Invictus

Invictus

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Probabilmente Invictus in mano a qualsiasi altro regista si sarebbe risolto in un pastiche grondante retorica, ma se la firma è quella di Clint Eastwood è tutta un’altra storia. La narrazione dell’incontro tra François Pienaar, capitano afrikaner della nazionale di rugby, e il presidente Nelson Mandela, trasforma la retorica sportiva in politica, e viceversa, riuscendo una volta di più a raccontare lo spazio vuoto tra gli esseri umani, quella ‘meta’ da colmare per raggiungere la dialettica.

Il presidente e il capitano

Le dolorose tappe del cammino che ha portato Nelson Mandela alla presidenza del Sud Africa spingendolo a collaborare col capitano della squadra nazionale di rugby, Francois Pienaar, per tenere unito il paese dopo l’apartheid… [sinossi]
Nkosi Sikelel’ iAfrika
Maluphakanyisw’ uphondo lwayo
Yiva imathandazo yethu
Nkosi Sikelela
Thina lusapho lwayo
Inno nazionale sudafricano

Invictus è un film che racchiude al suo interno una serie di ritorni: il ritorno a un sodalizio, quello tra Clint Eastwood e Morgan Freeman, che mancava dai tempi di Million Dollar Baby [1], per esempio, o il ritorno dell’ottantenne attore e cineasta californiano a tematiche sportive, trattate come regista – seppur in maniera latente – proprio con Million Dollar Baby e come protagonista ai tempi del dittico pugilistico composto da Filo da torcere di James Fargo (1978) e Fai come ti pare di Buddy Van Horn (1981). Ma in fin dei conti è Invictus stesso a rappresentare un ritorno: nelle sue due ore e un quarto di durata lo spettatore viene infatti condotto in un viaggio a ritroso nel tempo, percorso temporalmente breve e culturalmente lunghissimo, che ci trascina fino al Sud Africa dell’immediato post-apartheid [2]. Nelson Mandela è da poco stato nominato presidente dalle prime elezioni democratiche svoltesi nel paese, e alle porte si sta avvicinando il mondiale di rugby, lo sport più seguito dalla minoranza afrikaner che fino al 1994 ha detenuto il potere [3]. Il capitano della nazionale, i cosiddetti Springboks, è Francois Pienaar, bianco, afrikaner, proveniente da una famiglia conservatrice.
È da questo spunto, dalla formazione di questa sorta di triangolo scaleno (il presidente, il capitano e la coppa del mondo), che nasce Invictus: spesso, nell’avvicinarsi alla data di uscita del film, se n’era parlato come di un Eastwood inevitabilmente minore, stritolato dalla struttura monolitica con cui si sarebbe dovuto confrontare. Ed è in effetti palese che il film non rappresenti una delle opere più personali del suo autore, ma si tratti più che altro di un lavoro su commissione, un favore fatto al compagno di avventure Freeman, che non a caso ricopre anche il ruolo di produttore esecutivo della pellicola: non siamo, tanto per fugare ogni possibile dubbio, di fronte alla morte e resurrezione del western operata con Gli spietati, né abbiamo a che fare con la rappresentazione moderna delle tragedie shakespeariane da cui trasse linfa vitale Mystic River. Se il recente Gran Torino (e sarebbe anche da ragionare sulla capacità prolifica di Eastwood, vista la rapidità con la quale riesce a portare a termine i progetti che sposa) poteva in qualche modo essere considerato il canto del cigno di questo straordinario cineasta, Invictus è l’opera che non ti aspetti, il passo ulteriore, la deviazione dal tracciato preordinato.

Probabilmente Invictus in mano a qualsiasi altro regista si sarebbe risolto in un pastiche grondante retorica, viaggio di (in)formazione didascalico e privo di una reale profondità sociale e politica. Ed è interessante notare come sia proprio con le armi della retorica, perfino di quella più bolsa, che Eastwood arriva a scardinare il sistema che a detta di molti avrebbe finito per inghiottirlo, soffocandone la voce. L’esempio perfetto di ciò arriva proprio nell’ultima parte del film, vale a dire la messa in scena della finale della coppa del mondo che vide i sudafricani trionfare sui favoritissimi All Blacks della Nuova Zelanda: un abuso di ralenti che enfatizza fino alle estreme conseguenze il climax narrativo di Invictus, senza per questo scalfirne la grandezza cinematografica. Un’escalation del cattivo gusto che si trasforma magicamente nelle mani del suo autore, diventando l’elegia di un popolo in sommovimento, di quella terra in permanente rivoluzione che iniziava finalmente a sentire la necessità della condivisione, della simpatia – nel senso etimologico del termine. Il canto collettivo che accompagna le parole di Nkosi Sikelel’ iAfrika, l’inno nazionale del nuovo Sud Africa, l’inno nazionale della riconciliazione, l’inno nazionale di Mandela, l’inno nazionale che porta dentro di sé quasi cinquant’anni di soprusi, angherie, vergognose negazioni dei più basilari diritti civili, è talmente possente e sincero, da trascinare lo spettatore a pochi passi dalle lacrime, senza per questo apparire ricattatorio [4]. Anche perché, questa dimostrazione di un sentire comune viene ribaltata, con ancora maggior maestria, grazie all’haka, la danza tribale del popolo maori che accompagna l’ingresso in campo della nazionale neozelandese. Mondi e culture che si fronteggiano, senza doversi necessariamente combattere ma anche senza rinunciare alla loro essenza primaria.

Si muove sulla stessa lunghezza d’onda anche la rappresentazione di Mandela, cristallizzata e quasi inattaccabile eppure così pervicacemente umana, materiale, persino fragile: in una sceneggiatura che procede più per motti e aforismi che per una dialettica che appaia reale o quantomeno verosimile, questo appare come l’ennesima dimostrazione di un regista classico che non ha però intenzione di “accontentarsi” del proprio classicismo. Gli incontri tra Mandela e Pienaar, così impossibili, quasi extraterrestri per l’epoca e la storia che rappresentano, sono altrettante incursioni di Eastwood in un universo che non ha davvero più confini: perché Invictus è un film sportivo che non vorrebbe parlare di sport, e un film politico che si disinteressa delle proprie necessità politiche. In molti probabilmente confermeranno di aver assistitito a un Eastwood minore, versione semplicistica e conciliante dei vari Un mondo perfetto e Gran Torino – entrambi film sull’integrazione, nel senso più profondo del termine – ma a nostro avviso Invictus è invece la dimostrazione ultima e incontrovertibile della capacità registica di questo monumento degli Stati Uniti degli ultimi cinquant’anni. E se vi sentirete storditi dal fragore di una finale mondiale fatta di scontri, fango e calci in mezzo ai pali, soffermatevi un attimo a pensare alle parole di un confuso Matt Damon/Francois Pienaar (grande interpretazione la sua, ma l’intero cast è su livelli assoluti) di ritorno dalla visita a quella che fu per anni la prigione di Mandela: “Come fa un uomo a vivere per trent’anni in quel modo e, una volta uscitone, a non volersi vendicare?”.

Note
1. Million Dollar Baby è del 2004. In precedenza Freeman aveva già recitato, per la regia di Eastwood, ne Gli spietati (1992).
2. L’apartheid entrò in vigore nel sistema legislativo sudafricano nel 1948, in seguito alla vittoria elettorale del National Party, e venne abolito solo nel 1994. Tra le principali leggi che ne governavano la struttura, vi era la proibizione dei matrimoni misti, la suddivisione della popolazione in base alla pigmentazione della pelle, la discriminazione razziale in campo lavorativo, l’ostacolo alla formazione culturale e scolastica dei neri, e via discorrendo.
3. Popolazione di pelle bianca del Sud Africa e della Namibia, di origine olandese, tedesca o fiamminga e di tradizione culturale calvinista.
4. In tal senso, sarebbe interessante andare a recuperare il canto dell’inno nel finale dell’ottimo Un mondo a parte, esordio alla regia nel 1988 per il britannico Chris Menges, perché nel mettere a confronto i due film è possibile comprendere la portata di un movimento di dissenso e protesta che riuscì ad abbattere uno dei peggiori sistemi statali che l’umanità del ventesimo secolo abbia conosciuto.
Info
Invictus sul sito della Warner.
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