Nanayo

Nanayo

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Con Nanayo la regista giapponese Naomi Kawase continua la propria ricerca cinematografica, unica e inimitabile. Al Torino Film Festival nel 2009.

Lost in Translation

Al suo arrivo in Thailandia, la giapponese Saiko, stanca per il viaggio, si addormenta su un taxi. Quando si sveglia nel mezzo di una foresta, fugge per timore che l’autista, che le parla in una lingua incomprensibile, voglia farle del male. Correndo si imbatte in un ragazzo francese che la calma e la porta nella casa dove vive, insieme a una donna thailandese, al suo bambino e allo stesso tassista, fratello della donna. Insieme a questa famiglia-comunità che vive secondo gli insegnamenti buddisti, Saiko inizia una vita diversa, imparando il massaggio thai e i ritmi della natura, senza un linguaggio comune con cui poter comunicare. Un giorno incontra un gruppo di monaci e uno di loro diventa una presenza costante nei suoi sogni… [sinossi]

Non assomiglia a null’altro il cinema di Naomi Kawase; capace di passare attraverso formati, durate, stili, senza mai perdere un grammo della propria peculiarità artistica, la regista nipponica è oramai riuscita a creare un suo universo di riferimento, del tutto estraneo non solo alla prammatica produttiva giapponese, ma anche a qualsiasi possibile paradigma cinematografico rintracciabile in giro per il globo. In particolar modo, il sottile fil rouge che lega le sue creature – soprattutto le ultime – sembra spostarsi sempre di più verso dinamiche narrative a dir poco minimali, incentrando il proprio fulcro su una messa in scena spoglia, in cui il silenzio sovrasta i dialoghi.

In Nanayo, undicesimo film diretto dalla Kawase e sesto lungometraggio della sua ventennale carriera, la parola viene addirittura svilita, perdendo il ruolo solitamente attribuitogli di veicolare il linguaggio, e venendo relegata a semplice vezzo, inessenziale ma piacevole, da utilizzare al semplice scopo di vivacizzare i pranzi attorno a un tavolo. Sarebbe interessante contrapporre a Nanayo lo splendido Un film parlato, nel quale Manoel de Oliveira finiva per ragionare più o meno sul medesimo concetto, ribaltandone però il senso: se lì la parola acquistava il senso ultimo di unico collante possibile tra le culture, in Nanayo, come già specificato in precedenza, viene spogliata di ogni valore puramente dialettico e si trasforma in null’altro che rumore. La parola come suono, dunque, così come di suoni è invasa la foresta nella quale si immergono, estraniandosi dal mondo – più o meno volontariamente, a dir la verità – i quattro protagonisti di una pellicola magmatica, ieratica eppure estremamente vitale, in cui l’atmosfera e il mood si ergono a veri e propri elementi narrativi, giocando un ruolo tutt’altro che indifferente. Un film che assomiglia da vicino al precedente The Mourning Forest, e non solo per la scelta della location – lì un bosco giapponese, qui la giungla thailandese –, dato il fatto che in entrambi i casi la Kawase sembra interessata alla messa in scena di un microcosmo umano alla ricerca di sé. Una ricerca che non implica necessariamente eventi climatici di qualsivoglia tipo – anzi, in Nanayo questi vengono ripetutamente negati, eccezion fatta, ma solo in parte, per la sequenza della ricerca del bimbo sperdutosi nel folto della boscaglia – ma che prosegue con una coerenza e una pervicacia realmente sbalorditive.

A rendere ancora più forte e incisivo il messaggio lanciato dalla Kawase interviene una messa in scena visiva annichilente, in cui i movimenti della macchina da presa non si lasciano mai impoverire dalla scrittura narrativa ma intervengono al contrario per rafforzarne il senso, come dimostra in maniera incontrovertibile la splendida sequenza intorno al tavolo, dove ogni personaggio cerca di far comprendere quali parole vengano utilizzate, nella propria lingua, per rappresentare eventi come pioggia, acqua e via discorrendo: in una scena che sembra quasi improvvisata, tale e tanta e l’empatia che gli attori – la giapponese Kyoko Hasegawa, i thailandesi Kittipoj Mankang e Netsai Todoroki, il francese Grégoire Colin – riescono a trasmettere al pubblico, la macchina da presa si fa leggera, mai invasiva eppure del tutto partecipe all’azione. Una prassi, questa, che la Kawase persegue per l’intera durata della pellicola, con il risultato di creare un’opera pressoché inafferrabile, quasi liquida nella sua poesia visiva. I gesti, la ritualità buddista, la millimetrica precisione necessaria per praticare il massaggio thailandese, diventano a loro volta motori dell’azione prima ancora che simboli; la Kawase li immobilizza nel quadro cinematografico senza però tarparne la libertà espressiva.

Favola bucolica ed elogio dell’umana condivisione dei sentimenti, Nanayo si concede un finale perfettamente in linea con il resto dell’opera: mentre il villaggio e i nostri protagonisti ballano, suonano e cantano nel condurre il piccolo Toi (Yohei Todoroki, figlio anche nella realtà di Netsai) al monastero dove inizierà la vita che lo farà diventare monaco buddista, la Kawase li abbandona, iniziando a muoversi nel folto della foresta, fino a lasciarsi sedurre dal volo di un uccello che la guida, trascinandola sempre più nel cuore della natura, lontano dai suoni e dalle esigenze del mondo umano. Con lei, anche il nostro cuore si affida alla corrente diseguale del fiume, sgravato da ogni necessità ulteriore. Potere del grande cinema.

Info
Una scena di Nanayo.
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