Torino 2009 – Bilancio

Torino 2009 – Bilancio

Torino 2009, ventisettesima edizione del festival che si tiene a pochi passi dalla Mole Antonelliana, segna l’ingresso in scena in qualità di direttore di Gianni Amelio. Non cambia la struttura e la qualità soprattutto del concorso spicca, anche se il polmone verde resta la sezione Onde.

A due giorni dalla conclusione del ventisettesimo Torino Film Festival è giunto il momento di tirare le somme della prima edizione diretta da Gianni Amelio. Durante la conferenza stampa di chiusura, tenuta al Circolo dei Lettori, Amelio e la vice-direttrice Emanuela Martini, al di là dell’elencazione dei vincitori delle varie sezioni – con il primo successo di un film italiano, il bel La bocca del lupo di Pietro Marcello, in quasi trent’anni di festival – hanno sciorinato un buon numero di cifre, come d’abitudine da anni a questa parte: numeri che non riporteremo, preferendo concentrare l’attenzione altrove. Innanzitutto, nonostante le polemiche sorte durante le giornate della kermesse torinese, è stato fugato ogni dubbio possibile sulla sua collocazione all’interno dello scacchiere festivaliero italiano: al di là della Mostra di Venezia, è infatti proprio il Torino Film Festival a rappresentare il secondo evento per importanza durante l’annata cinefila italiana. Il perché è presto detto: pur senza rifuggire le luci della ribalta (e titoli come Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson e Tetro di Francis Ford Coppola sono lì a dimostrarlo), il festival all’ombra della Mole non ha dimenticato nel corso degli anni la sua peculiarità essenziale, ovvero la spinta verso il cinema giovane, la ricerca, la sperimentazione. Nessun red carpet conduce al Cinema Massimo o all’Ambrosio – le due sale principali, a cui si sommano i cinema Greenwich, Nazionale ed Empire – ma la varietà della proposta, la qualità e la coerenza dimostrata in fase di selezione sono i simboli di un festival forte, completo, cinefilo e popolare allo stesso tempo.

Rispetto alle due edizioni dirette da Nanni Moretti, com’era prevedibile non è stato possibile notare differenze sensibili, considerata anche la conferma dell’entourage che aveva lavorato durante la precedente gestione. Il Concorso, dedicato a registi che abbiano diretto al massimo tre film, ha messo sul piatto della bilancia una serie di nomi che sarebbe il caso di segnarsi a futura memoria: in particolare, oltre al già citato Marcello – e da tempo si aspettava un autore in grado di lavorare tra documentario e fiction con la potenza poetica delle immagini de La bocca del lupo – impossibile non sottolineare l’ottima impressione lasciata dalle opere di Jonathan auf der Heide (Van Diemen’s Land), Zhao Ye (Jalainur), Damien Chazelle (Guy and Madeline on a Park Bench) e Ralston Jover (Bakal Boys). Approcci diversi alla materia cinematografica che confermano ulteriormente la volontà, da parte del festival, di non appiattirsi su estetiche standardizzate, e di non favorire determinate nazioni e aree geografiche. In tal senso, le “zone” del festival che hanno rappresentato ancora una volta i veri e propri polmoni verdi della kermesse, sono state rintracciabili dalle parti di Onde: la sezione, curata per il terzo anno consecutivo (fino al 2008 sotto la denominazione La Zona) da Massimo Causo, ha permesso agli accreditati e al pubblico che segue con notevole attenzione il festival – altro dato, questo, su cui altri eventi cinematografici nazionali, dovrebbero interrogarsi, prendendo esempio – di imbattersi in alcune delle più pregevoli rappresentazioni di un cinema “altro”, lontano dalle rotondità del mainstream, ma contro i cui spigoli è spesso e volentieri gratificante andare a sbattere. Dieci lungometraggi e un gran numero di mediometraggi e corti (passando in rapida rassegna queste due categorie si citano per ora il folle cartoon estone Life Without Gabriella Ferri di Olga e Priit Pärn, la riflessione sull’eterno e immutabile “stato di guerra” della psicologia statunitense tracciata in John Wayne Hated Horses di Andrew T. Betzer e l’inverno fantasmatico in cui conducono Christelle Lheureux e Sébastien Betbeder nel fascinoso Toutes les montagnes se ressemblent) che non assomigliano a null’altro, e lo ribadiscono a ogni pie’ sospinto: dall’immersione nella giungla thailandese in cui la parola perde senso di fronte alla maestosità del rito e del simbolo (Nanayo di Naomi Kawase) fino allo straordinario omaggio hitchcockiano portato a termine da Johan Gimonprez nel miracoloso Double Take, passando per un rigoroso Raya Martin che ricostruisce, è proprio il caso di dirlo, la storia filipppina (Independencia), la rivoluzione autarchica del giovane Wu Haohao in Kun1 Action e lo spudorato urlo punk di Lior Shamriz e del suo Saturn Returns, Onde ha permesso al suo pubblico di spaziare nell’universo cinematografico come raramente capita di vedere a un festival.
Ed è proprio Onde, ancor più del Concorso o di Festa mobile – sorta di fuori concorso espanso, che comprendeva tanto le opere di finzione quanto i documentari internazionali – a rappresentare il senso più intimo e profondo del Torino Film Festival, probabilmente insieme a Italiana.doc (nella cui selezione, curata da Davide Oberto con la collaborazione di Francesco Giai Via e Luca Cechet Sansoé, è stato possibile rintracciare l’ottimo Housing di Federica Di Giacomo, spiazzante, grottesco e allucinato viaggio nel mondo delle case popolari della periferia di Bari). Perché è in queste due sezioni che si viene a tu per tu con il cinema meno allineato, meno prevedibile, più auto-prodotto, auto-pensato, auto-ragionato.

Quell’approccio alla settima arte che piacerebbe a Nagisa Oshima, il che fa spostare il discorso sulle retrospettive organizzate durante le giornate del festival del 2009: oltre al grande maestro nipponico – del quale sono stati presentati tutti i film, comprese le regie per la televisione, in un doveroso omaggio elefantiaco che non ha eguali nel mondo – è approdato a Torino il cinema di Nicholas Ray, nome che è più facile ricondurre alle scelte della passata edizione (Roman Polanski e Jean-Pierre Melville), ma che forse non è poi così “visto” dalle giovani generazioni. Anche se con ogni probabilità l’evento che ha catalizzato l’attenzione di questi ultimi è stata la riproposizione dei sette lungometraggi finora diretti dal cineasta danese Nicolas Winding Refn, racchiusi tra l’esordio Pusher (1996) e il recente Valhalla Rising, apprezzato all’ultima Mostra di Venezia: le sale sono state ripetutamente prese d’assalto, registrando spesso e volentieri il tutto esaurito. Ed è con ogni probabilità su questa linea che deve continuare a muoversi il festival: organizzare retrospettive e omaggi per cineasti ancora in piena attività, in grado di interagire con un pubblico affamato di cinema (animale in via d’estinzione che a Torino pare miracolosamente resistere in vita). Oltre al già citato Refn vengono in mente le gloriose retrospettive su John Milius, John Landis e Walter Hill, fiori all’occhiello degli splendidi anni della direzione Turigliatto/D’Agnolo Vallan. Staremo a vedere quel che succederà, rimanendo della convinzione che la struttura del festival non debba essere minimamente messa in discussione: il Torino Film Festival è un’istituzione tra le più importanti del panorama festivaliero nostrano, e va difesa a oltranza. Chiudiamo, smentendo quanto affermato in precedenza, con un dato numerico: se non si è sbagliato il conteggio, in nove giorni di festival sono passati sugli schermi della città piemontese 255 film, tra corti, medi, lunghi e lunghissimi metraggi (l’edizione integrale di Underground di Emir Kusturica, quasi sei ore di durata). Una cifra decisamente alta, forse troppo alta, ma che segnala ulteriormente l’istinto cinefago di cui è dotato il festival. Un istinto che permette da oramai ventisette anni al Torino Film Festival di rappresentare una delle migliori realtà europee, la seconda per importanza in Italia dopo la Mostra di Venezia. Oggi come ieri e, ne siamo certi, come domani.

Info
Torino 2009, il sito ufficiale.

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