Luis Buñuel – Volume 3

Luis Buñuel – Volume 3

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Prosegue a tappe spedite il viaggio di ricognizione della RaroVideo intorno al pianeta Buñuel: un corpo celeste all’apparenza ampiamente esplorato e forse persino colonizzato, ma che in realtà presenta delle zone oscure. Il meritorio lavoro della RaroVideo – a ulteriore conferma di uno standard qualitativo che non è mai venuto meno nel corso degli anni – è andato prima a rispolverare il sogghigno iconoclasta degli esordi (nel cofanetto L’occhio tagliato: la ferita del cinema) per poi spostare l’occhio (tagliato?) in territorio messicano, con un box che conteneva il trittico Susana, Salita al cielo e L’illusione viaggia in tranvai. E sempre nella terra di Tenochtitlan, Miguel Hidalgo y Costilla, Pancho Villa ed Emiliano Zapata, si rimane con questo ulteriore cofanetto.

Tre dvd per dare la possibilità al pubblico italiano di entrare in contatto con tre delle opere più importanti del geniale cineasta spagnolo. Se con SusanaSalita al cielo e L’illusione viaggia in tranvai si assisteva a una vera e propria scelta cinefila, recupero d’essai di materiale in larghissima parte ignoto anche al pubblico meno pigro, il discorso muta notevolmente nell’avvicinarsi a El bruto (Il bruto), Él (Lui) ed Ensayo de un crimen (Estasi di un delitto): si tratta infatti di opere di Buñuel perfettamente storicizzate anche nel nostro paese, benedette perfino di quando in quando da passaggi televisivi, per quanto in orari decisamente improbabili.

Ci sono una serie di annotazioni che balzano immediatamente agli occhi durante la visione dei tre film presenti in questo cofanetto: innanzitutto è impossibile non leggere, nell’intrico narrativo (e in particolar modo in quello di Él, tra i massimi capolavori firmati da Buñuel) un sottile e arguto autobiografismo. La messa alla berlina dell’ideale borghese, la crudele devastazione cui va incontro la morale bigotta, l’acidula tonalità in cui sono immerse le pellicole, raccontano il Luis Buñuel uomo molto più di quanto solitamente si sia portati a pensare. I valori borghesi e religiosi nel senso più deteriore del termine che conducono passo passo alla pazzia il Francisco Galván de Montemayor di Él (interpretato magistralmente da Arturo de Córdova, che era stato Edmundo Dantés ne El conte de Montecristo diretto a quattro mani da Roberto Gavaldón e Chano Urueta nel 1942), sono esattamente gli stessi contro i quali Buñuel si è sempre scagliato: allo stesso modo non esiste soluzione di continuità tra il Cristo che esce dal castello de Le 120 giornate di sodoma ne L’âge d’or e l’immagine della Madonna messa a protezione del mattatoio ne Il bruto. Esempi di un cinema che non ha alcun timore di sfidare apertamente la falsa pudicizia morale dietro la quale si nasconde il volto più turpe di una società fagocitatrice, che costringe l’uomo a ridursi a una patetica, e in fin dei conti innocua, pantomima di sé stesso. Proprio la mancanza di una netta linea di demarcazione che divida il Buñuel spagnolo degli esordi da quello messicano oggetto dell’attuale disamina – e il discorso si potrebbe espandere anche agli anni della senilità – trascina la discussione verso un altro punto essenziale per comprendere l’importanza di una sortita editoriale di questo tipo: pur attraversando vere e proprie ere geologiche all’interno del tracciato della storia del cinema, la poetica di Luis Buñuel non ha mai subito ribaltamenti improvvisi. Certo, ha avuto l’accortezza di comprendere i tempi e gli spazi nei quali aveva la possibilità di muoversi, ma non ha mai ugualmente rinunciato a perpetuarsi, eternamente fedele a se stessa. Anche e probabilmente soprattutto per questo l’ombra della censura non l’ha mai abbandonato: abbattendosi a lavoro finito o, come nel caso de Il bruto, smontando e ricostruendo tutto durante il periodo del set. Il bruto è un film sublime e incompiuto allo stesso tempo, capace di picchi di straordinaria deflagrazione visiva e di arresti improvvisi: pause da attribuire in toto all’improvvido intervento della produzione. Eppure, proprio di fronte a un’opera “minore” – e le virgolette appaiono quanto mai doverose – si può cogliere con precisione millimetrica l’insegnamento di libertà, ironia e passione che rappresenta forse il senso più estremo e profondo dell’arte del regista spagnolo. Lontano (geograficamente e temporalmente) dalla bagarre avanguardista che marchiò a fuoco i fondoschiena borghesi a cavallo tra gli anni venti e trenta dello scorso secolo, Il bruto continua a celare al suo interno l’anima candida e incorruttibile dell’espressionismo. Il potere visionario che si fa amore indistruttibile, di fronte anche il più crudele dei villain deve abbassare il capo.

A chiudere il trittico manca solo Estasi di un delitto, a nostro avviso la quintessenza stessa dell’ideale cinematografico buñueliano: un concentrato di umorismo e divertito sadismo che non ha eguali, teatro della crudeltà che si fa intimo e clamoroso calembour visivo. Il film è tratto da un romanzo di Rodolfo Usigli, ma come d’abitudine del testo scritto non è rimasto granché nella versione finale dell’opera cinematografica: senza remore di alcun tipo Buñuel ha preso di petto la pagina scritta, modificandola, svilendola, sbugiardandone le linee guida, tradendola ripetutamente. Un’operazione coraggiosa che di fatto trasforma quello che sarebbe dovuto essere – seguendo alla lettera le parole di Usigli – una parabola morale sulla gratuità dell’omicidio, in un imperdibile e raffinato gioco sulle fosche tinte del noir. Non v’è nulla di moralistico nel cinema di questo straordinario maestro, ed Estasi di un delitto sembra volercelo ricordare a ogni pie’ sospinto.
Assistere alla visione di un film di Buñuel appare sempre come qualcosa di terapeutico, perfino necessario per il nostro fisico. Anche per questo motivo non si può che essere grati alla RaroVideo per un’operazione distributiva portata avanti con coerenza, spessore filologico e passione. Tutte qualità che non sarebbero dispiaciute a Buñuel.

Info
La scheda di Luis Buñuel – Volume 3 sul sito della RaroVideo.

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