggiatura: András Barta, Roland Vranik
- Fotografia: Gergely Pohárnok
- Montaggio: Wanda Kiss
- Interpreti: Éva Kerekes, Ferenc Lengyel, Kata Wéber, Károly Hajduk, Sándor Terhes, Zoltán Rátóti
- Colonna sonora: Csaba Kalotás, Krisztián Vranik
- Produzione: Filmpartner, Motion Picture Public Foundation of Hungary
- Durata: 95'


Torino 2009 – Bilancio
Torino 2009 – Presentazione