Arthur e la vendetta di Maltazard

Arthur e la vendetta di Maltazard

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Se già il primo film aveva destato ben più di un dubbio, sia da un punto di vista narrativo che prettamente tecnico, Arthur e la vendetta di Maltazard appare come un tonfo clamoroso. Besson porta in scena uno script raffazzonato, pieno di buchi, del tutto squilibrato.

Il ritorno dei minimei

Siamo quasi al termine del decimo ciclo lunare e finalmente Arthur di nuovo tornato in vacanza con la famiglia nella casa di campagna di Villa Granny, potrà tornare nella terra dei Minimei e riabbracciare Selenia. Ma il padre di Arthur sceglie questo giorno, così tanto atteso, per annunciare che intende interrompere la sua breve vacanza a Villa Granny; mentre stanno per partire, un ragno consegna nelle mani di Arthur un granello di riso con inciso un S.O.S. Non ci sono dubbi, Selenia è in periciolo! Arthur non ci pensa due volte ad accorrere in suo soccorso, anche se questo significa improvvisare un rientro del mondo dei Minimei piuttosto pericoloso… Si precipita verso il bar di Max, imbattendosi nelle truppe di Krob, il nuovo tiranno dei Sette Regni, salvando la pelle di Betameche, combattendo con i topi, le rane ed i ragni pelosi… solo per scoprire, quando arriva al villaggio dei Minimei, che non hanno mai inviato un messaggio di aiuto. È una trappola del perfido Maltazard? [sinossi]

Che la saga dedicata al giovane Arthur e ai suoi microscopici amici minimei non si sarebbe conclusa con il primo episodio, intitolato Arthur e il popolo dei minimei, era notizia risaputa. Dopotutto lo imponeva la stessa scelta della derivazione letteraria, dato che i romanzi incentrati sulle gesta dell’umano e della sua amata Selenia (e scritti di proprio pugno sempre da Luc Besson) sono ben quattro. In realtà una prima libertà rispetto alla fonte originaria Besson se l’era già presa, accorpando in un unico film i primi due libri (Arthur e il popolo dei minimei e Arthur e la città proibita), ma un’interruzione della prevista trilogia cinematografica era ipotesi da non prendere nemmeno in considerazione, soprattutto alla luce del clamoroso successo economico riscontrato in particolar modo in patria (le cifre ufficiali parlano di sei milioni e mezzo di biglietti venduti oltr’alpe, primo incasso di sempre al box office francese). Anche Arthur e la vendetta di Maltazard in Francia ha letteralmente sbancato i botteghini, e non c’è motivo di dubitare che il terzo e conclusivo capitolo, Arthur e la guerra dei mondi, si assesterà sulla medesima scia.

Francamente cosa spinga a tutto questo entusiasmo l’infanzia francese è un rompicapo tutt’altro che semplice da risolvere: se già il primo film aveva destato ben più di un dubbio, sia da un punto di vista narrativo che prettamente tecnico, Arthur e la vendetta di Maltazard appare come un tonfo clamoroso, dal quale difficilmente Luc Besson avrà la forza e la capacità di rialzarsi. Quale processo si sia innestato nel cineasta francese non è dato saperlo, ma la sua carriera sembra realmente essersi compromessa in modo irrimediabile, tanto da gettare una luce oscura perfino sui suoi lavori più compiuti. Com’è infatti possibile che l’animazione artefatta e bolsa, la sciatta scrittura dei personaggi e la messa in scena decisamente di routine siano state portate a termine dallo stesso autore che neanche venti anni fa metteva a ferro e fuoco Europa e America con Nikita e Léon? Eppure un tempo, anche nelle scelte meno appropriate, anche negli errori cinematografici più lampanti di Besson (si veda alla voce Il quinto elemento e soprattutto Giovanna d’Arco) era possibile riconoscere il guizzo magari sprovveduto ma sincero di un cineasta deciso a plasmare la materia in celluloide a sua immagine e somiglianza.

Difficile capire cosa sia rimasto di quel Besson al giorno d’oggi: anche quando cerca un nuovo e proficuo sposalizio con l’aspetto più visionario e dinamitardo del cinema – Arthur e Betameche inseguiti in volo dalle guardie del crudele Krob – si ha l’impressione di assistere a uno spettacolo freddo, anaffettivo, furbo e francamente noioso. Nell’approcciarsi alla materia fantastica, Besson manca completamente il bersaglio, e si dimostra inesorabilmente inadatto alla contesa: anche volendo perdonare le gravissime mancanze tecniche dell’animazione in CG – la Pixar e le realtà nipponiche sono veri e propri universi posti a distanza siderale rispetto alla mediocre staticità del film di Besson – è impossibile non rendersi conto di come il vero problema risieda proprio nel rapporto tra il regista e il mondo che si è trovato a dover creare. La sub-creazione (per usare un termine che non sarebbe dispiaciuto a J.R.R. Tolkien, uno che di fantasy se ne intendeva) non è materia da prendere con tanta facilità sottogamba: Besson dimentica per strada ben presto il suo compito di demiurgo e si accontenta, nel creare il mondo ad altezza formica dei minimei, di estrapolare dalla realtà che ci circonda comportamenti, prassi, vizi e virtù per appiccicarli, è proprio il caso di dirlo, sull’universo da lui (ri)creato. Non vi è nulla di autentico o di realmente “fantastico” nella Paradise Alley in cui si trova invischiato il nostro eroe Arthur per il semplice fatto che stiamo assistendo solo alla messa in scena, deformata e animata, delle nostre megalopoli: non stiamo dunque più osservando un fantasy, ma semmai una caricatura della contemporaneità che ci circonda. Il gioco di immedesimazione ed empatia, ça va sans dire, viene immediatamente falsato, svilito, reso in fin dei conti un inutile orpello di alcuna importanza.

Saremmo forse persino portati a perdonare una così evidente gaffe nei confronti del genere fantastico, se quantomeno Arthur e la vendetta di Maltazard dimostrasse una pur minima verve narrativa. Ma Besson, forse troppo preoccupato a lavorare con una materia che evidentemente non ha ancora imparato a maneggiare con cura, porta in scena uno script raffazzonato, pieno di buchi, del tutto squilibrato: il mondo dei minimei fa la sua irruzione solo a metà del film, a seguito di un incipit inutilmente lungo e prolisso. Tutto questo per non parlare dell’ingresso in scena di Maltazard, vale a dire colui che viene descritto come antagonista fin dal titolo dell’opera: ebbene, la sua sortita avviene solo nell’ultimo quarto d’ora del film, e trova giustificazione esclusivamente in quanto trait d’union ideale tra questo secondo capitolo (tra l’altro non autoconclusivo, altro elemento che funge da zavorra dal peso non indifferente) e il terzo, che seguirà da qui a qualche mese. Una scelta narrativa e stilistica che fa davvero gridare vendetta e che conferma la mediocrità di un progetto che è davvero arduo non considerare fallimentare sotto ogni punto di vista. In attesa che Arthur e la guerra dei mondi metta una volta per tutte la parola fine alle gesta di questo popolo di nanetti capelluti, resta solo da annotare la presenza al doppiaggio (nella versione originale) di Lou Reed a far le veci di David Bowie. Almeno lì, uno scambio all’altezza. Non dei minimei.

Info
Il trailer di Arthur e la vendetta di Maltazard.

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