Panico al villaggio

Panico al villaggio

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Assai distante dall’animazione commerciale, Panico al villaggio punta sul ribaltamento delle convenzioni tecniche e narrative, in un capovolgimento delle attese spettatoriali.

Le bizzarre avventure di Cavallo, Indiano e Cowboy…

Anche giocattoli di plastica animati come Cowboy, Indiano e Cavallo hanno i loro problemi. Avventure surreali si susseguono man mano che il trio viaggia verso il centro della Terra, si fa una scarpinata attraverso una gelida tundra e scopre un universo subacqueo parallelo dove vivono creature con la testa a punta. Ogni personaggio parla come se respirasse anfetamine e gas esilarante. Con il panico come caratteristica costante della vita in questa città di cartapesta, riusciranno mai Cavallo e la sua ragazza a rimanere soli? [sinossi – Future Film Festival]

Il lungometraggio del duo Stéphane Aubier e Vincent Patar, passato al Festival di Cannes 2009, non è certamente rivolto a un’ampia platea, vista la singolare tecnica scelta per la messa in scena e la comicità nonsense, figlia di una scrittura che si prende molte, forse troppe, libertà. Panico al villaggio, versione per il grande schermo di un’idea nata già negli anni novanta, come graduation film di Aubier e poi, nel 2001, utilizzata per una serie televisiva, sembra infatti troppo esile narrativamente per reggere i pur gradevoli settantacinque minuti di durata. Come si dice spesso in questi casi, ottimo materiale per un cortometraggio.
Nonostante qualche momento esilarante, le avventure di Cavallo, Indiano, Cowboy e degli altri abitanti del microscopico villaggio si reggono quasi esclusivamente su alcune gag e sull’eccentricità dei personaggi, enfatizzata dai modellini scelti per realizzare l’animazione. L’aspetto più interessante di Panico al villaggio, seppur non nuovo, è infatti l’utilizzo di pupazzetti e soldatini (Cowboy, Indiano…), oltretutto inseriti in una scenografia di cartapesta, con tanto di fondale fisso. Il film di Aubier e Patar, assai distante dall’animazione commerciale, punta quindi sul ribaltamento delle convenzioni tecniche e narrative, in un capovolgimento delle attese spettatoriali. Un “capovolgimento” che trova uno sviluppo narrativo e “geografico” anche all’interno del lungometraggio, con la buffa, ma un po’ ripetitiva, contrapposizione tra gli abitanti del villaggio “terrestre” e gli abitanti di un mondo sottomarino parallelo.

E se lo scorrere dei minuti mette a nudo il fiato un po’ corto dell’idea, è senza dubbio efficace la caratterizzazione del protagonista, il volenteroso Cavallo, ripetutamente mostrato in situazioni paradossali – il suo essere una specie di chioccia per gli sciocchi Indiano e Cowboy, il lavoro al computer, la travagliata relazione con l’insegnante di musica, l’abilità da carpentiere e via discorrendo.
Panico al villaggio, inserito nella lista dei venti lungometraggi d’animazione in corsa per il premio Oscar (si veda la relativa nota in Piovono polpette), sfoggia con coraggio una tecnica, la stop motion, che negli ultimi anni sembra reagire con una certa veemenza, non solo a livello di produzioni indipendenti, al dominio (occidentale) della dilagante computer grafica. Una stop motion, tra l’altro, che non punta certamente sulla meraviglia visiva di opere con ben altro budget e intenzioni (si veda, anche supportato dal sapiente utilizzo del 3D, il tecnicamente pregevole Coraline e la porta magica), ma gioca a carte scoperte con lo spettatore: i giocattoli prendono vita (tema assai in voga al Future Film Festival 2010: Toy Story 3D, Toy Story 2 3D, In The Attic: Who Has a Birthday Today?) mantenendo la loro natura di modellini/soldatini di plastica.

Info
Il sito inglese di Panico al villaggio.
Il sito francese di Panico al villaggio.
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