Besouro

Nel voler raccontare la figura leggendaria di Besouro, l’arte seducente della capoeira e la condizione degli schiavi africani in Brasile, Tikhomiroff e la sceneggiatrice Patrícia Andrade non riescono a trovare un punto di equilibrio, smarrendo minuti e minuti di pellicola in sequenze che tolgono tempo a un reale approfondimento, a una necessaria contestualizzazione. Presentato alla sessantesima edizione della Berlinale nella sezione Panorama Special.

La lotta del coleottero per la sopravvivenza

Basato sulla vita leggendaria del combattente di Bahia, il film racconta la storia di un giovane brasiliano di discendenze africane alla ricerca della sua missione… [sinossi]

Film bizzarro e squilibrato, Besouro, lungometraggio brasiliano diretto da João Daniel Tikhomiroff, nato a Rio de Janeiro, classe 1950, esordiente sul grande schermo ma assai apprezzato e prolifico in campo pubblicitario (oltre a un discreto numero di cortometraggi realizzati e all’attività di montatore e produttore). L’esperienza pubblicitaria, più nel male che nel bene, segna la sua prima pellicola sia sotto l’aspetto formale che narrativo. Besouro può infatti vantare alcune sequenze ben realizzate, ma procede faticosamente, a strappi, smarrendosi nel continuo alternarsi e intrecciarsi dei piani narrativi, tra realtà e fantasia, tra vicende storiche largamente romanzate e digressioni nella dimensione magica, legata alle tradizioni popolari brasiliane. Nonostante la lunga esperienza, seppur con altri formati narrativi, Tikhomiroff sembra commettere uno dei più classici errori dei registi esordienti, caricando il suo film eccessivamente, dimenticando il fondamentale concetto della sottrazione. Nel voler raccontare la figura leggendaria di Besouro, l’arte seducente della capoeira e la condizione degli schiavi africani in Brasile, Tikhomiroff e la sceneggiatrice Patrícia Andrade non riescono a trovare un punto di equilibrio, smarrendo minuti e minuti di pellicola in sequenze che tolgono tempo a un reale approfondimento, a una necessaria contestualizzazione [1]. Ne escono pesantemente penalizzati soprattutto i personaggi secondari, poco caratterizzati, e i personaggi negativi, come il colonnello Venãncio (Flávio Rocha) e l’insopportabile Noca de Antônia (Irandhir Santos), modellati e interpretati seguendo cliché adatti più a un dozzinale spaghetti western che a un film che non nasconde qualche ambizione.

Besouro non riesce a essere nemmeno un convincente film di genere, parente non troppo lontano delle pellicole di arti marziali asiatiche, in primis hongkonghesi e thailandesi. Le scene di combattimento non possono infatti accontentare i fan dei wuxia o dei muay thay, un po’ per il poco tempo concesso e in buona parte per la limitata spettacolarità, nonostante il tentativo non privo di interesse di unire la capoeira alle tecniche della messa in scena dei maestri di Hong Kong – Tikhomiroff si è rivolto a un team asiatico specializzato nella tecnica delle funi che tra i tanti lavori vanta il celeberrimo La tigre e il dragone di Ang Lee. Apprezzabile in ogni caso il tentativo che potrebbe dar vita a un nuovo sottogenere di marca brasiliana – staremo a vedere, anche se la capoeira non sembra possedere le stesse potenzialità spettacolari di kung fu, karate e via discorrendo. Lo stesso Tikhomiroff, durante l’incontro con il pubblico, non è parso molto convinto.

Appesantito da una confezione troppo patinata e da massicce dosi di retorica, Besouro è stato presentato con fugace passaggio nella sezione Panorama Special della sessantesima Berlinale. Ricorderemo la particolarità del progetto e la genuina simpatia dei giovani protagonisti, il capoerista Aílton Carmo (Besouro) e la giovane e più che graziosa attrice Jessica Barbosa (Dinorá).

Note
1. Restando nel nostro orticello, citiamo più che volentieri il documentario Todo è capoeira, diretto da Lorenzo Leone e Francesco Del Grosso.
Info
Il trailer originale di Besouro.
La scheda di Besouro sul sito della Berlinale.
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