Kanikōsen

Kanikōsen

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Kanikōsen è pensiero rivoluzionario, è pensiero positivo, è una lezione dal passato che probabilmente non avrà futuro. È cinema per pochi, e non solamente perché resterà confinato al Forum. È anche cinema sbagliato. Troppo entusiasta. Troppo poco calibrato. Troppo libero. Anarchico. Evviva.

Pensa positivo… pensa adesso!

Kanikōsen è un film di uomini, un film di guerra, un agitprop socialista, un film di danza moderna e soprattutto l’adattamento di uno dei maggiori bestseller nipponici, scritto ottant’anni fa da una delle luci guida della letteratura operaia. Ed è, manco a dirlo, il nuovo film di Sabu: quanti altri registi avrebbero avuto il coraggio di combinare figure storiche e una messa in scena innovativa per creare uno stilizzato film politico? [sinossi]

Emerge con forza dal magmatico Forum, (troppo) ricca sezione della Berlinale, croce e delizia di qualsiasi cinefilo, Kanikōsen, ultimo lavoro del cineasta nipponico Sabu (Dead Run, Hard Luck Hero) [1]. Un’opera imperfetta, a tratti schematica, politicamente schierata, senza dubbi o concessioni, programmatica e quindi disturbante, contraria a ogni mediazione. In poche parole, coraggiosa.
Kanikōsen può essere facilmente smontato, pezzo per pezzo, e attaccato nei suoi punti deboli. Punti deboli evidenti. Perché Sabu, aka Hiroyuki Tanaka, classe 1964, avanza senza esitazioni, grida al mondo un messaggio forte e chiaro, espone senza cedimenti e ripensamenti un manifesto (forse) fuori dal tempo. Da questo tempo. Poi chissà. Ma la sua nave mantiene orgogliosa e fiera la stessa rotta, anche se l’ammiraglia è affondata da decenni, anche se la scalinata di Odessa è stata solo un inutile sacrificio, anche se tutte (tutte!) le rivoluzioni sono passate. Anche se la nave russa e l’ipnotico balletto sono immersi in una luce strana, sfuocata, ipnotica, ingannevole. Il manifesto di Sabu, comunista, anarchico e un po’ folle, persino kitsch, è però pura energia, è vitalità, è cinema politico. Merce rara.

Anche se incompiuto, soprattutto nel confronto con due recentissime e mastodontiche opere come Love Exposure di Sion Sono e United Red Army di Koji Wakamatsu (presente a Berlino 2010 con l’attesissimo Caterpillar), Kanikōsen ha il pieno merito di andare fino in fondo, di “non tradire la causa”.
Evidente riflesso delle suggestioni di Metropolis di Fritz Lang [2] e debitore tra gli altri della poetica e della messa in scena di Shinya Tsukamoto (Tetsuo, Haze) [3], il lungometraggio di Sabu attacca la macchina capitalista, il possente ingranaggio, apparentemente inarrestabile e indistruttibile. Lo attacca con un fervore politico quasi adolescenziale dall’interno, dal vero cuore pulsante: con gli ultimi, i lavoratori. Sabu mette in scena l’utopia della rivoluzione proletaria. La stessa utopia che ci è già stata raccontata, diverse volte, anche in maniera più compiuta e sottile. E la racconta oggi, adesso, nel 2010. Ci vuole coraggio. Perché la metafora del piccolo ingranaggio che si ribella, dell’automa che prende coscienza, della ruota che si ferma e crolla a terra è vecchia, è vista, è anacronistica. Quindi, paradossalmente, attuale. E dannatamente necessaria. Perché l’infernale meccanismo (altra metafora facile, eppure efficace, diretta) continua a girare e il proletariato si è arreso, contento di qualche zuccherino, adagiato su piccole concessioni, indifferente alle (tante, troppe) sofferenze altrui [4]. Kanikōsen è un atto politico. Discutibile, criticabile e tutto quel che segue, ma meritevole del massimo rispetto.

Tra le scatolette di polpa di granchio, incessantemente sfornate dalla catena di montaggio, non si innalza solo il messaggio politico, la buona messa in scena di Sabu, la grottesca e illusoria visione della famiglia Kimura [5], ma anche il consueto talento e la magnetica presenza scenica del sempre più bravo Ryuhei Matsuda (Shinjo), giovane attore giapponese classe 1983 dalla filmografia davvero nobile e invidiabile:  Nightmare Detective e Nightmare Detective 2 di Tsukamoto,  Big Bang Love, Juvenile A di Miike, Tabù – Gohatto di Oshima e via discorrendo.

Kanikōsen è pensiero rivoluzionario, è pensiero positivo, è una lezione dal passato che probabilmente non avrà futuro. È cinema per pochi, e non solamente perché resterà confinato al Forum. È anche cinema sbagliato, come dicevamo. Troppo entusiasta e troppo poco calibrato. Troppo libero. Anarchico. Evviva. Kanikōsen è polpa di granchio in milioni di scatolette, è una ruota che gira e che schiaccia tutto e tutti. Quando la ruota non girerà più, Kanikōsen sarà davvero fuori dal tempo. Adesso, invece…

Note
1. Sabu è una sorta di “ospite fisso” del Forum berlinese: oltre a Kanikosen, sono passati nella sezione Unlucky Monkey (1998), Monday (2000), Blessing Bell (2002) e il suddetto Hard Luck Hero (2003).
2. Altra proiezione, chiaramente celebrativa, della kermesse berlinese. Con colonna sonora originale, composta da Gottfried Huppertz, eseguita dal vivo dalla Rundfunk Sinfonieorchester Berlin, diretta da Frank Strobel.
3. Le contaminazioni e collaborazioni tra alcuni registi della nuova generazione nipponica sono numerosi e fertili. Ritroviamo, ad esempio, Sabu nelle vesti di attore in Ichi the Killer di Miike, al fianco di Tsukamoto, e in World Apartment Horror di Otomo. E si potrebbe continuare con Tsukamoto in Marebito di Shimizu, per non parlare di Miike e via discorrendo.
4. Suona antico, fuori dal tempo e via discorrendo: ma pur cambiando parola, pur cercando definizioni più moderne e accomodanti, la sostanza non cambia.
5. Una contrapposizione efficace, volontariamente stridente: le partire a pallavolo sul rigoglioso prato di villa Kimura e i volti sofferenti e sanguinanti, unti di grasso ed emaciati, dei forzati del lavoro.
Info
Kanikōsen sul sito della Berlinale.
Il trailer di Kanikōsen.
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