Il quarto tipo

Il quarto tipo

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Il quarto tipo abusa del mockumentary senza aver ben chiare, con ogni probabilità, le regole non scritte del genere; nello sforzo stilistico di Olatunde Osunsanmi, che appiattisce fino all’inverosimile le riprese che si vorrebbero reali e al contrario si getta in arzigogolate quanto rischiose evoluzioni della macchina da presa in quelle palesemente fictionali, a venir meno è proprio la credibilità del documentario.

Sumeri-Alieni, una faccia una razza

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Quando nel 1999 gli Stati Uniti d’America iniziarono a fare i conti con il curioso battage pubblicitario pensato per solleticare il pubblico in attesa dell’uscita nelle sale di The Blair Witch Project, il termine mockumentary non era certo sulla bocca di tutti. E, fattore ancor più rilevante, difficilmente veniva accostato al cinema di genere; gli esempi cui si faceva riferimento per citare questo arguto e particolare approccio alla materia cinematografica andavano da The War Game di Peter Watkins – da molti considerato il capostipite dei “falsi documentari” – al sublime Forgotten Silver di Peter Jackson. Un auteur quale Woody Allen aveva innervato la materia legandola a doppio nodo al cinema di finzione più palese (in Prendi i soldi e scappa e Zelig interpreta lui stesso il ruolo del protagonista del supposto documentario e in Accordi e disaccordi relega il compito a Sean Penn), altri cineasti ne avevano approfittato per inventare di sana pianta rock-band (Rob Reiner nel clamoroso This is Spinal Tap, Bruce McDonald nell’ottimo e purtroppo semi-invisibile Hard Core Logo, Shane Meadows nel recente e spassoso Le Donk & Scor-Zay-Zee). Pochi avevano però intuito la reale portata di una tecnica che finge la realtà fino a confondere le acque anche per il più smaliziato spettatore: in realtà ben prima di The Blair Witch Project era stato possibile assistere alle atrocità amazzoniche di Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato e agli orrori de Il cameraman e l’assassino del trio Belvaux/Bonzel/Poelvoorde, ma nessuno di questi due titoli aveva dimostrato la capacità di incidere con così brutale potenza nell’immaginario orrorifico cinematografico.

L’intervento di The Blair Witch Project fu al contrario decisamente destabilizzante, perché proponeva un interrogativo a dir poco disturbante: fino a che punto è davvero possibile distinguere la sottile linea che divide la realtà dalla finzione cinematografica? Quando un’immagine è realmente vera? Il film diretto da Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez ha svolto, nel cinema dell’ultimo decennio, il compito traumatico che fu del radiofonico La guerra dei mondi ideato nel 1938 da Orson Welles. Inevitabile che in molti leggessero nella peculiarità stilistica di The Blair Witch Project una sorta di soluzione a tutti i mali che affliggevano (affliggono?) il cinema horror contemporaneo. Il risultato di queste congetture è stato che, a fronte di un gruppo di opere effettivamente da non sottovalutare (Incident at Loch Ness di Zak Penn, Il mistero di Lovecraft – Road to L. di Federico Greco e Roberto Leggio, Cloverfield di Matt Reeves, le digressioni fantascientifiche di District 9 di Neill Blomkamp e soprattutto dell’inarrivabile Wild Blue Yonder di Werner Herzog), ha proliferato uno stuolo di sceneggiature che prendono a pretesto la ripresa “dal vero” – o documenti in qualche modo riconducibili a un qualsivoglia attestato di credibilità – per architettare messe in scena tutt’altro che innovative. Rientra alla perfezione in questa categoria anche Il quarto tipo, ibrido tra fantascienza e horror che si spaccia fin dalle primissime sequenze come ardita commistione tra elementi reali e ricostruzioni cinematografiche. Il regista Olatunde Osunsanmi vorrebbe convincere il suo uditorio che la storia che sta raccontando sia ispirata a fatti realmente accaduti: per donare maggior credito alle proprie asserzioni, infarcisce Il quarto tipo di un profluvio di riprese che fingono – più o meno abilmente – l’amatorialità.

Tutto è costruito nei minimi dettagli, a onor del vero: Milla Jovovich che interpreta il ruolo della “vera” Abigail Tyler, vittima di una cospirazione aliena alla base anche della morte di suo marito, la messa in scena che cerca di ricreare la realtà dei materiali originali – generando un criminoso abuso della tecnica dello split screen, ideale faccia a faccia tra vero e falso che ha un sapore artificioso tutt’altro che gradevole. Il problema (uno dei problemi) de Il quarto tipo è che abusa del mockumentary senza aver ben chiare, con ogni probabilità, le regole non scritte del genere; nello sforzo stilistico di Osunsanmi, che appiattisce fino all’inverosimile le riprese che si vorrebbero reali e al contrario si getta in arzigogolate quanto rischiose evoluzioni della macchina da presa in quelle palesemente fictionali, a venir meno è proprio la credibilità del documentario. Non basta mettere una donna di fronte alla camera e fingere di intervistarla per far sì che scatti nello spettatore la percezione della realtà: non conoscendo il significato più intimo del documentario, Osunsanmi perde per strada, fin dalle prime battute, il filo del discorso. Cercando di sfruttare lo stratagemma del materiale d’archivio per glissare su determinate necessità visive – dove sono gli alieni? Perché ogni volta che sta per succedere qualcosa il video deve necessariamente deteriorarsi? – il regista di The Cavern finisce per girare un horror totalmente privo di suspense, confusionario prima ancora che angosciante. Tra l’altro, in un attacco di pretenziosità, Osunsanmi arriva a toccare con mano problematiche, come quella delle forme aliene come raffigurazione della divinità (e la traduzione dal sumero del discorso alieno è ai limiti del ridicolo involontario), che avrebbero meritato un approfondimento decisamente maggiore e, senza alcun dubbio, una mente assai più illuminata. Grande guazzabuglio contemporaneo, Il quarto tipo non funziona come mockumentary, ma neanche come documentario o horror riuscirebbe a ritagliarsi un proprio spazio. Ben presto infatti il dubbio sulla realtà o la finzione di ciò a cui si sta assistendo abbandona la mente dello spettatore, scacciato da una meccanica della messa in scena talmente spudorata e priva di finezze da lasciare annichiliti. La storia della psicologa Abbey Tyler è finta, ma anche qualora si fosse trattato di un reale servizio giornalistico, non avremmo esitato a cambiare canale sbadigliando.

Info
Il quarto tipo, il trailer.

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