Baciami ancora

Baciami ancora

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Sequel de L’ultimo bacio, Baciami ancora ripropone tutti gli ingredienti classici del cinema di Gabriele Muccino: amori isterici, porte sbattute in faccia, scopate, slanci machisti e sadomasochisti.

Gabriele Muccino o del cinema urlato

La storia di Carlo e Giulia e dei loro amici prosegue con gli errori, i traguardi raggiunti, i desideri e le delusioni che li hanno cambiati e che li hanno trasformati in adulti; dai trentenni che non volevano crescere che erano, agli uomini e alle donne che sono diventati oggi… [sinossi]
Aò, se te me tradisci t’ammazzo co’ le mani mie.
So’ n’omo all’antica io, ce credo ancora a certi valori.
Pierfrancesco Favino/Marco alla moglie Veronica in Baciami ancora

Il ritorno del figliol prodigo del cinema italiano non brilla certo per novità né per coraggio: un sequel di una delle pellicole più sorprendenti (in termini di successo) di inizio millennio, confermando ove possibile il cast del film precedente (anche se la mancanza della Mezzogiorno è assai significativa) ed estremizzando in pratica tutte le parabole di vita dei protagonisti. Successone in arrivo, Procacci già si frega le mani, per un polpettone degno del Mahabharata in quanto a eventi narrati e a sconvolgimenti. Superando come di slancio tutte le teorie che suggeriscono che per realizzare un film corale, e questo forse anche più de L’ultimo bacio ambirebbe ad esserlo, bisognerebbe dar vita a tutta una serie di personaggi dotati di un certo spessore, e non ad una trafila di macchiette alle quali appiccicare addosso qualche labile contorno.
Baciami ancora è dunque questo, un delirio d’onnipotenza creativa che ben si confà allo spirito del cinema di Muccino, che si muove leggero e sinuoso come un elefante in un negozio di cristalli. La voce off di Accorsi, ancor più pedante e saccentona che nel precedente episodio, ci porta magicamente a rivisitare le vite di questi trentenni romani (ora quarantenni), completamente al di fuori da ogni realtà sociale (la crisi, forse per far finta di essere di questo pianeta, viene citata un paio di volte e solo per futili motivi), ancora immerse in problematiche adolescenziali o di poco post.

Sono ancora questi amori isterici, urlati, a dominare le scene, con il giusto corollario di porte sbattute in faccia e di scopate, slanci machisti e sadomasochisti: il tutto condito, come da consueta parabola mucciniana, da una musica ingombrante che riesce a violentare qualsiasi secondo di pellicola con il suo rutilare ininterrotto. Eppure, se si riuscisse ad epurare il cinema di Muccino da quella sua voglia matta di costruire “scene madri” il risultato non sarebbe poi così male, anzi. La maturità artistica sembra dare infatti al regista romano una sicurezza che tanti altri suoi colleghi bramerebbero, soltanto che l’utilizzo che ne fa è a dir poco criminoso. La prima parte del film, forse perché costretta narrativamente a viaggiare col freno a mano (parzialmente) tirato, condensa in sé probabilmente tutto il meglio del cinema di Muccino: una perizia tecnica non indifferente mostrata con garbo e tatto; una verve comica che affiora brillantemente in alcuni suoi tratti (su tutti spicca il personaggio interpretato da Pierfrancesco Favino, indubbiamente uno dei personaggi meglio calibrati dell’intera pellicola); persino un paio di scene in cui i silenzi strappano l’oblio alle tante parole dette (inutilmente). Poi, l’irreparabile. Il diluvio. E allora morti, suicidi, rinascite, tradimenti in serie, simbolismi, padri persi e ritrovati, nostalgia per il tempo che fu, crisi mistiche, nascite e aborti, malattie vere e presunte fino ad arrivare alle tanto agognate (?) cascate brasiliane dove sguazzano beati indigeni non meglio identificati. E la morale, che lenta strisciava lungo tutto l’arco della pellicola, inizia pian piano a far capolino, fino a deflagrare impietosamente e senza riserve.

E se L’ultimo bacio fotografava l’epoca del disimpegno e dell’immaturità, Baciami ancora sembra condannare tutti, come fosse la fine di quell’epoca, senza risparmiare niente e nessuno, come se non ci fosse davvero nulla che potesse salvare l’essere umano (mucciniano, s’intende…). E allora eccolo il groppo al cuore tanto agognato e che tanto incassa al botteghino, con buona pace di chi, col il cinema, prova a reinterpretare la realtà. Muccino al contrario favoleggia, tra un turpiloquio ed un product placement selvaggio che non risparmia davvero nulla (tutto è merce al cinema, questa forse la massima per eccellenza che trasuda dal film), prendendosi maledettamente troppo sul serio, non dando scampo ai suoi spettatori, quasi costretto come è a tirare sempre e comunque le fila del proprio discorso.
Togliete quella confidenze urlate, asciugate un materiale narrativo che andrebbe bene per una stagione di Lost, epurate qua e là qualche personaggio davvero fuori fuoco (Veronica, la moglie di Favino) o completamente inutile (non ce ne voglia Marco Cocci ma c’è davvero da chiedersi cosa ci stia a fare nel film) e avrete un bel cinema.
Certo, non sarebbe griffato Muccino.

Info
Il sito francese di Baciami ancora.
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