L’uomo nero

L’uomo nero

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A diciannove anni da La stazione, Sergio Rubini torna all’ambientazione del suo esordio con L’uomo nero: il risultato però è zoppicante e ovvio nel suo afflato nostalgico.

Ritorno a casa

Gabriele Rossetti fa ritorno in Puglia, nel suo paese natale, per la morte del padre. La notte passata nella sua vecchia casa lo riporta indietro nel tempo alla sua infanzia, agli anni ’60, quando il bambino conviveva con gli sbalzi d’umore di suo padre Ernesto, capostazione con il sogno della pittura, puntualmente sbeffeggiato dai suoi compaesani, la severità di sua madre Franca, insegnante di lettere e l’allegria del giovane zio Pinuccio. Il giorno della sepoltura del padre, Gabriele fa una scoperta sulla sua famiglia che cambierà profondamente il suo giudizio sulla figura paterna… [sinossi]

Diciannove anni fa la carriera da regista di Sergio Rubini vedeva la luce in una malmessa stazione pugliese. Dal 1990 a oggi molta acqua è passata sotto i ponti, ma al suo decimo film il cinquantenne cineasta di Grumo Appula, provincia di Bari, decide di tornare a rinchiudersi metaforicamente in una stazione dei treni. È infatti ferroviere il padre del piccolo Gabriele; ferroviere e pittore, per l’esattezza. Un dettaglio, questo, che riconduce direttamente al vero padre di Rubini, ma anche a quello di Domenico Starnone, qui co-sceneggiatore insieme al regista e a Carla Cavalluzzi. L’uomo nero è dunque un film che attinge a piene mani dalle memorie umane e storiche di coloro che l’hanno ideato e scritto: un progressivo e ineluttabile ritorno alle origini, ideale trait d’union dell’intera carriera di Rubini.
Il tema della madre Puglia, che sia intesa come patria lontana (come in La bionda, traballante noir e opera seconda di Rubini) come terra da raggiungere (Il viaggio della sposa) o da riabbracciare (La terra), è infatti uno dei punti fondamentali della poetica del regista: in questo senso L’uomo nero, ça va sans dire, non fa certo eccezione.

Eppure si avverte, sottopelle, l’urgenza di un distacco dalla propria memoria. Se è infatti vero che L’uomo nero si inerpica, non senza un buon numero di difficoltà, nel difficile percorso à rebours tra gli intricati dedali della mente di Rubini, è altrettanto indiscutibile la volontà da parte dell’autore di lavorare sulla materia drammaturgica con mano tutt’altro che leggera. L’uomo nero, al di là di alcuni bozzetti che possono effettivamente far tornare alla mente istantanee di vita vissuta, è un film profondamente scritto. Di più, pesantemente scritto: è in effetti proprio l’aspetto puramente sinottico e narrativo a far sorgere i dubbi più amletici.
Il marchingegno messo in piedi da Rubini, Starnone e Cavalluzzi, regge solo in parte: il materiale a disposizione finisce infatti ben presto per disperdersi in un pericoloso limbo indistinto che gravita esattamente a metà tra i retaggi di autobiografismo e le derive proprie della commedia all’italiana del tempo che fu. Il risultato inevitabilmente è una creatura zoppiccante, malmessa, inferma sulle gambe e incapace di correre a perdifiato, come il piccolo protagonista che attraversa i vicoli del paese in cui vive come si trattasse di un mondo a parte, misterioso e forse anche in fin dei conti mostruoso – e la figura dell’uomo nero del titolo avrebbe meritato un approfondimento maggiore, proprio in virtù del valore squisitamente psicologico e metaforico che acquista il personaggio via via che la pellicola si incammina verso la propria conclusione.

Ed è proprio il piccolo Guido Giaquinto una delle note positive su cui vale la pena soffermarsi: dimostrandosi una volta di più bravo conduttore di attori piuttosto che convincente regista, Sergio Rubini riesce a mettere in scena il bambino con una levità e una purezza di sguardo che sarebbe criminoso far passare sotto silenzio. Laddove il resto del cast, pur dimostrandosi senza dubbio all’altezza del compito (con uno straordinario Mario Maranzana a guidare l’ideale raggruppamento e la sola Anna Falchi, scipita insoddisfatta signora borghese del nord, a fungere da mesto fanalino di coda), svolge un compito lineare e forse anche di routine, Giaquinto è una vera e propria scheggia impazzita, elemento dinamitardo che avrebbe dovuto ricevere una maggiore libertà.
Invece il regista Rubini perde ben presto per strada l’ispirazione, cercando di quando in quando di inseguire fastidiosi stilemi à la Tornatore – in particolar modo nella messa in scena dell’ambiente pugliese – e appiattendo l’intera pellicola su un’estetica semplice, financo ovvia e ripetitiva.

E pensare che è proprio il buon Ernesto Rossetti, capostazione e aspirante pittore, a tenere un’appassionata lezione di sguardo al figlio Gabriele, durante un viaggio in treno alla volta di Bari: in quel breve montaggio di colori e paesaggi pugliesi si riesce a respirare aria di ottimo cinema. Ma paradossalmente Rubini dimostra di essere disattento ai propri stessi insegnamenti, e relega questo gioco vagamente surrealista a pochi istanti, alla fine dei quali L’uomo nero torna a mostrare la minacciosa ombra dell’ovvietà. Dopo il grave passaggio a vuoto di Colpo d’occhio un passo in avanti nella direzione giusta; ma il ritorno a casa continua a non convincere.

Info
Il trailer di L’uomo nero su Youtube.
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