La principessa e il ranocchio

La principessa e il ranocchio

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Dopo la fusione con la Pixar e il ruolo predominante assunto da Lasseter, la giostra torna a girare. Ma sembra girare come negli ultimi decenni, con la stessa musica di sottofondo, gli stessi colori. La principessa e il ranocchio ripropone con una certa enfasi schemi oramai logori: una trama troppo esile in cui incastrare canzoni e buffi personaggi. Ancora una volta, la “Disney post Disney” non ha nulla da raccontare.

E vissero ancora felici e contenti

Il principe Naveen, accompagnato dal valletto Lawrence, arriva a New Orleans in cerca di jazz, ma si imbatte nel malvagio Dr. Facilier, uno stregone voodoo che lo tramuta in un ranocchio. Il povero principe, per riacquistare le sembianze umane, dovrà essere baciato da una principessa… [sinossi]

I segnali della crisi della Disney vanno cercati ben prima del (temporaneo) abbandono dell’animazione tradizionale e dello scarso appeal dei più recenti lungometraggi presso il grande schermo. La Casa del Topo, infatti, brancolava nel buio sbagliando quasi tutto da un buon numero di anni: orfana del geniale creatore, il pur controverso zio Walt [1], e via via dei vari artisti degli anni d’oro, la Disney ha vissuto di rendita per decenni, forte di un monopolio difficile da scalfire, di un pubblico poco incline alle novità e di grandi classici che garantivano a ogni riedizione nuovi incassi e fragili conferme. La Disney di Biancaneve e i sette nani, Fantasia e Pinocchio, ma anche di opere meno monumentali eppur memorabili come Le avventure di Peter Pan o La spada nella roccia, si è lentamente disciolta come neve, orfana di un padre/padrone geniale nel programmare, organizzare, esaltare i talenti a sua disposizione. Una Disney, a quei tempi, che produceva animazione di incredibile qualità tecnica, con tanta voglia di sperimentare, raccontare, affascinare: dalla multiplane camera ideata da Ub Iwerks alla serie Silly Symphonies e via discorrendo. Poi sono arrivati gli anni Settanta e Ottanta (Red e Toby – Nemiciamici, il misconosciuto Taron e la pentola magica), l’incapacità di gestire o coinvolgere i talenti (da Tim Burton a Brad Bird, passando per l’inutile corteggiamento di Bill Plympton), la lenta ma inesorabile e fatalmente sottovalutata crescita della Pixar, gli sterili successi commerciali di pur buoni prodotti come La sirenetta (1989) e Il re leone (1994), gli imbarazzanti ritardi nei confronti della computer grafica (impossibile dimenticare il poi disconosciuto Valiant di Gary Chapman) e, altro fatale errore, la decisione di chiudere con l’animazione tradizionale.

Dopo la fusione con la Pixar e il ruolo predominante assunto da John Lasseter [2], la giostra torna a girare con La principessa e il ranocchio del duo Ron Clements e John Musker, già registi e sceneggiatori dei vari Basil l’investigatopo (1986), La sirenetta, Aladdin (1992), Hercules (1997) e Il pianeta del tesoro (2002). Ma la giostra sembra girare come negli ultimi decenni, con la stessa musica di sottofondo, gli stessi colori. Prevedibile, ma non rassicurante, La principessa e il ranocchio ripropone con una certa enfasi schemi oramai logori: una trama troppo esile in cui incastrare canzoni e buffi personaggi. Ancora una volta, la “Disney post Disney” non ha nulla da raccontare, non parte da una storia (il confronto con qualsiasi film Pixar, tanto per non andare troppo lontano, è assai indicativo), non cerca contenuti narrativi, ma gioca d’accumulo, proponendo agli spettatori un concatenarsi di siparietti musical. Il viaggio lungo il fiume dei due pur simpatici protagonisti non è altro che la somma algebrica dei numeri musicali: l’alligatore, la lucciola, la maga voodoo e il resto della compagnia cantante. A ogni personaggio il suo palco, i suoi cinque minuti di gloria. C’era una volta e sembra esserci ancora l’idea di un cinema d’animazione che ripete sé stesso all’infinito, in maniera rituale. La bella principessa [3], l’eroe e i suoi buffi amici. E tutti insieme appassionatamente a cantare, snocciolando melodie e gag.

Auspicando un ritorno della Disney agli antichi splendori, annotiamo una colonna sonora senza grandi guizzi (da Randy Newman, chiamato a sostituire Alan Menken, ci aspettavamo di più), la conferma di un character design sinuoso, contraddistinto da occhi sovradimensionati, di colori morbidi. Pur con qualche interessante vezzo registico, come l’elegante ellissi temporale che chiude il convincente prologo, il brillante personaggio della platinata Charlotte e le inquietanti ombre degli spiriti, La principessa e il ranocchio ci sembra, tra le uscite natalizie d’animazione (l’ottimo Piovono polpette e il discreto Astro Boy), l’opera che ha meno da offrire.

Note
1. Scomparso il 15 dicembre 1966.
2. Si veda il brillante Bolt – Un eroe a quattro zampe di Byron Howard e Chris Williams.
3. Bianca, nera o indiana, dipende dal momento storico e da un politicamente corretto assai posticcio.
Info
Il trailer italiano de La principessa e il ranocchio.
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