Brothers

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Con Brothers, Jim Sheridan spreca l’occasione per aprire il fianco a un approfondimento sugli “irlandesi d’America”. Il film è il remake di Non desiderare la donna d’altri di Susanne Bier.

Le bandiere dei nostri padri

Quando un marine pluridecorato viene dato per disperso in Afghanistan, a casa, suo fratello minore, considerato la pecora nera della famiglia, inizia ad occuparsi di sua moglie e delle sue due figlie. Le conseguenze ribalteranno i ruoli e metteranno in discussione le fondamenta dell’intera famiglia. Finchè, un giorno, una telefonata…  [sinossi]
Il cinema americano è pieno di bandiere. Brothers, terza pellicola statunitense dell’irlandese Jim Sheridan, si apre con un’alzabandiera in un avamposto militare e si chiude con una bandiera che sventola già issata su un centro di igiene mentale per militari reduci dal fronte.
Tra questi due vessilli sta Brothers, ma potremmo anche dire che sta l’America. Nei giorni del pacifico trionfo di Obama col Nobel, altri 30 mila soldati yankee sono stati posizionati, nel risiko globale, in Afghanistan. Uno di questi, probabilmente avrà la faccia di Tobey Maguire, fratello esemplare, marito presente e padre affettuoso. Uno di questi ritornerà pazzoide dopo una prigionia altrettanto folle.

Jim Sheridan prosegue con Brothers nello scandagliare l’immaginario del “sogno americano”, così come aveva fatto nello “sbarco” (In America, 2002) e nel successivo film americano ancora inedito da noi Get Rich or Die Tryin’ (paradossale biopic sul rapper 50 Cent). Dopo una pellicola intima e così grumosa di ricordi personali (dedicata al fratello morto) come era In America e un’altra di ben altro spessore, ma che aveva comunque forti i “segni” della volontà del regista irlandese di indagare il “sogno” che si realizza, ecco arrivare questo Brothers, forse più maturo come discorso sul paese “America”, ma certamente più artefatto, cerebrale e ingombro di spettri e ombre dal passato del regista. È come se, infatti, Sheridan avesse voluto ricercare nelle pieghe di una sceneggiatura inutilmente ingolfa di parole e di gesti quei drammi che lo hanno reso famoso. Ma c’è davvero, e non solo simbolicamente, un oceano a separare Il mio piede sinistro, Nel nome del padre e soprattutto The Boxer (tre tra le pellicole più intimamente irlandesi che davvero hanno colpito, e continuano a farlo, al cuore chi abbia viva nella mente quella terra ferita e fiera) a Brothers, così come lontane appaiono le performance attoriali del grande Daniel Day-Lewis (protagonista di tutti e tre i film irlandesi sopraccitati) qui “sostituito” da tre volti della “nuova” (non nuovissima) generazione di Hollywood Tobey Maguire Jake Gyllenhaal e Natalie Portman, i quali sembrano oltremodo sfrozarsi di intercettare quel mood “carico” proprio del cinema di Jim Sheridan.

Il problema semmai è che la base su cui ci si muove viene da tutt’altra parte: il film infatti è un remake di Non desiderare la donna d’altri, pellicola danese di qualche anno fa (a firma di Susanne Bier), intriso nella consueta atmosfera nordica di glaciale freddezza, di volti e movimenti geometrici che inseguono dolori inauditi e inellutabili. Griffato (come produttore) da Lars von Trier, il film originale era una disamina piuttosto impietosa di come la nostra esistenza sia null’altro che un gioco tra sentimenti che si scontrano unendosi e annullandosi l’un l’altro. Il tutto portato sullo schermo attraverso tre volti superbi, tre espressioni della miglior scuola recitativa nordica (ovvero Connie Nielsen, Ulrich Thomsen, e Nikilaj Lie Kaas) che stanno a loro agio tra queste parabole morali che si muovono nell’apparente normalità quotidiana. Cosa che invece non riesce appieno ai tre boys, incapaci probabilmente di tendere la loro espressività verso vette attoriali forse distanti da quelle di Hollywood (non fosse altro per certi stilemi recitativi), certamente poco aiutati da una sceneggiatura che prova a dire con le parole quello che un Ulrich Thomsen qualsiasi farebbe con uno sguardo o poco più (la firma è di David Benioff, giovane prodigio dello script americano, lo stesso di La 25esima Ora e X-Men, le Origini: Wolverine. Sheridan, da par suo, continua a giocare con l’America alzando, e di molto, i toni del discorso ma perdendo di vista il vero obiettivo della sua ricerca.

Ecco perché Brothers è più che altro un’occasione persa, magari per chiudere i conti con la nuova patria americana, o almeno di quella di tanti irlandesi riuniti sotto la bandiera a stelle e strisce. E magari il prossimo passaggio potrebbe riguardare una stirpe, quella kennedyana, che dall’Irlanda è arrivata In America a cercare fortuna…

Info
Il sito ufficiale di Brothers
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