Jud Süss: Rise and Fall

Jud Süss: Rise and Fall

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Jud Süss: Rise and Fall inciampa su sé stesso, fallisce la riflessione metacinematografica e offre una rappresentazione della Storia da maldestro Bignami. Di Ferdinand Marian ci rimane poco. Degli altri personaggi, in primis il cineasta teutonico Veit Harlan, praticamente nulla. Del nazismo, del popolo, dell’olocausto, della guerra e tutto quel che segue solo dei riflessi. Presentato in concorso alla sessantesima edizione della Berlinale.

Finestre bollenti

Pellicola dedicata alla storia del film di propaganda antisemita Süss l’ebreo, voluto da Joseph Goebbels in risposta all’omonimo titolo filosemita britannico messo in scena da Lothar Mendes nel 1934. L’opera caricaturale realizzata nel 1940 da Veit Harlan è uno dei quattro film di propaganda aspramente antisemita prodotti negli studi Babelsberg. Questo film, che fece dell’attore austriaco Ferdinand Marian, scelto per il ruolo di ebreo senza scrupoli, la grande vedette del cinema nazista, ottenne un enorme successo tra il pubblico (oltre 20 milioni di spettatori in Europa) e la sua presentazione a Venezia fu trionfale… [sinossi]

Non abbiamo fischiato alla proiezione per la stampa di Jud Süss: Rise and Fall di Oskar Roehler, non è nostra abitudine. Ma non tenteremo nemmeno una disperata e inutile difesa. Presentato in concorso alla sessantesima edizione della Berlinale, il nuovo lungometraggio del regista tedesco Oskar Roehler, classe 1959 e noto nel Bel Paese per Le particelle elementari, è un clamoroso tonfo, un biopic sconquassato che sfocia nel kitsch, regalando alla platea almeno una sequenza disastrosamente memorabile.
Troppa ambizione? Materia scottante? Talento non all’altezza di un così arduo compito? Jud Süss: Rise and Fall ripercorre la parabola forzatamente ascendente e poi irreparabilmente discendente, fino agli inferi, dell’attore Ferdinand Marian, protagonista assoluto della pellicola di propaganda Süss l’ebreo (Jud Süss), diretta nel 1940 da Veit Harlan e fortemente voluta, pianificata e imposta dal ministro nazista Goebbels. Insomma, argomento spinoso ma ricco di spunti, di contenuti, di possibili sviluppi. Ma a girare e rigirare come un cubo di Rubik questo Jud Süss: Rise and Fall, si fatica a trovare un possibile appiglio.

Cerchiamo di seguire un ordine. Cast e interpretazioni. La presenza di Tobias Moretti, a voler essere sinceri, aveva acceso la classica luce rossa e l’ex star televisiva, nonostante gli ammirevoli sforzi, ha dimostrato di non poter sostenere un ruolo sulla carta tanto sfaccettato e complesso. Impresa comunque disperata, vista la messa in scena pomposa di Roehler, la scrittura davvero poco ispirata di Klaus Richter e le interpretazioni stereotipate ed eccessivamente sopra le righe, fastidiosamente grottesche, di buona parte del cast. Il contesto non ha certo facilitato il volenteroso Moretti. E sopra le righe è finito pure il solitamente misurato e indubbiamente talentuoso Moritz Bleibtreu, prigioniero di un Goebbels di maniera, costantemente mefistofelico, ghignante, urlante [1]. E poi la detestabile cameriera  Britta (la bella Anna Unterberger), l’ufficiale obeso e viscido Frohwein (Gudrun Landgrebe) e via discorrendo.
La messa in scena. Viscontiana. Dio (o chi per lui) ci perdoni. Roehler cerca atmosfere da tardo impero, da rappresentazione di un’alta borghesia che è già in putrefazione, ma riesce solo a zavorrare un film che insegue inspiegabilmente i ritmi di un melodramma avventuroso, negando a personaggi e situazioni di decantare, di prendere fiato e ragionare. La fotografia dalle tonalità glaciali enfatizza l’artificialità di tutta l’operazione.
Jud Süss: Rise and Fall inciampa su sé stesso, fallisce la riflessione metacinematografica e offre una rappresentazione della Storia da maldestro Bignami [2]. Di Ferdinand Marian ci rimane poco. Degli altri personaggi, in primis il cineasta teutonico Veit Harlan, praticamente nulla. Del nazismo, del popolo, dell’olocausto, della guerra e tutto quel che segue solo dei riflessi.

Di Jud Süss: Rise and Fall ricorderemo la sequenza più negativamente rappresentativa, una metafora così maldestra da sprofondare senza ritegno nell’abisso del kitsch: Marian, alla fine di un’imponente festa nazista, si accoppia rabbiosamente con una nobildonna assetata di stuzzicanti perversioni. “Dammelo, ebreo!”. I bombardamenti, una finestra, un vestito sollevato e un attore sudato. Saremmo quasi portati a rimpiangere l’impresentabile rapporto anale tra Gabriel Garko e Anna Galiena in Senso ’45, diretto dal solito Tinto Brass (colpevole nello stesso film, tra l’altro, di una citazione rosselliniana davvero imperdonabile), ma ci imponiamo un salutare stop. Troppo rumore per nulla, persino troppi fischi. Operazione fallimentare. Da dimenticare in fretta, compreso l’amplesso da tardo impero. Peccato per Moritz Bleibtreu e, in fin dei conti, anche per Tobias Moretti, mandato al massacro. Ogni festival ha le sue debolezze.

Note
1. Sarà il caso di tornare il sala per rivedere il divertente Soul Kitchen di Fatih Akin, con un Moritz Bleibtreu in ottima forma. Altro film, ovviamente.
2. Non convincono le finte sequenze dell’originale Jud Süss. E la prima proiezione ufficiale, che coincise con la prima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è una delle tante occasioni mancate per riflettere in maniera più approfondita sulla mastodontica propaganda nazista e fascista.
Info
Il trailer originale di Jud Süss: Rise and Fall.
La scheda di Jud Süss: Rise and Fall sul sito della Berlinale.
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