King Kong

King Kong

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King Kong è la messa in scena dell’utopia di Colin McKenzie, è il cinema bigger than life che celebra sé stesso, è il set della Salomè che emerge dalla giungla, finalmente pronto per ospitare una faraonica rappresentazione.

Il grande sogno di Colin McKenzie

Della trama di King Kong, peraltro nota a tutti, è presto detto: un’isola misteriosa, persa nel tempo, una creatura gigantesca e una bionda di cui è impossibile non innamorarsi. Eppoi una produzione cinematografica rocambolesca, un registaproduttore dalla faccia di bronzo, uno sceneggiatore romantico, una nave di avventurieri, abnormi e voraci dinosauri, indigeni poco amichevoli, insetti giganti e ripugnanti e tutto quel che segue.
L’orizzonte era sbarrato da un nero banco di nuvole,
e quell’acqua – che come un viale tranquillo
porta ai limiti estremi della terra -,
scorrendo scura sotto un cielo coperto,
sembrava condurre dentro al cuore di un’immensa tenebra.
Da Cuore di tenebra di Joseph Conrad
“È la Bella che ha ucciso la Bestia”
Carl Denham (Jack Black) – King Kong

Di Peter Jackson, oramai tra le figure di riferimento del cinema internazionale, si conosce soprattutto la trilogia de Il Signore degli Anelli (La Compagnia dell’Anello del 2001, Le Due Torri del 2002 e Il ritorno del Re del 2003), il successivo King Kong e il recente e poco fortunato Amabili resti (2009) [1]. Eppure, per meglio apprezzare la poetica del cineasta neozelandese (e soprattutto il frettolosamente sottostimato King Kong), sarebbe assai utile partire dalle opere precedenti, dal periodo splatter & low budget di Fuori di testa (1987) e Splatters, gli schizzacervelli (1992), passando per la follia Meet the Feebles (1989), fino ai più ambiziosi Creature del cielo (1994) e Sospesi nel tempo (1996). E bisognerebbe soprattutto dedicare una più che piacevole sessantina di minuti alla visione del misconosciuto Forgotten Silver (1995), folgorante mockumentary per il piccolo schermo che riscrive la storia del cinema, riuscendo a mettere in scena il sacro fuoco che anima alcuni cineasti, come il protagonista Colin McKenzie. Come Peter Jackson.

Collocato all’interno di questo sorprendente percorso artistico, King Kong si rivela la realizzazione di un sogno maestoso, di un’aspirazione che film dopo film ha portato Jackson in cima all’Olimpo della settima arte. Si annida nella trama e tra i personaggi di questo faraonico remake (fedele ma aggiornato) del classico in bianco e nero del 1933 la prorompente, visionaria e romantica poetica che il cineasta neozelandese aveva perfettamente illustrato nel prezioso Forgotten Silver, produzione televisiva realizzata per festeggiare i primi cento anni del Cinema, tra la consacrazione artistica di Creature del cielo e le crescenti ambizioni mainstream di Sospesi nel tempo [2].

King Kong è la messa in scena dell’utopia di Colin McKenzie, è il cinema bigger than life che celebra sé stesso, è il set della Salomè che emerge dalla giungla, finalmente pronto per ospitare una faraonica rappresentazione: il viaggio conradiano della troupe capitanata dal furfantesco e istrionico Carl Denham (Jack Black) è prima di tutto una gioiosa e giocosa presa di coscienza. Peter Jackson, aka Colin McKenzie, ha portato la settima arte nella sua più abbacinante forma fino agli antipodi, fino alla Terra di Mezzo, fino alla Nuova Zelanda. Peter Jackson è Colin McKenzie. E King Kong è Forgotten Silver. Ma a morire sarà la Bestia, vittima sacrificale e predestinata, vittima consapevole. «È la Bella che ha ucciso la Bestia». È il cinema, è Peter Jackson, che ha ucciso la sua creatura. Carl Denham/Peter Jackson resterà quindi dietro la macchina da presa: a morire sarà inevitabilmente il romantico/testardo/anacronistico gorilla. Nella mastodontica realizzazione del sogno di Forgotten Silver, del sogno di McKenzie, c’è spazio per un unico doloroso sacrificio: Kong, creatura virtuale che prende magicamente vita grazie alla motion capture, alla Weta Digital, a Jackson e al solito Andy Serkis, corre testardamente incontro al suo destino [3]. Kong scala il grattacielo per amore della sua Musa. Kong è il Cinema nella sua dimensione più spettacolare. E la sua morte permetterà altre magie, altri luccicanti immagini in movimento. A differenza di Colin McKenzie, Jackson resta fuori campo, a raccontarci della Bella e della Bestia e di molti altri sogni.

La messa in scena di King Kong ovviamente non si esaurisce nella rappresentazione/realizzazione delle ambizioni di Jackson/McKenzie. Il cineasta di Pukerua Bay conferma di essere attento e sensibile narratore a partire dal complesso incipit, sequenza che serve non solo a presentare la bella protagonista Ann Darrow (Naomi Watts), sfortunata attrice del vaudeville, ma a contestualizzare il travagliato periodo storico. Calibrati movimenti di macchina e montaggio serrato, accompagnati dalla calzante I’m Sitting On Top Of The World di Al Jolson, trascinano lo spettatore nella profonda crisi economica che attanagliò gli Stati Uniti, mettendo in ginocchio non solo la gente comune. La mdp di Jackson, dai bassifondi fino al più alto dei grattacieli, catturando piccoli gesti significativi, volti segnati e immagini che identificano con chiarezza la New York degli anni Trenta, riesce a cogliere il riflesso di quei giorni: l’uomo in giacca e cravatta che fruga tra i rifiuti, le cariche della polizia, gli operai in cima al mondo, il vaudeville che si svuota, le file per un piatto caldo.

Ancor più della trilogia tolkeniana, King Kong riassume l’idea di cinema di Jackson, davvero grandiosa e ambiziosa, che non sacrifica la qualità e le ambizioni autoriali per il semplice intrattenimento, ma che non nega la sua natura spettacolare, puntando dritto alla meraviglia, alla magia, alla creazione senza precedenti. Ed ecco allora lo sguardo sulla Grande Depressione ma anche le ripetute parentesi comiche; il rispetto del testo originale ma anche gli eccessi, il dilatato divertissement delle sequenze action/splatter della corsa dei dinosauri e della fossa degli insetti; la sospensione poetica della danza sul ghiaccio e il pirotecnico inseguimento tra le strade di New York. Jackson può contare sulla sapienza tecnico-artistica della Weta Digital e trascina le creature in stop motion di Willis H. O’Brien nella nuova era della perfezione e del fotorealismo digitale: Kong non è solo “l’ottava meraviglia del mondo”, ma è un attore a tutti gli effetti, divertente e commovente nei duetti con l’amata Ann, eroico e indomabile nell’impossibile duello coi dinosauri, romantico e sognatore di fronte al tramonto e alla morte.

I’m sitting on top of the world
Just rolling along, just rolling along
I’m quitting the blues of the world
Just singing a song, just singing a song…
Note
1. Jackson è anche un oculato produttore. Al sodalizio con il giovane cineasta sudafricano Neill Blomkamp dobbiamo, ad esempio, il cortometraggio Crossing the Line (2008), inedito nel Bel Paese, e l’ottimo lungometraggio District 9 (2009), un’ispirata ibridazione tra science fiction e mockumentary. Inoltre, attendiamo con malcelato entusiasmo le prossime produzioni, in primis The Adventures of Tintin: The Secret of the Unicorn (2011) di Steven Spielberg.
2. A parte una nomination per la sceneggiatura (Fran Walsh e Peter Jackson) e altri premi, Jackson si aggiudica un più che meritato Leoned’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia del 1994.
3. Andy Serkis ha dato voce e movenze al virtuale Gollum (Il Signore degli Anelli), che rivedremo nella trilogia de Lo Hobbit.
Info
King Kong sul sito della Universal.
Il trailer di King Kong.
King Kong su facebook.
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