La prima cosa bella

La prima cosa bella

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La prima cosa bella è un sentito viaggio nelle emozioni lancinanti della nostra esistenza, negli errori che si passano di generazione in generazione come fossero un ineludibile lascito ereditario. Un inno a questa vita derelitta e bastarda, ma pur sempre vita, che anche a un passo dalla morte continua a stupirci e a sorprenderci, come un film la cui trama, seppur scontata, non ci annoia mai.

Ci siamo tanto divertiti…

Nel Settantuno Anna Nigiotti era una giovane e bellissima mamma proclamata Miss del più popolare stabilimento balneare di Livorno, ignara di suscitare le attenzioni maliziose della popolazione maschile, i sospetti rabbiosi del marito Mario e la vergogna del primogenito Bruno. Oggi è ricoverata alle cure palliative, ma sbalordisce i medici con la sua irresistibile e contagiosa vitalità… [sinossi]

Non era facile tornare al cinema per Paolo Virzì. Non era facile perché aveva compiuto con Tutta la vita davanti un piccolo-grande miracolo, ovvero quello di realizzare una commedia (a tratti anche molto divertente) che al tempo stesso fotografasse impietosamente lo stato di decomposizione della società italiana. Un film horror che qualcuno si è semplicemente limitato a catalogare come l’ennesima rinascita della commedia all’italiana e che invece è qualcosa in più, probabilmente una nuova chiave interpretativa della realtà italiana che non sia quella chiassosa e invertebrata dei Vanzina, De Sica e compagnia bella – ammesso e non concesso che il cinema dei suddetti possa essere letto come un’analisi della nostra società.

Forse, proprio perché con Tutta la vita davanti aveva compiuto uno sforzo immane e magari anche per evitare di infilarsi in un tunnel buio, ecco che Virzì sembra aver sentito il bisogno di reimmergersi in qualcosa di più intimo, di più familiare. E senza dubbio non c’è nulla di più intimo e di più familiare per Virzì della sua Livorno, città fumosa e oggettivamente brutta che il regista riesce quasi a colorare. Si aprono i titoli di testa de La prima cosa bella e siamo nell’estate del 1971: spopolano colori, quadrettoni e soprattutto frangettoni mentre viene eletta la nuova Miss Mamma dei Bagni Pancaldi. Quasi a volersi distanziare fin da subito dall’Italia opaca dei nostri tempi, Virzì si (e ci) trasporta nella Livorno di quasi quarant’anni fa: inutile fare raffronti, sembra suggerirci il regista, qui siamo in un altro tempo. E in quest’altro tempo la vita pullula, il mondo brulica di sentimenti e di umori, pur se spesso virati verso una malinconia che a tratti lascia davvero senza fiato. Cos’è la vita, allora, se non un carnevale irridente e mefistofelico, dove la morte cammina fianco a fianco con i sentimenti più pazzi e disperati, in un tango sinuoso e barocco? Eccolo il senso di questa pellicola, ritrovare la gioia della maledetta vita, quella che sempre e comunque conduce inevitabilmente verso l’affilata falce della morte, che lo si voglia o meno. Del resto, a muovere tutto l’intreccio narrativo che saltella allegramente tra passato e presente in un susseguirsi cadenzato di flashback, è proprio l’inarrestabile furore di una malattia mortale che colpisce la protagonista – doppiamente interpretata da Micaela Ramazzotti nella versione d’epoca e da una stupefacente Stefania Sandrelli nell’oggi. Se la Ramazzotti sembra qui e là muoversi, efficacemente anche, proprio sui tracciati interpretativi della protagonista di tanti capisaldi del nostro cinema (viene in mente in particolare l’interpretazione svampita di Io la conoscevo bene), è proprio la Sandrelli a stupire per questa sua recitazione davvero “terminale”, quasi a condensare in sé tutti gli umori e i passati del suo cinema, una maschera delle sue maschere.

Se dunque il ritorno, o quantomeno il bisogno di riavvicinarsi a un cinema più intimo, per Virzì si traduce con l’affrontare certe sfide autobiografiche (soprattutto con Livorno, città con la quale il regista intrattiene un singolare rapporto di amore/odio), è altresì vero che la sua declinazione non va certo verso un alleggerimento di tono del suo cinema. Anzi, tutt’altro. Seppur velata da alcune scelte narrative forse un po’ troppo macchinose (alcuni dei flashback paiono evitabili) e da una fin troppo smaliziata e impudica volontà di covare drammi nell’apparente cordialità del quotidiano, l’opera di Virzì è un sentito viaggio nelle emozioni lancinanti della nostra esistenza, negli errori che si passano di generazione in generazione come fossero un ineludibile lascito ereditario. Un inno a questa vita derelitta e bastarda, ma pur sempre vita, che anche a un passo dalla morte continua a stupirci e a sorprenderci, come un film la cui trama, seppur scontata, non ci annoia mai.
È proprio nella magica e sconvolgente semplicità del cinema che Virzì pare rifugiarsi. In quei vecchi film quasi citati dallo stesso protagonista (un ottimo Mastandrea, finalmente in una convincente interpretazione lontana dai suoi pur buoni cliché romaneschi), così densi di vita e di colori che son capaci di raccontare le più folli parabole in cui però non è difficile ritrovare una, magari anche minuscola, parte di sé. È il patrimonio dell’umanità, è lì che Virzì è andato a pescare gli ingredienti del suo film. Ed è per questo che, seppur intima e personale e così apparentemente distante dalla storia della sua opera precedente, anche la vicenda di La prima cosa bella (ci) parla di noi e del nostro tempo.

Info
Il trailer de La prima cosa bella.
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